Il tema della riforma pensioni continua ad essere attualissimo: le ultime notizie non sono di certo esaltanti sul tema della pensione anticipata. Oggi, 7 settembre 2015, parleremo ancora di quota cento dando spazio ad una nuova proposta di pensionamento anticipato: entra in gioco il concetto di esodo volontario, in quella che è una vera e propria articolazione della soluzione della quota 100 indicata da Cesare Damiano. Tale proposta, che ha "animato" per mesi il dibattito, è stata aspramente criticata dal presidente INPS Tito Boeri che, nel presentare il suo piano di riforma pensioni, l'ha sonoramente bocciata.
Abbiamo il piacere di ospitare in esclusiva su Affari Miei Paolo Ercolani, un Ingegnere Civile classe 1956 la cui formazione, basata su precise discipline scientifiche, rende consapevole di una necessità fondamentale: la sostenibilità economica delle scelte politiche.
Abbiamo il piacere di ospitare in esclusiva su Affari Miei Paolo Ercolani, un Ingegnere Civile classe 1956 la cui formazione, basata su precise discipline scientifiche, rende consapevole di una necessità fondamentale: la sostenibilità economica delle scelte politiche.
La sua attività lavorativa ha spaziato sia in ambito privato che pubblico. In ambito privato ha operato in Italia e all’estero nel campo dei Sistemi di Trasporto di Massa, soprattutto quelli che si sviluppano in ambito urbano e meglio noti con il termine di “metropolitane”. In ambito pubblico opera da più di undici anni presso una grande Azienda Sanitaria Locale, nella quale continua a fare tesoro dell’esperienza maturata nel settore dei Trasporti svolgendo, tra le altre funzioni, anche quella del Mobility Manager Aziendale, figura che come noto ha il compito di incentivare la cosiddetta “mobilità sostenibile”.
Desideroso di dare il proprio contributo di idee nell'intervento sulla vicenda della rigidità previdenziale introdotta dalla Legge Fornero, ha formulato una propria proposta, denominata “quota 100 con esodo volontario” che prende spunto dalla “quota 100” presentata dall'onorevole Damiano e l’ha esposta a diverse personalità del mondo politico, tra le quali alcuni componenti delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, alcuni Sottosegretari dei Ministeri del Lavoro della Funzione Pubblica e anche al Professor Tito Boeri, nuovo Presidente dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
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Ingegner Ercolani, la Sua proposta della quota cento con esodo volontario sembra essere una rielaborazione di quella, famosa per chi segue le vicende inerenti il tema, presentata dall’onorevole Damiano. Perché ha avuto questa idea? Ce la spiega brevemente?
Più che una rielaborazione, quella che ho denominato “quota 100 con esodo volontario” costituisce una formulazione della proposta dall'onorevole Damiano alla luce del concetto di “sostenibilità” che mi è connaturato e l’ho pensata constatando quanto accade nel nostro Paese, dove gli anziani non riescono più ad andare in pensione e di conseguenza i giovani non riescono più a trovare un’occupazione. Il tema è particolarmente urgente, perché l’attuale rigidità in uscita dal lavoro introdotta dalla Legge Fornero rischia di creare gravi problemi sociali.
La proposta denominata “quota 100” è ostacolata dal costo notevole (stimato in circa 10 Miliardi di Euro) al quale per il momento lo Stato non può far fronte, ma la gravità della congiuntura occupazionale ci obbliga ad agevolare il più presto possibile la fuoriuscita dei lavoratori, soprattutto se “precoci”. Tali lavoratori potrebbero scommettere sul proprio futuro ed essere disponibili a mantenersi con risorse proprie durante un’attesa più o meno lunga dell’assegno pensionistico loro dovuto.
Si ponga il caso, per esempio, di un lavoratore che al compimento dei 60 anni maturi quarant'anni di anzianità contributiva (cioè ha iniziato a versare contributi sin dall'età di 20 anni). Costui raggiunge quota 100 ma è ancora relativamente giovane e pertanto avrà una buona aspettativa di vita. Se ha delle risorse proprie che gli consentono di mantenersi per altri due, tre o più anni senza una pensione, potrà essere incentivato a lasciare il lavoro anche in mancanza di un assegno pensionistico immediato, ma con l’impegno dell’INPS che la pensione non erogata al momento del pensionamento gli verrà comunque garantita successivamente, nel tempo, con una maggiorazione proporzionale al tempo atteso per riceverla.
Ipotizziamo che il suddetto lavoratore maturi una pensione di 1.000 Euro al mese e sia disponibile ad utilizzare 24.000 o 36.000 Euro di risorse proprie con lo scopo di mantenersi autonomamente per due o tre anni. Perché non permettergli di lasciare il mondo del lavoro a favore dei giovani che sono disoccupati?
Durante quei due o tre anni lo Stato non dovrà sborsare nulla, perché il lavoratore si manterrà autonomamente. Lo Stato inizierà ad erogare la pensione solo al termine di quei due o tre anni e potrà "rifondere" il pensionato corrispondendogli un assegno pensionistico maggiorato di una percentuale che permetta di recuperare in un accettabile lasso di tempo la pensione maturata ma non percepita.Nel caso in questione si tratterebbe di corrispondere una maggiorazione sull'assegno pensionistico che permetta di recuperare 24.000 o 36.000 Euro e gli interessi corrispondenti all'inflazione (peraltro modestissima). Se pertanto si pensasse di "spalmare il recupero" nell'arco di 5 anni o 10 anni, invece di 1.000 Euro/mese nel primo caso al pensionato in questione andrebbe corrisposto un assegno mensile di poco più di 1.400 Euro/mese o di 1.600 Euro/mese e nel secondo caso un assegno mensile di poco più di 1.200 Euro/mese o di 1.300 Euro/mese.
La spesa per l'erogazione della pensione verrebbe perciò non solo "traslata" nel tempo di due o tre anni, quando la prevedibile ripresa economica e l'ingresso nel mondo del lavoro dei giovani attualmente disoccupati permetterà di "rimpinguare" le casse dell'INPS, ma verrebbe anche “diluita” nel corso di un congruo periodo di tempo.
Una tale forma di incentivazione permetterebbe alle persone di assicurarsi per un periodo di tempo un assegno pensionistico futuro un po’ maggiore di quello effettivamente maturato, in tal modo recuperando le risorse proprie utilizzate nel periodo della mancanza dell’erogazione della pensione.
Fatte comunque salve le attuali garanzie sulla reversibilità del trattamento pensionistico, le suddette “traslazione” e “diluizione” nel tempo (per esempio per cinque o dieci anni) non avrebbero inoltre luogo a rischio dello Stato, ma a rischio del singolo pensionato, al quale è consentito di "scommettere" sulla propria aspettativa di vita, augurandosi di vivere, a seconda dei casi, per almeno per altri sette, otto, dodici o tredici anni dopo essere andato in pensione.
L’altra ipotesi circolata è quella del prestito pensionistico: nessuno l’ha detto esplicitamente ma Yoram Gutgeld, del PD, ha fatto capire tramite le colonne del Corriere della Sera che un pensierino a Palazzo Chigi l’hanno fatto. Perché la Sua proposta potrebbe essere migliore del prestito pensionistico voluto dal PD?
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Paolo Ercolani |
Tale prestito è infatti caratterizzato da un costo immediato per lo Stato e pertanto non sarà possibile introdurlo finché non se ne sarà verificata la sostenibilità economica. Sarà cioè praticabile solo quando ne saranno verificate le coperture con la prossima Legge Finanziaria.
Occorrerà poi farne un uso accorto, perché ancorché sotto forma di prestito si tratta pur sempre di un esborso di denaro e, considerando che nonostante l'innalzamento dell'aspettativa di vita molti pensionati potrebbero non vivere abbastanza per restituire il denaro, parte del prestito rischierebbe di essere elargito "a fondo perduto".
Non ritengo opportuno attendere la prossima Legge Finanziaria per verificare la disponibilità economica dello Stato necessaria a praticare la costosa e rischiosa opzione del prestito pensionistico. Occorre infatti far fronte il prima possibile al problema della disoccupazione giovanile, "schizzata" ad oltre il 40% a causa della rigidità in uscita introdotta dalla Legge Fornero.
Con la proposta della “Quota Cento con esodo volontario” si potrebbe invece varare subito un provvedimento a costo immediato per lo Stato pari zero, perché si creerebbero degli “esodati volontari”, cioè persone che scelgono volontariamente di non percepire la pensione per un determinato periodo di tempo. Pensione il cui pagamento potrebbe essere “traslato” di due o tre anni e "diluito" nel tempo di pari passo con la ripresa economica, con il calo della disoccupazione e con il riequilibrio dei conti dell'INPS.
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La quota 100 con esodo volontario ha sicuramente il merito di rappresentare una soluzione ragionevole perché tiene conto della situazione delle casse pubbliche che, purtroppo, non è rosea. L’obiezione che gli si può muovere, però, è la seguente: quanta gente sarebbe disposta a lasciare il lavoro per mantenersi con risorse proprie? E ancora: quante persone crede che abbiano davvero a disposizione risorse per mantenersi qualche anno da sole? Consideri che molti dei pensionandi non ricevono uno stipendio elevato, è difficile che possano aver messo da parte molto denaro, non trova?
Mi sembra lecito porsi il quesito di quanta gente abbia a disposizione delle risorse per mantenersi da sola per qualche anno e soprattutto se sarebbe disposta a lasciare il lavoro utilizzando quelle risorse.
Sicuramente non tutti i pensionandi potrebbero optare per tale scelta, ma ritengo che potrebbero essere molti più di quelli che ci si immagina. La stragrande maggioranza dei lavoratori attuali ha infatti avuto la fortuna di essere tutelata da una normativa sul lavoro che ha permesso loro di godere di un’invidiabile continuità lavorativa. Sappiamo inoltre che sino ad ora il tipico lavoratore italiano medio ha rifuggito il cambiamento e che la maggioranza dei lavoratori, potendo, non ha mai cambiato datore di lavoro. La continuità lavorativa in assenza di cambiamenti di datori di lavoro comporta che, anche se i lavoratori non hanno accantonato cospicui risparmi, hanno comunque la disponibilità di un TFR o di una Liquidazione di entità non indifferente.
Proprio oggi sono stati diffusi i dati sul numero di richieste di inserimento del TFR in busta paga e una cosa è certa, gli Italiani preferiscono tirare la cinghia ma conservarsi il “gruzzolo” per usarlo dopo il pensionamento. Alcuni lavoratori avranno sicuramente già pensato come impiegare tali risorse economiche, ma ritengo che la percentuale di quelli interessati ad andare in pensione anticipata sia di gran lunga superiore a quella di coloro che hanno chiesto di inserire il TFR in busta paga.
In un Paese serio l’idea del patto tra Stato e lavoratori non sarebbe male: solo che, a voler essere maliziosi (nemmeno tanto!), si pensa inevitabilmente agli esodati…
Ovviamente la proposta si basa sul presupposto di un patto tra Stato e Lavoratori che oserei definire “sacro”.
La triste vicenda degli esodati potrebbe certamente far temere a qualcuno che nel futuro lo Stato non tenga fede alle promesse e non corrisponda la pattuita maggiorazione dell’assegno pensionistico.
Mi piace però pensare che quanto si è verificato con Ringraziamo Paolo Ercolani per il contributo. Cosa pensano i lettori di Affari Miei della sua proposta sulla quota cento? Il vostro parere è per noi molto importante, esprimetelo in un commento. Per restare aggiornati sul tema della riforma pensioni, iscrivetevi alla pagina Pensioni News, unendovi alla nostra community su Facebook: siamo in migliaia e cresciamo a vista d'occhio! La newsletter in basso, poi, vi consentirà di ricevere gratuitamente aggiornamenti sui temi di maggiore interesse.