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Economia italiana e decrescita felice: la ripresa è possibile solo con una scelta individuale

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Ogni giorno veniamo bombardati da notizie sull’economia italiana, da previsioni più o meno attendibili di ripresa economicache dovrebbe mettere alle nostre spalle la crisiche ha caratterizzato gli ultimi anni.  In questo articolo vogliamo fare delle libere riflessioni sulla situazione economica del nostro Paese e sulla decrescita felice, un concetto a cui tante volte abbiamo accennato e del quale condividiamo tanti punti. Quale futuro ci attende nei prossimi anni? Approfittiamo di questo spazio per fare anche un riepilogo degli argomenti trattati da Affari Miei, così da fare il punto sulle vicende affrontate negli ultimi mesi di vita di questo portale.

Economia Italiana nel 2016: a che punto siamo?

Il 2015 è filato via con previsioni e speranze ottimistiche da parte del governo e dei media: sebbene si siano affrettati ad annunciare la ripresa economica e la fine della crisi, in realtà il nostro Prodotto Interno lordo è cresciuto di pochi punti decimali e la riforma del mercato del lavoro, che avrebbe dovuto abbattere la disoccupazione, non ha prodotto alcun risultato tangibile. Sono aumentati i contratti di lavoro a tempo indeterminato, fondamentalmente, perché sono stati “spinti” con una forte incentivazione contributiva: in pratica, abbiamo pagato noi al posto delle imprese i contributi previdenziali dei lavoratori per rendere questa forma di contratto più conveniente. I lavoratori, in cambio, hanno ottenuto la costruzione di un rapporto che è indeterminato solo di nome e non di fatto, vista la facilità con cui possono essere licenziati. In realtà, nel 2016, parlare di tempo indeterminato è piuttosto fuorviante: in un’epoca di forti cambiamenti, infatti, è diventato impossibile prevedere una stabilità di lungo periodo nei rapporti. Certo, ciò non può tradursi in una cancellazione dei diritti ma sicuramente si è trattato di un passaggio, doloroso ma indispensabile, verso una sempre più accentuata riduzione della tutela per i lavoratori. Per costringerci ad accettarla hanno atteso il culmine della crisi economica che, dopo tanti anni, logora chi è stato maggiormente colpito e fa rivedere al ribasso le pretese. Poi, guardando alla situazione dal lato del governo, non è stato particolarmente difficile far bere la forzatura alla popolazione: con quasi il 50% degli aventi diritto che sono analfabeti funzionali, è bastato chiamare il contratto “a tempo indeterminato con tutele crescenti” ed insistere, in tv e sui giornali, nel definirlo stabile quando in realtà non lo è.

La forzatura che sta determinando la ripresa asfittica dell’economia italianaè stata accompagnata dal quantitative easing della BCE il cui scopo principale e dichiarato è la riduzione dei tassi e la spinta al settore del credito: non è un caso che c’è stato un boom nelle erogazioni dei mutui e dei prestiti non affatto dovuto alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro, come vorrebbero far credere Renzi e i suoi ministri, ma alla decisione proveniente dai vertici della Banca Centrale Europea. Uno dei primi effetti si è registrato sulla ripresa delle compravendite immobiliari,  settore intimamente legato con quello del credito: gli italiani acquistano non perché hanno i soldi ma perché la banca gli concede il mutuo e, tutto sommato, questa soluzione viene loro propinata come necessaria, universale e migliore rispetto alle altre. A nessuno o quasi viene in mente di comprare casa senza mutuo perché siamo tutti assuefatti dall’idea che risparmiare sia impossibile e che solo indebitandosi si possono effettuare i principali acquisti.

La riforma delle pensioni, attesa ormai da quattro anni, non è stata attuata se non per alcuni passaggi secondari (numericamente parlando) come l’opzione donna e la settima salvaguardia degli esodati che, purtroppo, non riguarderà tutti coloro che la chiedevano. Anche in questo settore sta accadendo un fatto molto simile a quello successo sulla riforma del lavoro: i soldi per fare ciò che l’opinione pubblica non ci sono  per una serie di ragioni sia connesse alla cattiva gestione da parte della politica ed alle ingiustizie sia per un insieme di motivi legati ad altri fattori che non possono essere purtroppo rivoluzionati come l’invecchiamento della popolazione. Il problema fondamentale, in tutto ciò, non è tanto nel fatto che lo Stato non mandi la gente in pensione ma che non attua politiche per aiutare le persone in là con gli anni a ricollocarsi od a godere di sussidi di welfare ad hoc. Con ogni probabilità la politica conta di disinnescare anche questa potenziale bomba sociale riducendo progressivamente la platea degli scontenti senza passare per scontri plateali e senza lasciar credere che non sarà fatto nulla: ogni anno di limbo per tanti lavoratori prossimi alla pensione si traduce in mancati costi per le finanze pubbliche, questo è nella sostanza il ragionamento che il Palazzo stia concretizzando.
Questi sono i principali fatti che hanno caratterizzato il 2015 da un punto di vista economico, unitamente alla crisi delle bancheche ci ha fatto conoscere per la prima volta gli effetti del bail-in in caso di “salvataggio” degli istituti in difficoltà.

Cosa c’entra la decrescita felice con tutto questo?

Dopo aver fatto il punto di come si è evoluta l’economia italiana negli ultimi mesi, introduciamo il secondo concetto, collegato al primo, che vogliamo affrontare in questa riflessione: la decrescita felice. Senza voler entrare nel merito e, soprattutto, senza volerci sostituire ai teorici di questo pensiero, ci limitiamo ad osservare che la decrescita fondamentalmente propugna una riduzione selettiva dei consumi ed un più massiccio ricorso all’auto-produzione, all’efficienza energetica ed al progressivo allontanamento dal denaro. Concetti, questi, che cozzano con quelli di PIL con i quali, da anni, misurano la nostra economia (i parametri europei che sono stati raccolti dal principio dell’equilibrio di bilancio introdotto in Costituzione hanno nel Prodotto Interno Lordo una delle prime metriche considerate per quantificare l’indebitamento massimo degli Stati) perché, spingendo verso una riduzione dei consumi, promuovono un minore ricorso alla spesa forsennata ed all’indebitamento che sono considerati i principali motori del sistema da parte dai fautori dell’economia di mercato attuale.

Non ci interessa in questa sede dire se la decrescita felice, presa tout court così com’è, sia da considerarsi una teoria giusta oppure no. Si potrebbe aggiungere che il termine “decrescita” mina la credibilità stessa di un modo di pensare alternativo perché viene appunto utilizzato dai detrattori per sottolinearne l’aspetto negativo, vista l’enfasi di cui, al contrario, gode generalmente nei media il concetto della crescita economica. Quello che apprezziamo è l’idea di darsi una moderata rispetto a questo sistema che non può più reggere e che, se prolungato in eterno, ci conduce in una schiavitù “dorata” dalla quale non possiamo più liberarci. Nel post su come vivere con pochi soldi abbiamo accennato un discorso dell’importanza di una corretta gestione delle proprie finanze personali e, di conseguenza, della propria esistenza terrena: per decrescere, infatti, occorre un approccio mentale ed estremamente personale che possa portare il singolo a ridurre la sua dipendenza dal sistema sempre più drogato e ad aumentare, invece, la qualità della propria vita. E’ inutile aspettare dagli altri cambiamenti che, senza il nostro interesse ad agire, non avverranno mai.
Riflessioni sull'economia italiana

Perché gli altri non possono fare molto per noi: la democrazia è solo una convenzione e la rivoluzione non ci sarà mai

A scuola ci hanno insegnato che la democraziaè arrivata dopo le dittature e dopo che, a partire dalla Rivoluzione Francese del 1789, si sono affermati principi che sono andati poi a creare le fondamenta del nostro sistema attuale, “libero” e tollerante nei confronti di tutti. In realtà tutto ciò è una finzione e basta fermarsi due minuti a riflettere per capire che siamo letteralmente in trappola. Come la dittatura, infatti, anche la democrazia è basata sulla paura: nella dittatura si temeva il dittatore, la coazione dello Stato e la censura di determinati comportamenti; nella democrazia la paura è di perdere qualcosa, di dover rinunciare a dei privilegi acquisiti. La società, divisa in classi più o meno omogenee e strutturate in buona sostanza sulla ricchezza delle persone, è fatta in maniera tale che anche chi occupa l’ultima posizione nella scala ha paura di perdere qualcosa che ha faticosamente comprato: sia esso il posto di lavoro (spesso pagato poco), sia essa la casa comprata con 30 anni di mutuo o la macchina comprata a rate, la paura di un futuro buio è una costante che spinge i popoli verso il mantenimento dello status quo, anche se progressivamente peggiorativo rispetto al passato. Volete un esempio? Pensate alle elezioni che, per antonomasia, rappresentano il momento più importante della democrazia. Al di là di tutte le chiacchiere varie sul sistema elettorale, quando si vota si compie un’operazione per certi versi inutile per due ordini di motivi:
  • A votare sono cittadini molto spesso incapaci di prendere decisioni importanti: metà della popolazione italiana, come accennavamo prima, è analfabeta funzionale. Per chi non conosce la gravità della cosa, possiamo limitarci a dire che l’analfabeta funzionale non è in grado, sovente, nemmeno di badare a sé stesso: non comprende un testo scritto nella sua lingua madre, non è in grado di capire le clausole di un contratto che può incidere significativamente sulla sua vita. Il 47 per cento (fonte Wikipedia) dei nostri concittadini è analfabeta funzionale: forse anche molti che stanno leggendo lo sono ma non si ritengono tali. Questo vuol dire che, pur chiamando il popolo a votare, sostanzialmente gli si chiede una cosa che non sa fare: il primo esempio della storia è dato dalla scelta di Barabba al posto di Gesù, per quanto simbolico e legato alla religione. Un popolo fondamentalmente ignorante viene manipolato in maniera molto semplice: non è un caso che le campagne elettorali si conducono per slogan, a vincere sono i migliori comunicatori e tutti i partiti politici hanno interesse a controllare la stampa e la televisione per addormentare la massa critica: negli Stati Uniti, ad esempio, milioni di persone decidono chi votare seguendo un dibattito televisivo seguito come alternativa, ogni quattro anni, ad una partita di football. Si pensi, poi, che ad un popolo ignorante interessa ben poco dello svolgimento della vita pubblica, essendo la sfera personale a prevalere su tutto in una visione dei fatti basata essenzialmente sulla propria ristretta esperienza: ciò che per chi sostiene un’idea può apparire di vitale importanza, infatti, al cittadino medio può apparire come una cosa lontana e poco interessante, se non addirittura noiosa e fastidiosa.
  • Il capitalismo rende schiavi, dunque conservatori. Abbiamo detto prima del fatto che nella nostra società anche i più poveri hanno paura di cambiare e, di conseguenza, temono che una rivoluzione possa fargli perdere un “privilegio” faticosamente acquisito. Idee per certi versi innovative come l’uscita dall’Euro sono dipinte dai media come pericolose ed avrebbero moltissime difficoltà ad affermarsi con un voto popolare perché, appunto, prevarrebbe la paura.
Promuovere per via democratica un pensiero rivoluzionario è una sconfitta in partenza perché:
  • Si deve tradurre il messaggio in maniera estremamente semplice, cercando di raggiungere le masse: masse che non possono dare alcun aiuto, poi, nell’attuazione di un piano di cambiamenti radicali perché distratte dai loro problemi, disinteressate e spesso impossibilitate oggettivamente;
  • E’ come giocare una partita di calcio contro una squadra composta dal doppio dei calciatori: essendo l’elettorato tendenzialmente conservatore, anche se magari ridotto male economicamente parlando, complica la vittoria. La dimostrazione lampante è la Grecia dove, nonostante la tragica situazione economica, i partiti politici oggettivamente responsabili della crisi hanno raccolto comunque consensi ampi se rapportati ai loro errori.
In tutto questo occorre, poi, sottolineare che l’unica funzione vera che dovrebbe esercitare il popolo, quella di controllo di come vengono spese le risorse pubbliche, viene di fatto delegato alle opposizioni che, salvo rare eccezioni, tendono ad accordarsi con le maggioranze fingendo di mettere in piedi un bipolarismo di carta pesta, utile solo a spartirsi il potere. La storia d’Italia degli ultimi anni ce lo ha insegnato in maniera piuttosto lampante. La fine del bipolarismo non è un fatto dovuto ad una maggiore consapevolezza del popolo, purtroppo, ma una variabile legata al fatto che il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale ha fatto venir meno il vecchio schema destra-sinistra, rendendo l’elettorato più liquido e meno catalogabile in classi che votano il solito partito di riferimento. E’ accaduto in Italia nel 2013, in Grecia nel 2014 ed in Spagna nel 2015: i partiti tradizionali, sotto la spinta della crisi economica, hanno perso consensi ed a raccoglierli sono stati nuovi raggruppamenti che hanno pescato indifferentemente in tutte lec.d. classi sociali a causa della fine delle ideologie che, un tempo, giustificavano il voto quasi per partito preso. Anche nel secolo scorso abbiamo vissuto delle crisi, sebbene forse meno gravi di quella attuale, ma non c’è stato un fenomeno analogo a quello attuale da un punto di vista politico perché l’ideologizzazione è stata in grado di incanalare comunque il voto nell’ambito dei soliti schieramenti.

In apertura del paragrafo abbiamo richiamato alla Rivoluzione Francese: al di là di ciò che sentenzia la storia, tutte le rivoluzioni che abbiamo conosciuto sono moti teorizzati da pochi pensatori, in questo caso dalla borghesia, che hanno mobilitato le masse per ottenere qualcosa. Lo Stato Liberale, insegnano i teorici del diritto pubblico, affonda le sue radici nelle aspirazioni politiche della borghesia: c’era una classe sociale che voleva emergere e, per farla, si è servita del popolo. Con storie diverse, tutte le rivoluzioni si sono svolte così mentre quelle vere, di popolo, sono sempre state represse facilmente o, nella migliore delle ipotesi, si sono sciolte dopo poco perché mancava una vera cabina di regia, oltre che un’unità d’intenti tale da governare il cambiamento. Tutto ciò ci porta a ritenere, dunque, che per cambiare veramente la nostra vita occorre adoperarsi individualmente, senza aspettare che siano gli altri ad agire e senza delegare a nessuno il nostro futuro. Chi scrive al momento va ancora a votare, sebbene pensi spesso all’astensionismo: con questo post non vogliamo dirvi di non andare più a votare ma introdurre il pensiero che, oggettivamente, la collettività può fare poco per voi.

Il cambiamento è individuale

Tutto quanto abbiamo detto è legato alla necessità di acquisire la consapevolezza che la decrescita feliceè un percorso individuale e che l’economia italiana è una variabile che non possiamo controllare e che prescinde dalle nostre decisioni. Nel post intitolato Come risparmiare su tuttoabbiamo ragionato sulla necessità di pianificare il nostro bilancio personale sulla base delle nostre esigenze e non di quelle che ci impone il sistema. Nell’articolo, invece, intitolato Come vivere di rendita e smettere di lavorareabbiamo dato degli spunti operativi a cui rimandiamo per attuare il piano di progressivo distaccamento dai dettami della nostra società.

Sebbene ci sforziamo di aspettare che siano gli altri a cambiarci la vita, in realtà dobbiamo metterci in testa che delegare a terzi non serve a nulla: ai politici non frega niente di fare ciò che serve al Paese altrimenti perderebbero il lavoro e non potranno più promettere nulla o ricattare qualcuno. Salvo alcune lodevoli eccezioni, la maggior parte di loro vive un sistema di selezione fatto di ricatti e compromessi con organizzazioni di potere più o meno inquietanti: gran parte dei nostri rappresentanti giunge in parlamento con lo scopo ben preciso di maturare i requisiti per il vitalizio e di percepire il lauto stipendio che, molte volte, serve per rientrare dall’investimento economico fatto per arrivare ad occupare una poltrona in Senato o alla Camera. Se fosse diverso da quanto affermiamo, vista la spinta che comunque è giunta grazie a forze nuove come il Movimento 5 Stelle, i partiti tradizionali avrebbero già agito da un pezzo senza permettere ad una nuova variabile di far parte del panorama politico.

Per ripensare alla propria esistenza, l’unica speranza è quella di prendere in mano la propria vita e di distaccarsi progressivamente dai dettami più spinti del pensiero dominante. Affari Miei, nel suo complesso, contiene diversi strumenti operativi nella sezione Risparmio Casa ed in tutti i post che hanno a che fare con la crescita personale e l’auto-imprenditorialità contenuti in Lavoro e Formazione, Idee Imprenditoriali e Guadagnare Online. Probabilmente rimarrete delusi ma il discorso che abbiamo cercato di introdurre in questo articolo non si può esaurire su una sola pagina: ripensare la nostra economia e procedere verso una decrescita individuale e ragionata postula una serie di pensieri ed azioni che difficilmente si possono catalogare in pochi minuti di lettura. Lo scopo di questo post era solo quello di convincervi che la società, sebbene travestita di “democrazia” e “solidarietà”, può fare ben poco per invertire l’andamento della vostra vita e che per cambiare davvero dovete pensare in maniera diversa, mettendo in discussione gli aspetti più strutturati del pensiero comune.

Scrivere questo ragionamento sull’economia italiana ci è costato due ore di lavoro e settimane di meditazione: un vostro parere, oltre ad arricchire nello spazio dei commenti la discussione, è di estrema importanza per migliorare l’articolo stesso.

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