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Tamponamento a catena: responsabilità e procedura assicurazione

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Sul tamponamento a catena circolano, purtroppo, diverse leggende metropolitane, che in genere danno luogo a discussioni particolarmente accese quando si cerca di stabilire chi debba a chi successivamente ad un incidente del genere. Lo scopo della guida che vi apprestate a leggere è proprio quello di fare chiarezza su una delle questioni più dibattute (e difficili da capire) del Codice della Strada. Cosa succede a livello legale e di responsabilità civile, quando ci troviamo ad affrontare un tamponamento a catena? Quali sono le procedure da seguire con l’assicurazione? Vediamolo insieme.

Di cosa si parla quando diciamo tamponamento a catena

Prima di addentrarci nella discussione, dobbiamo necessariamente stabilire cosa sia un tamponamento prima e un tamponamento a catena poi. Si tratta nello specifico di un incidente nel quale un veicolo urta, con la sua parte anteriore, la parte posteriore di un altro veicolo, che lo precede nel senso di marcia.

Nel caso del tamponamento a catena però sono coinvolti almeno 3 veicoli, di cui quelli in mezzo urtano quelli avanti a causa del precedente tamponamento dell’ultimo veicolo lungo la fila.
In questo caso applicare l’articolo 141 del Codice della Stradaè particolarmente difficile, dato che lo stesso recita appunto:
è obbligo del conducente regolare la velocità del veicolo in modo che avuto riguardo alle caratteristiche, allo stato ed al carico del veicolo stesso, alle caratteristiche e alle condizioni della strada e del traffico e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, sia evitato ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose ed ogni altra causa di disordine per la circolazione” 
Nel caso in cui non ci siano cause di forza maggiore dunque (come può essere quello del tamponamento a catena) la responsabilità civile ed eventualmente penale è sempre a carico di chi ha tamponato.
Guida al tamponamento a catena

Il caso specifico del tamponamento a catena

Nel caso del tamponamento a catena le cose si fanno decisamente più complicate. Individuare il responsabile della serie di incidenti è piuttosto difficile, e per questo la giurisprudenza ha trovato utile dividere le tipologie di tamponamenti a catena in due.

Nel primo caso c’è il tamponamento a veicoli fermi, ovvero quando questi stazionano a causa di una coda nel traffico, oppure in prossimità di un semaforo. In questo caso la responsabilità civile è da imputarsi in via esclusiva a chi è responsabile del primo tamponamento, ovvero dell’ultimo veicolo nella coda di veicoli protagonisti dell’incidente.

Nel caso in cui invece i veicoli siano in movimento, secondo quanto riportato dall’articolo 2054 del Codice Civile, si presume, e citiamo il codice, fino a prova contraria, che ognuno dei conducenti abbia responsabilità pari ovvero abbia concorso in maniera uguale al danno che viene patito dai veicoli singoli.

Tutti i conducenti coinvolti nel sinistro, nella forma di tamponante e tamponato, si ritengono responsabili in egual misura, in quanto non hanno rispettato quella che è la distanza di sicurezza rispetto ai veicoli che li precedono (e sul caso è intervenuta anche la Cassazione, con sentenza n. 4021/2013).
La presunzione generata da questo approccio e dalla lettera del codice rende dunque ogni conducente responsabile per i danni riportati dal conducente e dal veicolo che gli stanno davanti. Si possono comunque produrre prove, previste dalla legge, al fine di discolparsi. Nel caso generale comunque, ogni veicolo tamponato potrà avanzare domanda risarcitoria nei confronti del veicolo che lo ha tamponato, e quindi alla sua compagnia assicuratrice.

Il primo veicolo della colonna di auto tamponate

La responsabilità così ripartita non va comunque a colpire il primo veicolo della colonna, quello che per intenderci non ha urtato nessun altro veicolo. In questo caso, limitatamente al primo veicolo, ci si comporta come se il tamponamento a catena fosse avvenuto a veicoli fermi, con dunque la possibilità per il conducente di rivalersi per i danni da esso stesso patiti e patiti anche dal suo veicolo, nei confronti esclusivi della compagnia assicuratrice del veicolo che lo ha tamponato.

Tamponamento a catena in movimento: in quali casi si può escludere la colpa del tamponature?

Chi si trova a rivestire lo scomodissimo ruolo di tamponatore-tamponante, può comunque produrre prove a sua discolpa, che devono essere comunque ricondotti come fattispecie pressoché unica ai rilevamenti che le forze dell’ordine effettueranno sul luogo dell’incidente.

A creare discolpa possono concorrere la velocità del veicolo tamponante, la sua condotta particolarmente pericolosa, le condizioni atmosferiche che avrebbero dovuto imporre al tamponante una guida adeguata e in generale più attenta.

Sono stato tamponato e ho tamponato a mia volta, nei confronti di chi ho responsabilità?

La domanda in questione è quella che probabilmente interesserà il grosso dei lettori che è arrivato su questa pagina: in questo caso possiamo dire che, in via generale, saremo responsabili esclusivamente per quanto avvenuto al veicolo che ci precede, ovvero quello che abbiamo tamponato.

Saremo ovviamente responsabili per ogni tipo di danno a cose e persone avremo arrecato a causa dell’incidente avvenuto. Possiamo discolparci esclusivamente nel caso in cui fossimo in grado di dimostrare di avere tenuto una condotta su strada impeccabile e che il tamponamento si da imputarsi in via esclusiva al veicolo che ha, a sua volta, tamponato noi.

Quanto appena affermato vale in via pressoché esclusiva per i tamponamenti a catena in movimento. Nel caso in cui invece fossi mo coinvolti in un tamponamento a catena a veicoli fermi, non saremo responsabili di nulla, a meno che non abbiamo dato il via noi al tamponamento a catena.

Chiamare sempre e comunque la polizia

Gli eventi che si registrano in un tamponamento a catena sono sempre di difficile valutazione, soprattuto nei momenti subito successivi all’incidente, fasi concitate che in genere mal si sposano con la nostra lucidità e con quella degli altri conducenti.

A questo scopo è sempre utile ricorrere all’aiuto delle forze dell’ordine, che saranno in grado, al meglio delle loro possibilità, di rilevare quanto avvenuto e attribuire responsabilità in modo chiaro, o comunque qualitativamente migliore rispetto a quello che riuscirebbero a fare i conducenti coinvolti nell’incidente, che più per amore della verità, è normale che agiscano a difesa del loro patrimonio.
Il tamponamento a catena, come avevamo detto in apertura, è un evento piuttosto complesso, che può dare luogo a responsabilità multiple di una pluralità di soggetti e che in genere è accompagnato da danni a cose e persone economicamente ingenti. Meglio sempre affidarsi all’esperienza e al raziocinio delle forze dell’ordine, soprattutto se riteniamo di essere nel giusto e dunque di avere solo da perdere da una potenziale situazione confusa.

Maternità facoltativa e obbligatoria INPS: retribuzione e normativa

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La maternità obbligatoriaè un istituto inerente al Diritto del Lavoro e prevede, per le gestanti prima e per le mamme poi, un periodo di astensione dal lavoro della durata di 5 mesi in totale. Si tratta di un istituto posto ovviamente a salvaguardia della donna in quanto madre e lavoratrice, e che permette al tempo stesso di offrire al neonato la possibilità di stare vicino alla madre, con costanza e senza l’ossessione del lavoro, nei primi mesi di vita. Vediamo insieme quali sono le caratteristiche di questo istituto, cosa cambia rispetto alla maternità facoltativa, come va richiesto, quanta parte della retribuzione “normale” si ottiene e se ci sono cavilli da conoscere per non rimanere a bocca asciutta.

Ricordiamo che alla maternità obbligatoria, prevista dal sistema assistenziale statale, si affiancano altre forme integrative come ad esempio il FondoEst di cui abbiamo parlato in un'apposita guida.

Che parte dello stipendio vi spetta durante la maternità?

Seguendo la norma di legge, che è operativa in senso generale nel caso in cui i Contratti Collettivi Nazionali non vi deroghino, durante la maternità obbligatoria si percepisce l’80% della retribuzione ritenuta normale. L’importo viene calcolato sull’ultimo periodo di paga, il precedente immediato dell’ultimo periodo di paga scaduto. Le norme per calcolare l’80% in questione possiamo trovarlo, per chi ne fosse interessato, agli articoli 22 e succ. del T.U.

Ci sono però contratti collettivi che derogano alla norma stabilita in carattere generale (in quanto la possibilità è comunque prevista dalla legge) e possono permettere alla gestante di raggiungere il 100% della copertura dell’ultimo periodo di paga, fino a parto avvenuto e oltre.
Guida alla maternità obbligatoria e facoltativa

Chi paga l’indennità di maternità?

L’indennità di maternitàè anticipata dal datore di lavoro, così come stabilito dalle leggi vigenti. Ci sono casi in cui però è direttamente l’INPS ad erogare l’assegno:
  • per le lavoratrici stagionali
  • per le lavoratrici del mondo dello spettacolo saltuarie e/o a termine
  • per chi è addetta ai servii familiari o domestici (parliamo nello specifico di colf e badanti)
  • per le lavoratrici sospese (torneremo più avanti su questo punto)
  • per le lavoratrici disoccupate (anche in questo caso ne parleremo di seguito)
Nel caso in cui sia l’INPS ad erogare l’assegno, si può scegliere se ricevere un bonifico presso un conto postale, oppure un accredito su conto corrente bancario.

Come e quando fare domanda?

Per avere diritto di accedere all’indennità, la lavoratrice dipendente deve necessariamente rivolgere domanda sia al datore di lavoro sia all’Istituto Nazionale Previdenza Sociale. Alla domanda va sicuramente allegata una certificazione medica della gravidanza, che deve inoltre specificare quali siano le date presunte di parto e soprattutto il mese di gravidanza che si sta affrontando.

La domanda da inoltrare al datore di lavoro può essere identica a quella che viene preparata per l’INPS. Non sta comunque al datore di lavoro, nel caso in cui l’INPS ravvisi il diritto della gestante alla maternità obbligatoria, scegliere se concederla o meno, trattandosi di norma di legge che non può essere superata neanche in caso di eventuale accordo tra le parti.

Affinchè la domanda sia accettata bisogna trovarsi al settimo mese di gestazione, dato che l’istituto copre, ex-lege, 5 mesi, ovvero 2 prima del parto e 3 dopo il parto.

E dopo il parto?

Per continuare ad avere diritto all’assegno anche dopo il parto, è necessario dare notizia all’Istituto dell’INPS. Si ha diritto a percepire l’indennità per 3 mesi successivamente alla data del parto e bisogna pertanto dare pronta comunicazione (entro 30 giorni) all’INPS dell’avvenuta nascita, corredata da apposito certificato.

Chi ha diritto a percepire la maternità?

Le categorie di lavoratrici che hanno diritto a percepire l’indennità di maternità sono le seguenti:
  • a tutte le categorie di lavoratrici che sono iscritte all’INPS, con assicurazione anche per la maternità. Il gruppo include apprendiste, operaie, impiegate di ogni livello, dirigenti. Il rapporto di lavoro deve essere attualmente in corso al momento della richiesta di inizio del congedo;
  • alle disoccupate, nel caso in cui il congedo sia iniziato entro 60 giorni dall’ultimo giorno di lavoro, oppure nel caso in cui siano passati già i 60 giorni ma spetti comunque l’assegno di disoccupazione;
  • alle disoccupate che negli ultimi due anni sono state impiegate in mansioni che non sono comprese nell’alveo di quelle coperte dall’indennità di maternità, a patto che il congedo sia iniziato massimo entro 180 giorni dall’ultimo giorno di lavoro. È necessario anche che negli ultimi due anni siano stati versati almeno 26 contributi settimanali, ovvero di media 1 su 4;
  • a chi è lavoratrice agricola a tempo indeterminato o determinato, senza alcuna discriminazione, adatto che sia iscritta negli elenchi nominativi annuali per almeno 51 giorni l’anno;
  • a chi è addetta ai servizi domestici, familiari, di pulizia. Anche in questo caso sono necessari i 26 contributi settimanali nell’anno precedente o 52 negli ultimi due anni;
  • a chi lavora a domicilio;
  • a chi lavora LSU o APU (pubblica utilità e in attività socialmente utili);
  • a chi lavora in regime di assicurazione ex IPSEMA.

Si può anticipare e/o posticipare?

Sì, la maternità obbligatoria può essere posticipata o anticipata in alcuni casi, che andremo ad elencare di seguito. Innanzitutto può essere anticipata nel caso in cui si stia affrontando una gravidanza a rischio, ovvero quando si siano presentate durante la gestazione delle complicazioni, certificate e attestate ovviamente dal ginecologo. Allo stesso modo, se il luogo di lavoro può essere considerato insalubre per una gestante, si può richiedere di svolgere mansioni diverse. Nel caso in cui questo non fosse possibile, si può prolungare l’astensione dal lavoro coperta da indennità, che può raggiungere anche i 7 mesi.

Per ottenere la maternità anticipata però è necessario fare domanda, sia se si tratti di gravidanza a rischio, sia se si tratti di condizioni di lavoro non adatte ad una gestante. La domanda deve essere presentata in via esclusiva alla DPL, ovvero Direzione Provinciale del Lavoro. Va allegata la certificazione medica, che deve essere rilasciata dalla ASL oppure da una struttura medica riconosciuta dalla ASL. Nel caso in cui non arrivi alcuna risposta entro i primi 7 giorni, la domanda è da considerarsi accettata: si tratta di una misura tesa, ovviamente, ad evitare i classici ritardi della burocrazia e garantire alla madre un ambiente salubre.

La posticipazione della maternità

Si può usufruire del diritto alla maternità anche posticipatamente: si può scegliere di lavorare fino all’ultimo mese prima della gravidanza, per poi guadagnare un mese nella seconda parte della maternità, ovvero quella post-parto. Il totale rimane comunque, ovviamente, di 5 mesi, dato che alla posticipazione non sono legati problemi di salute o insalubrità del luogo di lavoro: si tratta semplicemente della scelta della futura madre, che invece certifica che le condizioni di lavoro sono buone al punto tale da consentirle di rimanere oltre il settimo mese di gestazione.


Quanto dura in totale la maternità obbligatoria?

La maternità obbligatoria dura per due mesi prima del parto, ai quali vanno aggiunti i “bonus” stabiliti dalla DPL nel caso in cui ci siano o gravidanza a rischio, oppure un ambiente di lavoro non adatto ad una gestante.

Successivamente al parto, dura 3 mesi (a patto che non sia scelto di posticipare la maternità, come detto poco prima), ai quali vanno comunque aggiunti dei giorni in deroga, nel caso in cui ci fossero, per parto prematuro e precoce. I 3 mesi vanno calcolati, per intenderci, sempre a decorrere dalla data presunta di parto, e non da quella effettiva nel caso in cui si tratti di parto, appunto, precoce. Anche per il post-part l’ASL o la DPL può attribuire dei giorni “bonus”, nel caso in cui la donna sia destinata a mansioni che non sono incompatibili con il suo stato di salute di puerpera.

Dopo la maternità non cessano i diritti

Chi è già stata mamma sa bene che i bisogni del bambino non terminano al terzo mese di età e questo dato è stato raccolto anche dal legislatore, che è riuscito a mettere a disposizione delle neo-mamme, con l’istituto dell’allattamento INPS, un utile strumento per continuare a seguire il proprio piccolo.
Ne abbiamo parlato diffusamente in un altro articolo ed è per questo che ricorreremo ad una brevissima sintesi: si tratta di un permesso di 2 ore, su base giornaliera, che è stato pensato per consentire, appunto, l’allattamento.

Può essere richiesto anche dal papà, nel caso in cui la mamma non volesse usufruirne e completa un po’ quello che è il ciclo dei diritti della gestante e neo-mamma.

Che cos’è la maternità facoltativa?

La normativa vigente in Italia prevede anche altri istituti a tutela della maternità. Possiamo infatti individuare un altro gruppo di diritti, che va comunemente sotto il nome di maternità facoltativa, in quanto maturano soltanto in virtù dell’espressa richiesta di uno dei due genitori.

Si tratta del diritto di avere a disposizione, oltre i primi 3 mesi di maternità, 6 mesi in totale (da consumare sia in modo continuativo che invece a scaglioni, come si preferisce) per stare lontani dal lavoro e occuparsi del bambino. Può essere richiesto da entrambi i genitori, ma in quel caso non può superare, a seconda dei casi, i 10 o gli 11 mesi.

Successivamente al termine della maternità obbligatoria, che è un’astensione praticamente forzata dal lavoro, le mamme (e i papà) possono dunque scegliere di prolungare il periodo di allontanamento dal lavoro, fino ad un massimo di 6 mesi (e qualcosina in meno nel caso in cui scelga di usufruirne anche il papà).

A quanto ammonta l’indennità?

L’indennità per il congedo parentale facoltativo è sicuramente meno appetibile e interessante di quella riconosciuta per la maternità obbligatoria. Parliamo infatti di un mero 30%, che rende l’istituto, soprattutto secondo le associazioni che si occupano di difesa della maternità, un diritto per quasi soli ricchi, o comunque per chi può permettersi il lusso di rinunciare al 70% dello stipendio.

Chi può usufruirne, quando se ne po’ usufrire

Ci sono casi specifici, stabiliti dalla legge, nei quali la durata della maternità facoltativa è alterata:
  • 7 mesi nel caso in cui la donna sia casalinga e l’unico ad essere titolare di un rapporto di lavoro dipendente sia il marito
  • 10 mesi nel caso in cui si tratti di famiglia mono-genitoriale
  • 3 anni, nel caso in cui venga fatta richiesta in seguito ad un grave handicap del bambino, che può essere sostituita anche da 2 ore di permesso giornaliero

I permessi per malattia

Secondo le leggi vigenti, fino al compimento del terzo anno di età da parte del bambino, i genitori possono non recarsi a lavoro, alternativamente, producendo semplicemente un certificato medico che attesti il cattivo stato di salute del piccolo.

Successivamente, nella fascia di età che va dai 3 agli 8 anni, sono concessi esclusivamente 5 giorni l’anno per genitore. I permessi così ottenuti non vengono retribuiti, anche se ovviamente non possono dare luogo ad azione disciplinare nei vostri confronti.
Guida alla maternità facoltativa e cenni sul congedo parentale

Il congedo parentale: un problema per la produttività nazionale

Sì, davanti alla maternità sembrerà un po’ becero farsi i conti in tasca, ma è così che ha pensato il legislatore ed è dunque così che dobbiamo, per dovere di cronaca, riportarvi.

Per arginare il fenomeno del congedo parentale, la Repubblica Italiana mette a disposizione un trattamento economico integrativo di 600 euro (qui la guida: Voucher Baby Sitter INPS), il cui utilizzo è però vincolato al pagamento o di baby sitter, oppure di asili nido. L’allontanamento dal lavoro, per le casse dell’INPS, è sicuramente più oneroso, dal momento in cui si deve corrispondere dell’80% del salario, che spesso e volentieri è più alto dei 600 euro di bonus forniti per pagare le baby sitter.

Questa possibilità inoltre, al contrario di quanto avviene per la maternità obbligata, è aperta anche alle mamme che sono iscritte alla gestione separata dell’INPS. Questo vale ovviamente per chi non è iscritto ad una particolare cassa previdenziale, all’interno delle quali sono previsti trattamenti per la maternità da individuare caso per caso.

Il jobs act “regala” la maternità anche alle parasubordinate

Il Jobs Act, un po’ maliziosamente anche perché ha tentato l’ennesima normalizzazione del lavoro parasubordinato in Italia, si è preoccupato di garantire la maternità anche alle lavoratrici di questo particolare segmento del mercato del lavoro e questo è valido anche per i casi in cui il datore di lavoro non si sia preoccupato di versare i contributi.

Si tratta di una situazione che purtroppo colpisce moltissime donne nel nostro paese, e che rende ancor più difficile, se fosse possibile, pianificare una gravidanza per le giovani coppie. Le garanzie, come avete potuto vedere da questo articolo, ci sono, basta conoscere i propri diritti!

Come aprire un allevamento di lumache: costi e guadagni dell'elicicoltura

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Aprire un allevamento di lumache non è un’attività molto in voga in Italia anzi, per molti, è qualcosa a cui non si è mai pensato di fare. Eppure, che ci crediate o meno, l’elicicoltura (allevamento di lumache) è un campo che è in forte crescita e rappresenta una valida idea imprenditoriale

Avviare quest’attività può essere fonte di un ottimo guadagno visti gli sviluppi delle medicine naturali che considerano le lumache un alimento con caratteristiche nutrizionali molto benefiche. In più sappiamo tutti che è una prelibatezza gastronomica molto diffusa in Paesi come la Francia: le famose “escargot” che vediamo spesso ordinare in un ristorante francese o semplicemente ci è capitato di vedere qualche film ambientato ad esempio a Parigi.
Potrebbe interessare anche la guida su: Come aprire un'azienda agricola oggi

Aprire un allevamento di lumache assicura buoni guadagni?

Aprire un allevamento di lumache può essere un ottimo investimento per chi sogna di mettersi in proprio. Non sono richieste particolari conoscenze (ciò non vuol dire che non dobbiate lavorare per crescere ed imparare il mestiere!) ed è un’attività che può assicurare dei buoni guadagni (occhio: buoni guadagni non vuol dire fare soldi subito!). Il mercato dell’elicicoltura è in costante sviluppo. E anche l’interesse delle persone negli ultimi anni è cresciuto notevolmente. Infatti nel 2010 il business mondiale delle lumache è arrivato a 10 miliardi di euro, in barba alla continua crisi che attanaglia ancora oggi, dopo sei anni, l’Europa e il mondo intero.

Come si apre un allevamento di lumache?

Innanzitutto per avviare un allevamento di lumache bisogna avere dei terreni ampi per crescere questo tipo di molluschi. Occorre avere, inoltre, delle conoscenze in materia e se non si hanno basta acquisirle. Bisogna anche avere un carattere e un modo di pensare da imprenditori: è un’attività particolare, non da tutti, quindi bisogna credere in sé stessi, in quello che si sta facendo e bisogna avere passione e pazienza. Ma, dato che l’allevamento di lumache è un campo poco diffuso e quindi molto originale almeno in Italia, potremmo avere grandi possibilità di successo e quindi di guadagno se facciamo le cose per bene da un punto di vista organizzativo ed imprenditoriale.

Quando e come avviare l’allevamento di lumache: in che momento partire con l'elicicoltura

Consigli per avviare un allevamento di lumachePer iniziare, l’elicicoltura bisogna innanzitutto aspettare la primavera. Appena inizia il bel tempo vanno messe nel terreno che abbiamo a disposizione le chiocciole fattrici che si accoppiano e si riproducono. Una volta nate le nuove lumache bisogna metterle all’ingrasso e quindi nutrirle. Attenzione ad usare cibi vegetali senza aggiunta di sostanze chimiche, ovvero totalmente biologiche come broccoli, cavolfiori, bietole e radicchio. Altri cibi vegetali come le foglie di insalata vanno aggiunte per far sì che le nostre lumache si proteggano dal freddo in inverno e dal caldo in estate. Attenzione anche ad utilizzare strutture che proteggano i molluschi perché possono essere attaccati da uccelli e roditori. Infatti è assolutamente necessario che vengano allevate all’aria aperta perché necessitano di una grande quantità di luce del giorno. In più è necessario e imprescindibile per un buon allevamento di lumache irrigare e pulire sempre i terreni cosicché le chiocciole possano avere un habitat che gli permetta di crescere in modo giusto e quindi proficuo per chi vuole intraprendere quest’attività. Queste informazioni sulle norme igieniche da rispettare possono essere tranquillamente reperite alle Asl regionali di appartenenza. 

Le lumache potranno essere immesse sul mercato solo una volta raggiunti i due anni di vita che per loro rappresentano l’età adulta. Detto ciò bisogna tener presente che la percentuale di mortalità delle lumache è molto alta. Infatti ogni lumaca può produrre fino a quaranta uova all’anno ma solo la metà circa riuscirà a sopravvivere.

Per avviare un allevamento di lumache qual è l’investimento iniziale?

Calcoliamo che abbiamo a disposizione 5000 metri quadrati lordi: abbiamo bisogno di 6000 euro per la recinsione sia interna che esterna; circa 1000 euro per i prodotti contro i predatori quindi derattizzanti e disinfettanti; circa 5000 euro per 24 mila chiocciole per poter iniziare l’allevamento e infine 600 euro per i materiali per la semina. Infine, bisogna essere iscritti al Registro delle Imprese agricole in Camera di commercio; essere in possesso di Partita Iva; l’iscrizione all’Inps e all’Inail e la Valutazione del rischio L.626/1994. Molte regioni italiane, per incentivare l’allevamento di lumache, hanno messo a disposizione aiuti pubblici, pertanto è consigliabile informarsi sui portali istituzionali o attraverso la consulenza di un professionista specializzato nell'intercettazione di risorse comunitarie e nazionali.

Bonifico parlante per ristrutturazione e bonus mobili: guida completa

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Bonifico parlante: se ne avete sentito parlare sarete sicuramente a caccia di quelle che sono le agevolazioni garantite dalla Legge di Stabilità 2015, poi riprese in egual misura nella Legge di Stabilità 2016 e quindi ancora in vigore nel momento in cui scriviamo. Parliamo di uno strumento che uno dei requisiti, infatti, per ottenere alcune detrazioni fiscali che vengono garantite a chi mette in opera una ristrutturazione o un acquisto di mobili (del caso specifico andremo a parlare più avanti).

Che cos’è nello specifico il bonifico parlante? Di cosa abbiamo bisogno per farlo? In caso ce ne dimenticassimo, abbiamo ancora diritto agli sgravi? Vediamolo insieme, in una guida che non ha intenzione di lasciare davvero nulla al caso.

Una condizione essenziale

A scanso di equivoci è bene specificare sin in apertura che il bonifico parlante è la conditio sine qua nonè impossibile anche solo pensare di aver diritto agli sgravi fiscali. Quindi per rispondere ad una delle domande che ci siamo posti in apertura, dobbiamo dire che sì, il bonifico parlante è uno strumento necessario e indispensabile per questo tipo di pratiche.

Che cos’è nello specifico il bonifico parlante?

Si tratta di uno specifico bonifico che può essere fatto sia in banca, sia presso un qualunque ufficio postale, per il quale devono essere inseriti dei dati specifici e una causale precisa.
I dati necessari per avere un bonifico parlante sono:
  • il codice fiscale, la cui assenza potrebbe precludere la possibilità di avere una base per chiedere sgravi per ristrutturazioni edilizie;
  • la causale: nella quale deve essere inserito il riferimento normativo esatto che si riferisce alla possibilità dello sgravio fiscale;
  • la coincidenza tra chi effettua il bonifico e chi poi chiederà lo sgravio fiscale. Non è possibile infatti che le due persone non coincidano.

Cosa fare in caso di errore nel bonifico parlante

Nel caso in cui ci sia stato un errore nel bonifico parlante, come potrebbe essere il caso ad esempio della non coincidenza tra bonificante e soggetto che richiede lo sgravio, o un errore nel codice fiscale, o di nuovo nella compilazione della causale, l’unica soluzione è quella di ripetere il pagamento. Bisognerebbe cercare di mettersi d’accordo ovviamente con l’azienda che si è occupata della ristrutturazione al fine di annullare il primo pagamento, allo scopo di evitare di pagare, appunto, due volte. Non esiste, almeno nel momento in cui vi scriviamo, alcun modo per correggere un bonifico parlante errato.

L’Agenzia delle Entrate, soprattutto negli ultimi tempi, si è dimostrata più morbida nei confronti di chi ha compiuto errori nella compilazione del bonifico parlante, anche se piuttosto che rimanere alla mercé della bontà dell’Agenzia, è sempre più indicato ripetere il pagamento per poi annullare il primo. La Regione Piemonte, non si capisce a che titolo francamente né tanto meno il campo di azione del suo provvedimento, ha indicato comunque tutti gli errori contenuti nel Bonifico Parlante come sanabili, non costituendo dunque l’errore motivo per rifiutare al contribuente le detrazioni per ristrutturazioni, acquisto di mobili o elettrodomestici.

Cosa scrivere nella causale del bonifico parlante?

Come funziona il bonifico parlante?Al fine di avere un bonifico parlante che sia adeguato al fine di richiedere lo sgravio fiscale del 50%, è necessario scrivere in causale sia il riferimento al numero e alla data della fattura, sia il riferimento alla legge:
  • articolo 16-bis del d.P.R. 917/1986
  • legge 499/1997 (quando invece lo sgravio richiesto è quello del 36%)

Chi deve essere l’ordinante del bonifico parlante? E il beneficiario?

L’ordinante del bonifico parlante deve essere lo stesso soggetto a cui sono intestate le fatture e soprattutto la stessa persona che andrà poi a richiedere lo sgravio. La persona in questione deve indicare anche il suo codice fiscale, nel caso in cui volesse accedere alla Detrazione del 50%.
Per quanto riguarda invece il destinatario, vanno inseriti il nome aziendale o dell’artigiano, la partita IVA o il codice fiscale, così come vengono riportati in fattura.

Esempi di causale per il bonifico parlante

Possiamo di seguito fornirvi degli esempi di causale per il bonifico parlante, che vi consentiranno di avere a disposizione qualche modello in modo da non compiere errori. Non esiste un formato standard, e potrete scrivere i dati fondamentali nell’ordine e nella forma che preferite:
  1. Bonifico di pagamento per ristrutturazione, art 16-bis D.P.R. 917 del 1986 (Detrazione 50%) a pagamento della fattura n. X, emessa da Y, in data X/Y/XXXX
  2. Bonifico a pagamento della fattura n. X / emessa da Y, in data X/Y/ZZZZ, Detrazione al 36% ex legge 499/1997
  3. Bonifico a pagamento della fattura n. x / emessa in data X/UU/YYYY da Y, riferimento Detrazione 55–65% come da art. 1, commi 344,347, legge 27 Dicembre 2006 n. 296.
Si tratta di poche e necessarie informazioni, che però possono fare la differenza tra il poter ottenere la detrazione oppure no, quindi prestiamo la massima attenzione non solo al riferimento legislativo, ma anche al numero di fattura, a chi l’ha emessa e in che data è stata emessa.

Errori molto comuni, che hanno portato all’intervento dell’Agenzia delle Entrate

La semplicità non è mai stata di casa, né al Ministero delle Finanze né all’Agenzia delle Entrate e l’argomento della guida di oggi ne è sicuramente l’esempio. Siamo purtroppo davanti, infatti, ad una procedura che poteva essere resa molto più semplice fornendo una guida (o dei moduli per bonifico precompilati) a chi avesse intenzione di chiedere lo sgravio fiscale.

L’Agenzia delle Entrate, dopo essersi resa conto del pasticcio fatto (con conseguenti proteste di chi non è riuscito a ottenere la detrazione, che in alcuni casi hanno raggiunto anche le cronache nazionali), ha deciso di pubblicare una guida che indica per (quasi) filo e per segno come compilare la causale del bonifico parlante. Si tratta di una mossa comunque tardiva, che ha portato comunque molte Agenzie delle Entrate sul territorio a mostrare una certa (e insolita) flessibilità nella compilazione del suddetto bonifico.

Questo però sicuramente non può voler dire che potremo fare come meglio crediamo. Scrivere i dati di cui abbiamo parlato sopra è di fondamentale importanza, dato che nel caso in cui vi dovesse essere rifiutata la detrazione, non potrete sicuramente fare appello all’elasticità che, almeno fino ad oggi, l’Agenzia ha mostrato.

Per cosa si può usare il bonifico parlante?

Il bonifico parlante, in chiusura, è uno strumento che è necessario per richiedere diversi tipi di detrazioni, tra i quali ricordiamo:
  • detrazione per gli interventi di ristrutturazione su immobile di proprietà
  • detrazione per l’acquisto di mobili
  • detrazioni per l’acquisto di elettrodomestici
Si tratta delle categorie tipo per i quali è stato concepito il bonifico parlante, allo scopo di spingere tra le altre cose, molti acquirenti e committenti a pretendere la fattura, in un settore, quello dell’edilizia, dove almeno a detta del legislatore si nasconderebbero le principali evasioni fiscali. Si tratta di una necessità, quella dell’utilizzo del bonifico parlante, che probabilmente verrà indicata di nuovo anche nelle prossime Leggi di Stabilità, dato che è riuscita a fornire una buona base per cominciare a combattere l’evasione fiscale, andando a colpire un settore che, almeno fino a un decennio fa, era quasi completamente sommerso.

È necessario ricorrere all’aiuto di uno specialista?

Sicuramente non si tratta di una questione tanto complessa da dover ricorrere alla consulenza di un commercialista. Il nostro consiglio è comunque quello di effettuare il bonifico in banca e chiedere aiuto al bancario, che con ogni probabilità avrà già avuto modo di compilare migliaia di questi bonifici parlanti.

Ci sono buone probabilità che la vostra banca, dando un’occhiata alla fattura, sia in grado di scegliere il riferimento normativo giusto e inoltrare un bonifico parlante che abbia tutte le parti necessarie per essere operativo per le Detrazioni Fiscali della Legge di Stabilità 2016.

Accertamento con adesione: cos'è e come funziona

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L'accertamento con adesione tecnicamente è classificato tra gli strumenti cosiddetti “deflativi del contenzioso" ed è stato riordinato nel 1997, con l'obiettivo di perseguire una maggiore efficacia dell'accertamento tributario, anche mediante l'istituzionalizzazione del contraddittorio tra contribuente e fisco. La Pubblica Amministrazione, grazie a questo strumento, può valutare con obiettività le argomentazioni fornite dal contribuente, affinché si possa definire correttamente la giusta pretesa tributaria. In questa attenta analisi da parte dell’Amministrazione si considerano gli elementi in possesso dell'ufficio e quelli forniti dal contribuente. Sulla base di questa definizione possiamo affermare che l’accertamento in esame in questo articolo consiste in un procedimento complesso che si articola sulla base di regole e procedure precise a cui l'ufficio deve attenersi.  Sostanzialmente, la procedura può svolgersi o d'ufficio, su iniziativa dell'Amministrazione, oppure su richiesta del contribuente: si parla, in tal caso, di istanza di accertamento con adesione. Analizziamo ora i vantaggi che derivano da tale procedimento.

Accertamento con adesione: chi può aderirvi e quali imposte accertare

Tutti i contribuenti sono ammessi alla definizione delle maggiori imposte accertate dal Fisco: quindi vi possono aderire sia persone fisiche, sia società di persone o di capitali, enti, associazioni professionali, e sostituti d'imposta. A nessuno è preclusa la possibilità di accedere alla procedura: infatti non sono previste cause di inammissibilità o di esclusione, salvo in alcuni casi che analizzaremo nel paragrafo successivo. Per quanto riguarda i tributi che possono essere accertati, il nuovo accertamento con adesione, in corso dal 1997, si estende a tutte le categorie reddituali, mentre prima di allora l’accertamento era limitato ai soli redditi d'impresa e di lavoro autonomo derivanti dall'esercizio di arti e professioni.
Guida all'accertamento con adesione
Fonte foto: Google Immagini
Per quanto riguarda le imposte da accertare, è possibile applicare l’accertamento a tutte le principali imposte, sia dirette che indirette; ciò significa che si possono accertare Irpef, Irpeg/Ires, Irap, Iva, imposta sulle donazioni e quella sulle successioni. Inoltre si possono accertare l’imposta di registro, quelle ipotecarie e quelle catastali, l’Invim ordinaria e decennale, oltre che l’imposta sostitutiva dell'Invim, imposte sostitutive sulla rivalutazione dei beni delle imprese, l’imposta sostitutiva su riserve o fondi in sospensione, imposta sostitutiva sulle operazioni di credito. Infine l’accertamento con adesione è applicabile per l’imposta erariale di trascrizione e addizionale regionale all'imposta erariale di trascrizione eper l’imposta provinciale sull'immatricolazione di nuovi veicoli.

Casi di esclusione dall’accertamento con adesione

I casi in cui non è possibile accedere all’accertamento con adesione sono quelli in cui si riscontra una liquidazione automatizzata delle imposte, come stabilito all’ex articolo 36 bis o ex art. 54 – bis per l’Iva, oppure nel caso di un controllo formale ex 36-ter dell’art. 54- bis (liquidazione automatizzata), D.P.R. 633/1972 (per l’Iva), dato che, in queste ipotesi, si verte in materia – più che di accertamento – di liquidazione (delle imposte). È possibile definire anche solo una delle imposte e non tutte: quindi nel caso di accertamento su quattro imposte per diverse fattispecie è possibilerichiedere accertamento conadesione e abbassare le sanzioni anche solo su una di queste.

Effetti dell’accertamento con adesione

Quali sono gli effetti dell’accertamento con adesione? Il principale effetto è rappresentato dalla riduzione delle sanzioni a un quarto del minimo previsto dalla legge. Si tratta di un'agevolazione che però non può essere estesa alle liquidazioni e al controllo formale delle dichiarazioni, alle attività in relazione alle quali si rendono dovuti imposta, interessi e sanzioni. In questi casi non si applica la riduzione del quarto sopracitato. La procedura dell’accertamento con adesione produce effetti anche nei casi delle sanzioni a carattere penale: ciò perché la definizione dell'accordo, con l'estinzione del debito tributario, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, costituisce una circostanza attenuante, dalla quale deriva una riduzione pari anche alla metà delle sanzioni penali previste e la conseguente mancata applicazione delle sanzioni accessorie. Tale accertamento non è impugnabile e non è né modificabile né integrabile.

Procedimento dell’accertamento con adesione: d’ufficio o su istanza del contribuente

Sia il contribuente che l’ufficio hanno la possibilità di avviare la procedura. Nel primo caso l’istanza di accertamento con adesione viene avanzata dal contribuente a seguito di una notifica di avviso di accertamento. Tale istanza viene redatta in carta libera e deve contenere il riferimento all'atto contro il quale è proposta, oltre che un recapito, anche telefonico. Quindi deve essere consegnata o spedita all'ufficio che ha emesso l'atto impositivo, ciò prima della scadenza dei termini per l'impugnazione in Commissione tributaria dello stesso. Dopodiché l’ufficio, entro 15 giorni dal ricevimento della domanda, formula al contribuite l'invito a comparire. La presentazione dell’istanza di adesione ha il potere di sospendere per un periodo pari a 90 giorni i termini di impugnazione dell'atto. Ad esso va eventualmente aggiunta la sospensione feriale, che va dal 1° agosto al 15 settembre.

Nel caso dell’istanza avanzata su iniziativa dell’ufficio locale dell'agenzia delle Entrate, tale ufficio deve notificare al contribuente un invito a comparire, specificando giorno e luogo del contraddittorio e i periodi d'imposta interessati dal procedimento. Nell’invito a comparire vanno precisati anche gli elementi rilevanti ai fini dell'accertamento: l’obiettivo di ciò è permettere al contribuente di sostenere il contraddittorio con piena cognizione dei fatti e controbattere alle argomentazioni del Fisco, anche attraverso l'esibizione di elementi e prove che rendano possibile un diverso giudizio dell'Amministrazione finanziaria. Il contribuente destinatario dell'invito non è comunque obbligato a comparire, ma se l'ufficio dovesse poi procedere a notificargli un avviso di accertamento, allora gli sarà preclusa la possibilità di richiedere e instaurare il procedimento di adesione. Dalla procedura appena descritta si evince che tra l’agenzia delle entrate e il contribuente si instaura un vero e proprio contraddittorio o dialogo, in cui entrambi potranno fornire informazioni aggiuntive che ricostruiranno la fattispecie in modo più completo ed approfondito per cui vi recherete anche fisicamente dal funzionario che ha emesso l’atto.
Procedura di accertamento con adesione

Accertamento con adesione e perfezionamento dell’accordo

Una volta raggiunto l’accordo tra le parti si passa alla fase della redazione dell’atto contenente gli elementi dell’adesione, oltre che le imposte e le sanzioni. Tale atto va redatto in duplice copia e la procedura si perfeziona con il pagamento delle somme risultanti dall'accordo, che può avvenire anche a rate, una volta rilasciata una garanzia adeguata, come può essere una fideiussione bancaria. Il numero massimo di rate consentito ammonta a otto rate trimestrali oppure di dodici rate mensili (ciò nel caso di pagamenti di somme, comprensive di imposte, interessi e sanzioni, superiori a 51.645,70 euro). Il versamento deve avvenire entro i venti giorni successivi alla data di redazione dell'atto. Nel caso di un pagamento rateale, l'importo delle rate successive comprensivo di interessi legali, deve essere versato con cadenza trimestrale. Quali documenti dovrà inviare il contribuente, in seguito al pagamento? Una volta effettuato il versamento (quando non rateizzato) il contribuente deve far pervenire all'ufficio una copia del relativo attestato. Nel caso del pagamento a rate, invece, deve far pervenire una copia dell'attestato di versamento della prima rata e la documentazione, in originale, attinente la garanzia.

Riduzione delle sanzioni con l’accertamento con adesione

L’accertamento con adesione può ridurre le sanzioni ad un terzo del minimo edittale o comportare la non applicazione delle pene accessorie nel caso in cui, prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti costituenti reato vengano estinti. Tale riduzione viene applicata anche ai contributi previdenziali e assistenziali correlati agli imponibili tributari accettati e condivisi nell’accertamento con adesione. Fondamentale è effettuare subito l’accertamento, poiché ciò che la parte accerta viene considerato come elemento di prova nei contenziosi, anche futuri.

Mancato pagamento della rata

Il mancato pagamento dell’importo dovuto o della prima rata comporta che l’atto non si perfezioni. In questo caso viene ridato avvio alla procedura di contenzioso. Nel caso di pagamento rateale in cui il contribuente versi la prima rata e non le successive, allora viene maturata una sanzione pari al 60% dell’importo non versato. La Legge di Stabilità del 2016, tuttavia, ha abbassato questa percentuale al 45%. La Legge di Stabilità ha apportato anche altre innovazioni: essa ha infatti introdotto il criterio del lieve inadempimento secondo cui chi abbia versato parzialmente una rata per una somma non inferiore al 3% del dovuto non decade dalla rateizzazione, anche nel caso delle somme dovute a seguito di controllo automatici o formali. Per quanto riguarda il pagamento in ritardo, è stata prevista la possibilità di non decadere dal beneficio della rateizzazione se il ritardo del pagamento della rata non si protrae per oltre sette giorni rispetto alla scadenza naturale della rata.

Ricorso e prescrizione dell’accertamento con adesione

La prescrizione e la decadenza delle cartelle esattoriali dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate sono due concetti differenti con due termini di prescrizione diversi: per quanto riguarda la prescrizione nell’accertamento con adesione, i termini di prescrizioni cambiano al variare della tipologia di tributo, quindi a seconda dell’imposta in questione. In ogni caso, per valutare se vi è un caso di prescrizione, bisogna verificare che non siano decorsi i termini prescrizionali di generazione e notifica del ruolo. La scadenza dei termini rende la cartella annullabile. Inoltre bisogna valutare la presenza di eventuali vizi di nullità o annullabilità della cartella di pagamento. Si può effettuare ricorso nel caso in cui le tasse in questione fossero già state pagate. Tuttavia è molto meno complicato recarsi direttamente all’ufficio che ha emesso l’atto per chiarire la situazione. Un altro caso potrebbe essere quello della mancanza di un’adeguata motivazione inserita nella cartella: in questo caso è possibile presentare ricorso fondando la pretesa sull’eccezione del difetto di motivazione. Infine il ricorso può basarsi sull’iscrizione di ipoteca senza aver ricevuto prima l’intimazione al pagamento: infatti è necessaria un’intimazione al pagamento preventiva in cui si richiede di pagare entro 30 giorni dalla notifica.

Cauzione affitto: interessi e restituzione, guida completa

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Quando si firma un contratto di locazione come garanzia di un corretto adempimento di tutti gli obblighi provenienti dal rapporto tra il locatore (il padrone di casa) e il conduttore (l’inquilino), il primo fa versare al secondo un deposito cauzionale detto appunto “cauzione”. Quest’ultima è molto usata perché evita costi di un’eventuale causa e della sempre eventuale esecuzione forzata. La cauzione d'affitto è una somma di denaro che si versa in più rispetto al canone locatizio e vale come garanzia di obblighi come la riconsegna dell’immobile senza danni o il pagamento dei canoni e via dicendo. 

La cauzione non può essere, per legge, superiore a tre mensilità del canone sia per una locazione di tipo abitativo che di tipo commerciale. La somma che si versa produce interessi legali. Questi interessi devono essere dati al conduttore alla fine di ogni anno. Se il locatore non ha adempito al termine annuale, deve versare tutto al termine della locazione in un’unica soluzione. Infine quando termina la locazione, la cauzione va restituita al conduttore a patto che quest’ultimo abbia rispettato tutti gli obblighi impostigli. Per le locazioni ad uso abitativo le modalità sono liberamente decise da parte dei due contraenti, per le locazioni a uso commerciale la disciplina ha un carattere obbligatorio.
Leggi anche: Come affittare casa: la guida definitiva - Contratto di affitto a canone concordato: guida completa - Focus sul contratto d'affitto transitorio

Cauzione d’affitto: pagamento degli interessi

Cauzione affitto casa: guida su interessi e restituzione
Il locatore è obbligato a dare gli interessi legali alla cauzione al conduttore. Quest’obbligo è inderogabile perché tutela il contraente per impedire che gli interessi che percepisce il locatore possano incrementare il corrispettivo della locazione in maniera occulta. Da questo derivano due conseguenze: gli interessi devono essere dati al conduttore anche se questi non ne fa richiesta; non valgono a livello legale eventuali clausole contrattuali che manifestano una restituzione differente rispetto a quello definita dalla legge.

Restituzione della cauzione d’affitto

Una volta terminato il periodo di locazione, sia se si è arrivati a normale scadenza che se c'è stata risoluzione anticipata, se chi ha soggiornato nell’immobile o ne ha fatto un uso commerciale deve ricevere dal padrone di casa la somma versata come cauzione che sarà maggiore rispetto a quella inizialmente versata nel caso in cui gli interessi maturati non siano stati corrisposti ogni anno e solo se il conduttore ha rispettato tutte le obbligazioni. Quindi il locatore è tenuto a scegliere se dare al conduttore gli interessi sul deposito cauzionale o alla fine di ogni anno o al termine del periodo di locazione, insieme alla cauzione. 
Il locatore deve restituire la cauzione al conduttore in regola con i pagamenti anche se ritiene di avere dei motivi per trattenerla. In sintesi se il padrone di casa è convinto fermamente di tenere per sé il deposito cauzionale come risarcimento dei danni provocati all’immobile dell’inquilino, non può agire in autonomia ma deve fare una causa e chiedere al giudice di disporre l’attribuzione in suo favore. Quando un locatore non restituisce la somma dovuta al conduttore, quest’ultimo potrà far partire un ricorso per decreto ingiuntivo contro il locatore per avere la restituzione di quello che gli spetta. Come è normale però, come già detto prima, che quest’obbligo di restituire il deposito cauzionale è del locatore appena termina il periodo di locazione, è altrettanto normale che l’obbligo di restituire la cauzione scatta soltanto se il conduttore abbia adempito a tutte le propri obbligazioni. Altrimenti il deposito cauzionale non va riconsegnato dal locatore al conduttore. Infatti è una garanzia, come già detto, che previene il mancato rispetto delle obbligazioni dell’inquilino.

Quanto tempo ha il conduttore per richiedere la restituzione della cauzione?

Secondo la legge viene applicata la prescrizione ordinaria di dieci anni. Entro questo termine il conduttore può chiedere che gli vengano restituite le somme versate come cauzione.

Cosa accade se il padrone di casa vende l’immobile?

Il nuovo acquirente dell’immobile subentra nei diritti e nei doveri del contratto di locazione e quindi anche nell’obbligodi restituzione della cauzione versata dall’inquilino. Quindi, sebbene il conduttore abbia versato il deposito cauzionale a un’altra precedente persona, il nuovo acquirente deve restituire la stessa somma dovuta all’inquilino senza che quest'ultimo la perda per alcun motivo.

Risoluzione anticipata del contratto di locazione

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Non tutti i contratti di locazione raggiungono il loro termine naturale. In moltissimi casi infatti, e questa è una prerogativa tanto del locatore quanto del locatario, vi può essere un’estinzione anticipata del contratto, che libera entrambe le parti da qualunque tipo di obbligazione ed estingue completamente il rapporto. Le posizioni del locatario e del locatore però non sono simmetriche secondo la normativa vigente in Italia, e ad ognuna delle due parti sono riservate e precluse talune azioni. Vediamo insieme tutto quello che c’è da sapere sull’estinzione anticipata del contratto di locazione, di quali sono i requisiti e quali sono le possibili conseguenze sul piano legale.

Prima ipotesi: la risoluzione consensuale del contratto di locazione

A prescindere da quale potrebbe essere la scadenza indicata nell’accordo, le parti hanno sempre il diritto di risolvere il contratto di comune accordo. In questo caso infatti, la volontà delle parti, chiara e univoca nel decidere di sciogliere il vincolo, è assolutamente sovrana e le uniche conseguenze sono di carattere fiscale. Bisognerà contattare l’Agenzia delle Entrate: è dovuta infatti, nel caso in cui non si fosse optato per la cedolare secca, pagare un’imposta di registro per la risoluzione anticipata del contratto che è pari, nel momento in cui vi scriviamo, a 67 euro. L’imposta può essere pagata sia per via telematica, via RLI o RLI-Web, oppure ricorrendo al modello F24 Elementi Identificativi, codice tributo 1503. In entrambi i casi va presentata prova del pagamento presso l’ufficio dove era stato registrato il contratto, allo scopo di regolarizzare la propria posizione.

La risoluzione anticipata del contratto di locazione non è può essere però soltanto consensuale e di seguito troverete i casi in cui il locatore o il conduttore possono procedere alla rescissione anticipata del contratto, ovvero alla risoluzione dello stesso prima che si raggiunga la fine naturale dell’accordo. In tali ipotesi si parla di disdetta del contratto di affitto.
Contratto di locazione: come effettuare la risoluzione anticipata

La risoluzione anticipata con recesso del conduttore

Le leggi che regolano la risoluzione del contratto d’affitto favoriscono, e questo non dovrebbe essere un mistero per nessuno, il conduttore rispetto al locatore. Il conduttore ha, innanzitutto, la possibilità di recedere il contatto in qualunque momento. È infatti operativa la clausola di recesso inserita nei contratti di locazione, che in presenza di gravi motivi (così come disposto dalla l. n. 431/1998, all’articolo 3), può chiedere a mezzo di lettera raccomandata il recesso del contratto, con un preavviso di 6 mesi.

Nel caso in cui suddetto termine non fosse aspettato, per il locatore si prospetta la possibilità di poter godere di un rinnovo automatico del contratto di locazione, alle medesime condizioni del precedente; per il conduttore invece vi è l’obbligo di versare canoni per il periodo (tutto) del mancato preavviso, anche nel caso in cui l’immobile fosse stato rilasciato (così come stabilito dalla Cassazione, in sentenza n. 18167/2012.

A danno del conduttore si prospettano altresì altre conseguenze: deve infatti risarcire i danni subiti dal locatore a causa della restituzione anticipata dell’immobile. Sarà però il locatore (vedi Cassazione n. 503/2014 e Cassazione n. 5827/1993) a dover dimostrare l’inadempimento del conduttore.

Il recesso anticipato per opera del locatore

Per quanto riguarda invece il locatore, le possibilità di recesso anticipato del contratto di locazione sono invece ridotte. Può chiedere disdetta, per locazione terminata, dandone però comunicazione 6 mesi prima della scadenza del contratto, nel caso in cui l’immobile oggetto del contratto sia destinato ad uso abitativo. Per gli immobili invece destinati ad uso non abitativo il termine è di 12 mesi e di 18 mesi per gli immobili che hanno invece come destinazione quella alberghiera.

IL Codice Civile, all’articolo 1612, permette comunque al locatore di recedere dal contratto nel caso in cui fosse egli stesso a dover abitare, nel futuro immediato, nella casa che viene locata. Anche in questo caso i motivi vanno specificati nella richiesta di disdetta. Prima della scadenza naturale del contratto, è consentito per intenderci al locatore recedere dal contratto esclusivamente nei casi tassativamente previsti dalla legge. La legge n. 431/1998, all’articolo 3, comma 1, indica i casi nei quali il locatore può ottenere il recesso anticipato:
  • quando l’immobile sarà destinato ad uso proprio, del coniuge, dei genitori, dei figli o dei parenti entro il secondo grado di parentela. Questo vale per tutti gli immobili, ovvero per quelli ad uso abitativo, artigianale, professionale o commerciale;
  • quando l’immobile verrà destinato ad attività che perseguono finalità di interesse pubblico, sociale, mutualistico, cooperativo, di carattere assistenziale o culturale, o con finalità di culto. In questo caso però il locatore deve necessariamente essere una persona giuridica, una società o ente pubblico, e deve contestualmente offrire al conduttore un altro immobile idoneo, del quale dovrà avere, contestualmente, piena disponibilità;
  • quando nello stesso comune il conduttore può avere disponibilità di un alloggio che sia libero e idoneo agli usi riportati dal contratto, all’interno del territorio dello stesso comune;
  • quando l’immobile fa parte di un edificio che è risultato gravemente danneggiato e che ha necessità di essere ricostruito, o comunque sottoposto ad interventi che ne assicurino la stabilità. In questo caso è necessario però che la permanenza all’interno dell’immobile del locatore sia di ostacolo a suddetti lavori. È il caso tipico degli immobili che vanno ristrutturati per intero, trasformati nell’uso oppure demoliti;
  • nel caso in cui il conduttore non vive, senza giustificato motivo, per lunghi periodi nell’immobile;
  • quando il locatore ha intenzione di cedere i diritti reali gravanti sull’immobile (specificatamente la proprietà) e non ha altro immobile ad uso abitativo, fatto salvo l’immobile che viene invece destinato a propria abitazione.
In questi casi si deve dare comunicazione di queste cause, tassativamente previste dalla legge, almeno 6 mesi prima dall’operatività della rescissione, così come stabilito dalla Cassazione, n. 13199/2012.

Gli adempimenti di carattere fiscale e economico

Locazione, come effettuare la risoluzione anticipataLa rescissione comporta, stando le leggi attualmente in vigore nel nostro paese, spese per entrambe le parti contraenti. Il conduttore, e questo va ricordato, può sì lasciare l’immobile a piacimento, ma dovrà corrispondere tutti i canoni per tutti i mesi di preavviso mancato inferiori al sesto.

La caparra, invece, non è detto che debba essere riconsegnata al conduttore. Può essere infatti trattenuta nel caso in cui all’interno dell’immobile siano presenti danni di qualunque tipo o nel caso in cui, comunque, l’immobile non venisse riconsegnato nello stato in cui ne era entrato in possesso il conduttore. È necessario inoltre pagare all’Agenzia delle Entrate la tassa di registro, dovuta anche nel caso del recesso anticipato del contratto di locazione. È il locatore che deve pagarla, anche se ha la possibilità di ottenere successivamente dal conduttore il rimborso di metà di quanto pagato.
Esiste anche la possibilità, nel caso in cui la risoluzione sia avvenuta per causa di inadempimenti in capo al conduttore, di chiedere un risarcimento dei danni, anche per la cessazione anticipata del contratto di locazione.

La valutazione dei danni è rimessa al giudice, che dovrà tenere conto di tutte le circostanze che hanno determinato la situazione in essere, così come specificato da Cassazione n. 2865/2015. La disciplina contrattualistica che riguarda la locazione, un bene ritenuto primario non solo dal legislatore ma anche dalla Costituzione, è piuttosto complessa e vede l’incrociarsi di due necessità di una società complessa economicamente come quella in cui viviamo: da un lato quella di garantire l’accessibilità al bene primario della casa da parte di tutti, anche di chi non può permettersi di acquistarla. Dall’altro c’è ovviamente a fare da contraltare la necessità di garantire certezza nel diritto e nei contratti, cercando di vessare al minimo indispensabile la parte che concede il suo immobile in affitto.

Le agenzie immobiliari di certe dimensioni offrono ormai quasi sempre la possibilità di avvalersi di professionisti legali, che possono aiutare le parti a trovare un accordo anche nel caso in cui il rapporto si stia avviando a termine, mediando tra conduttore e locatore al fine di individuare, secondo legge, il modo corretto di agire.

Disdetta contratto di affitto: come disdire locazione residenziale o commerciale

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Talvolta può capitare di dover disdire un contratto di affitto (anche conosciuto come contratto di locazione) prima della scadenza dei termini. Un trasloco improvviso dovuto a problematiche tra le più disparate può essere una vera grana sia per chi deve lasciare il luogo (detto locatario), sia per chi si ritrova senza affittuario (detto conduttore).

Cosa fare se si deve disdire un contratto di locazione prima dei termini previsti? In questo articolo cercheremo di capire come comportarci. Generalmente il locatore non può rescindere un contratto di affitto prima della scadenza dei termini previsti, al contrario l'inquilino o conduttore, può scegliere di disdire il contratto seguendo uno specifico iter.

Il proprietario può rescindere anticipatamente il contratto solo in alcuni casi specifici. Riportiamo qui alcuni esempi. Se, ad esempio, il locatore ha necessità di abitare l'appartamento può chiedere la risoluzione anticipata del contratto di locazione.
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Come disdire contratto di locazione
Anche se l'immobile deve essere venduto o se deve essere ristrutturatoo abbattuto per gravi danni alla struttura o se l'affittuario non utilizza l'immobile senza motivo, il locatore può chiedere la rescissione del contratto prima della scadenza dei termini previsti.

Se si ha intenzione di lasciare il luogo affittato di solito bisogna comunicarlo al conduttore almeno sei mesi prima dell'avvenuto trasloco in un altro luogo. Bisogna innanzitutto inviare al conduttore una lettera di avviso con la disdetta del contratto. È importante spedire la lettera tramite raccomandata con ricevuta di ritorno per essere certi dell'avvenuta consegna.

La lettera di avviso deve contenere dati specifici per far sì che sia valida. Avrete bisogno dei vostri dati anagrafici, della richiesta di recesso, dei dati della registrazione del contratto e delle motivazioni per cui avete deciso di rescinderlo. Potete tranquillamente trovare nel web modelli di moduli per la rescissione di un contratto prima della scadenza dei termini.

Cosa fare in caso di locazioni di tipo abitativo e commerciale?

Di solito icontratti di affitto delle abitazioni hanno una durata di 4 anni e possono essere rinnovati per altri quattro o tre anni, in alcuni casi possono essere prolungati anche di cinque anni applicando la formula del rinnovo di contratto di tre anni più due anni.
Anche nel caso in cui l'inquilino voglia andarsene dopo la scadenza del contratto deve preoccuparsi di comunicarlo al proprietario, sempre tramite lettera di avviso con raccomandata e ricevuta di ritorno, seguendo più o meno lo stesso iter di una rescissione del contratto prima dei termini previsti. La situazione cambia in caso di affitti universitari. Gli studenti che intendono lasciare un appartamento possono dare un avviso di soli tre mesi.

Per quanto riguarda i contratti commerciali di solito la durata è di sei anni che possono rinnovarsi per altri sei. Quando si parla di grandi attività, come ad esempio gli alberghio gli ostelli, il contratto arriva a durare nove anni rinnovabili per altri nove. Se invece vogliamo rescindere un normale contratto commerciale dobbiamo necessariamente dare il preavviso di un anno, per alberghi e simili invece l'anticipo sale ad almeno 18 mesi.

Ricordiamo però che per legge l'inquilino è obbligato a pagare tutti i canoni di locazione fino al rilascio dell'immobile occupato. La cauzione versata all'inizio del contratto di locazione può essere recuperata solo dopo la completa rescissione e non prima. Nel caso in cui l'inquilino si trattenga senza pagare il dovuto canone di affitto, la cauzione verrà utilizzata per il giusto pagamento al proprietario.

La rescissione di un contratto ha un costo di circa 70 euro, si tratta di una tassa da versare all'Agenzia delle entrate. Di solito è buona norma dividere la spesa per la tassa tra l'affittuario e il conduttore. 

Lavori che permettono di viaggiare: idee girare il mondo e lavorare

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Trovare un lavoroche permetta di viaggiare per il mondo e di godersi la vita è un sogno di molti, specie dei giovani. A chi non piacerebbe lavorare sdraiati in qualche spiaggia esotica o in un bel bar al centro di una grande metropoli? Tutto ciò non è assolutamente qualcosa di utopico. Sempre più individui si stanno dedicando a questa vita e con successo. Ma quali sono ilavori che permettono di viaggiare? Oggi li scopriremo insieme, analizzando professioni emergenti e mestieri evergreen che consentono di abbinare la passione per i viaggi e la nostra voglia di vedere il mondo con l'esigenza lavorativa.

Questa guida ha solo valore informativo nel senso che non potrà mai rispondere alle domande più frequenti che, soprattutto i giovani, tendono a porsi in questo difficile periodo per la nostra economia. Negli ultimi anni l'avvento del web ha decisamente modificato le prospettive, permettendo a tanti di potersi spostare assai più velocemente e mantenere la propria occupazione. Tutti coloro che hanno intrapreso business su internet, iniziando a guadagnare online, sono molto spesso "papabili" verso la scelta di lavori che permettono di viaggiare.

Leggi anche le nostre guide su:

Lavori che permettono di viaggiare: i consigli di Affari Miei

Uno dei principali lavori che permette di iniziare questo sogno ad occhi aperti è quello che comunemente viene chiamato ragazza alla pari. Tantissimi giovani italiani finiti gli studi, decidono di sfruttare questa occasione e trasferirsi all'estero all'interno di una famiglia. In cosa consiste? Il ragazzo o la ragazza si prendono cura dei bambini della famiglia ospitante, per un certo numero di ore al giorno. In cambio ricevono vitto, alloggio e uno stipendio. Un particolare da non sottovalutare: se desiderate trasferirvi all’estero, questo “sbocco” può essere il primo passo per imparare la lingua (è un trucco valido per imparare l'inglese spendendo poco, per esempio) ed integrarsi in un nuovo Paese.
Un altro lavoro che permette di viaggiare è quello del travel blogger. Esiste infatti la possibilità di aprire un blog di viaggi e di iniziare così a tenere un vostro diario o delle guide sulle parti del mondo che state visitando. Probabilmente tra tutti i lavori questo è il più arduo e difficile, in quanto non è per niente facile riuscire ad ottenere un successo tale da farci avere un buon mantenimento economico durante i nostri spostamenti. Nulla è però impossibile e con una buona dose di impegno e creatività anche questo può essere realizzato. Ricordiamo, poi, che non sempre occorre avere un blog proprio ma si può anche lavorare per i grandi siti del settore che, ai più meritevoli, tendono a proporre pagamenti più che dignitosi. Oltre all'ambito viaggi, il web dà la possibilità in gran parte delle "sue" professioni di poter in pratica svolgere le proprie mansioni da qualunque parte del mondo: se potete lavorare da casa, di solito, potete di fatto anche adoperarvi da qualsiasi altro luogo del pianeta. Nella nostra sezione guadagnare online trovate molti consigli utili per sviluppare business sul web.

Tra i lavori che permettono di viaggiare troviamo ovviamente anche l'assistente di volo. Gli steward e le hostess viaggiano per lavoro tutti i giorni tutto il giorno, non pagando nessun biglietto aereo e nessun hotel. Diventare un'assistente di volo non però così facile: questa professione richiede infatti alcuni requisiti ben precisi, primo tra tutti la conoscenza di più lingue straniere. Lo stesso vale anche per coloro che lavorano all'interno di crociere turistiche.

Infine, un ultimo modo per partire ed avere un mantenimento durante il viaggio, è quello di inserirsi all'interno di un progetto missionario. Tantissime associazioni cercano, in tutti i periodi dell'anno, volontari che possano collaborare a numerosi progetti.  Non tutte queste associazioni offrono però vitto e alloggio, se il vostro scopo è quindi anche quello di essere mantenuti, allora dovrete svolgere una ricerca molto approfondita.

Conclusioni

Come detto precedentemente ed in molte altre occasioni in cui forniamo risposte a domande apparentemente banali, un solo articolo non può essere sufficiente per rispondere ai vostri interrogativi. Se siete interessati all'argomento lavoro, vi consigliamo di leggere la nostra guida dedicata alle aziende che assumono: troverete delle interessanti riflessioni sul mercato del lavoro di oggi e riferimenti concreti per inviare il vostro CV ai principali brand italiani ed internazionali.

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Opinioni Zalando: come funziona il reso?

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Grazie al consolidamento di internet, con la sempre maggiore fruibilità di carte prepagate, conti online o carte di credito, molta gente ha scoperto il piacere e la comodità di acquistare online, comodità che pare ormai irrinunciabile per chi ha poco tempo da dedicare allo shopping e anche alla spesa. Sul web è possibile visitare veri e propri negozi virtuali, in cui si ha l’opportunità di scegliere in una gamma di prodotti e merci davvero molto ampia: uno di questi è Zalando, portale su cui le opinioni sono disparate tra i consumatori. Tante sono le domande, soprattutto dei meno avvezzi alla rete: ad esempio, come effettuare il reso? In questo articolo cercheremo di capire, tra le varie cose, anche la procedura per restituire i prodotti acquistati.

Internet ha cambiato il modo di fare acquisti

Molti clienti non sono soddisfatti soltanto della comodità dello shopping sul web, ma anche dei prezzi proposti, i quali spesso i prezzi sono migliori sul web piuttosto che negli store reali. La comodità non consiste soltanto nel fatto che possiamo fare compere senza muoverci da casa, ma anche nel tempo risparmiato, poiché i siti sono organizzati in modo da permettere ai clienti di destreggiarsi rapidamente tra gli articoli in vendita. I siti di acquisti online sono davvero molti, uno dei più famosi e sempre più in voga negli ultimi anni è appunto Zalando, shop di proprietà di una società di e-commerce fondata in Germania nel 2008.

Come acquistare su Zalando

Effettuare compere sul sito Zalando.itè un’operazione molto semplice, inoltre i tempi di consegna sono solitamente brevi. Su questo sito è possibile sia acquistare capi di abbigliamento che fruire di altri servizi in aggiunta, servizi che spesso non sono offerti su altri portali di e-commerce: per fare un esempio che caratterizza Zalando, tra i metodi di pagamento si possono sfruttare sia quelli più conosciuti, come il pagamento tramite carte di credito e PayPal, sia gli strumenti per i più “diffidenti”, coloro che non si fidano del tutto della validità degli acquisti sul web. Infatti ai clienti del sito Zalando.it viene offerta l’opportunità di pagare tramite contrassegno. Questa modalità di pagamento consente di pagare soltanto al momento della consegna del pacco da parte del corriere (che di solito è Bartolini) nelle mani di chi ha effettuato l’ordine. Ciò implica che l’ordine può essere effettuato gratuitamente, senza pagare l’articolo che si desidera fino al momento della consegna concreta. Ovviamente adoperando il contrassegno è opportuno scrivere l’indirizzo del destinatario senza errori che potrebbero comprometterne la consegna del collo.
Guida al reso su Zalando

Opinioni shop Zalando: come effettuare il reso della merce

Non sono soltanto i “diffidenti” ad avere i dubbi sugli acquisti sul web. Un altro dei dilemmi di chi vorrebbe acquistare online riguarda eventuali sbagli inerenti gli articoli. I più dubbiosi potrebbero temere di non comprare, ad esempio, la taglia giusta di un vestito, o di farsi recapitare scarpe della misura sbagliata. Lo svantaggio degli acquisti sul web è l’impossibilità di provare i vestiti o di analizzare un qualsiasi oggetto per verificarne i requisiti. Per quanto riguarda Zalando, sia la spedizione che il reso sono gratuiti: significa che se l’acquirente non è soddisfatto può restituire l’articolo senza spese aggiuntive. 

Come effettuare il reso? Sul sito di Zalando è specificata la possibilità di restituire la merce, purché si venga rispettato il termine stabilito di trenta giorni dalla ricezione dell’ordine. Ciò può rassicurare chi ha paura di comprare qualcosa di inadeguato: si può restituire, ad alcune condizioni. Tali condizioni (oltre al periodo di trenta giorni sopracitato) sono ovviamente inerenti all’integrità del prodotto, che deve essere restituito nelle stesse condizioni in cui si trovava al momento dell’acquisto; in secondo luogo la confezione deve essere originale, non è quindi possibile adoperare un'altra scatola. Infine le etichette non vanno staccate dai prodotti.

Modulo da compilare per il reso su Zalando e modalità di spedizione

Se il prodotto è integro e pulito, oltre che nella sua scatola originale, allora si può procedere all’operazione di reso. Per effettuare questa azione è sufficiente compilare l’apposito modulo di restituzione. In tale scheda viene chiesto di specificare le motivazioni del reso. Il modulo in questione si può trovare sul sito, nella voce Reso e Rimborso. Il modulo compilato in ogni sua parte va inserito nel pacco da rendere, affidandosi al corriere (Bartolini). Per completare il reso bisogna effettuare un passaggio sul web, nello specifico sul proprio account di Zalando.it, dove viene registrato ogni ordine e ogni consegna: qui è necessario modificare la sezione in relazione al prodotto che si sta restituendo. 

Come fare? Nella propria pagina si trova la voce Miei Ordini, dove si trova anche l’ordine che riguarda il capo che si ha intenzione di restituire. Qui bisogna cliccare su Visualizza Ordine e quindi sulla voce Stampa l’etichetta di Reso. L’etichetta in questione è composta da tre parti: una è la Copia Mittente, l’altra è la Copia per il Vettore, la terza è la Copia da attaccare al collo. Stampate e dividete l’etichetta nelle tre parti segnate, dopodiché la parte Copia va attaccata al collo. A questo punto il pacco da restituire è completo e si può consegnare il collo al corriere, a cui bisogna fornire la seconda parte dell’etichetta che avevate precedentemente stampato (quella nella quale compare la scritta Copia per il Vettore). È anche possibile far venire il corriere a ritirare il pacco che va riconsegnato direttamente a casa propria, pagando una cifra calcolata dalla ditta di trasporti e consegne: questa somma costituisce il rimborso per il corriere e non ha nulla a che vedere con la ditta di Zalando. Per il resto la spedizione, come anticipato, è completamente gratuita. Mentre l’etichetta Copia per il vettore va consegnata all’addetto incaricato della spedizione, la terza parte dell’etichetta stampata (quella per il mittente) vale come ricevuta dell’avvenuto reso e dobbiamo conservarla noi. Naturalmente se il reso non soddisfacesse i requisiti di integrità, Zalando potrebbe non risarcire i soldi versati per l’acquisto, per questo sottolineiamo l’importanza di maneggiare con la massima cura l’acquisto fino al momento in cui non si sia certi dell’idoneità del prodotto.

Conto corrente cointestato: cos'è, vantaggi e svantaggi

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Il conto corrente cointestatoè semplicemente un normalissimo conto corrente bancario, ma con un'unica differenza: i titolari possono essere due o più persone. Questo strumento è solitamente molto utile alle coppieo alle famiglie, in quanto ciascun componente ha accesso al conto e può quindi depositare denaro, prelevarne o comunque effettuare operazioni in banca o da casa sul web con l'internet banking. Ormai ogni persona possiede dunque un conto corrente postale o bancario, ma alla banca viene pagato il costo di apertura e di mantenimento di unico conto, senza alcuna spesa speciale in più per il servizio. Se non si hanno particolari esigenze che necessitano il mantenimento di più contratti, dunque, questa soluzione può essere interessante per ricevere lo stipendio ed accreditare le bollette, incanalando tutte le finanze familiari in un unico "calderone".

Come aprire un conto corrente cointestato

Aprire un conto corrente cointestatoè molto semplice: l'unica cosa da fare è presentarsi nella banca prescelta e depositare le firme originali di ciascun intestatario.  Se invece si desidera allargare un conto corrente già esistente basterà portare con se la persona da far subentrare in banca e depositare anche in questo caso la sua firma originale. Attenzione però, perché ad oggi esistono due tipi di conti correnti cointestati, ed è bene informarsi sulla scelta da effettuare, come? Semplice, leggendo questo articolo.
Innanzitutto esistono i conti a firma congiunta, ovvero quelli in cui è richiesta la presenza di tutti i firmatari per poter effettuare prelievi, emissioni di assegni, bonifici, eccetera.
Poi esistono invece i conti a firma disgiunta, che sono più comodi e veloci in molti casi, in quanto permettono ad ogni titolare di fare tutti i movimenti desiderati senza l'autorizzazione degli altri firmatari e proprietari del conto. Questa soluzione è spesso quella più scelta dalle famiglie e dalle coppie che non vogliono perdere tempo in processi burocratici; la prima è invece preferita da chi apre un conto corrente per risparmiare e quindi utilizza il conto come un deposito inutilizzato.
Vantaggi e svantaggi del conto corrente cointestatoLetture consigliate da Affari Miei: Miglior conto corrente: info su interessi e promozioni -  Miglior conto corrente per giovani: come scegliere
Questa forma di conto correntecointestato può avere sia i suoi vantaggi sia i suoi svantaggi:  se tra le due persone intestatarie c'è massima fiducia, questo sistema velocizza i tempi e diminuisce le spese, allo stesso tempo è però necessario essere al corrente dei rischi esistenti, soprattutto se il conto è caratterizzato da somme ingenti. Non sarebbe infatti la prima volta che uno dei due intestatari sperpera tutto il denaro presente, creando magari anche dei debiti con la banca. Ovviamente la parte lesa ha il diritto di rivalsa per la sua quota, sempre che l'altro intestatario non sia nel frattempo scappato. 

Per approfondire sul tema, consigliamo la lettura della sezione dedicata ai conti correnti: Affari Miei, oltre a fornire informazioni di carattere generale, recensisce periodicamente le migliori soluzioni presenti sul mercato. Per restare aggiornati con le ultime news sul tema, vi invitiamo ad iscrivervi al canale Telegram: riceverete solo i migliori contenuti direttamente su pc, smartphone o tablet!

Piccolo prestito INPDAP: tempi di erogazione, interessi e tabelle - GUIDA

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Il piccolo prestito INPDAPè una forma di apertura di credito nei confronti di dipendenti e pensionati pubblici che ne facciano apposita richiesta. Per cercare di analizzare nel dettaglio questo strumento è bene fare una piccola digressione sull'Istituto in questione e sulle sue funzioni. L'Istituto Nazionale di Previdenza ed assistenza per i Dipendenti dell'Amministrazione Pubblica è un soggetto di diritto pubblico che viene istituito nel nostro Paese nel 1993 ed esaurisce le sue funzioni nel 2011. In quell'anno, infatti, con il decreto numero 201, è stata disposta la soppressione dell'ente e, contestualmente, sono state trasferite tutte le sue funzioni all'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

L'INPS è diventato, in questo modo, il più grande istituto di previdenza di tutta la zona Euro e assume l'obbligo di tutelare la posizione contributiva di tutti i lavoratori italiani. Il piccolo prestito INPDAP, oggi, viene quindi erogato dal fondo di Gestione Unitaria che è stato istituito presso la Gestione dei Dipendenti Pubblici. Per poter accedere a questo finanziamento a tasso agevolatoè necessario essere titolari di alcuni requisiti considerati minimi per l'operazione. In sostanza il soggetto, oltre a dover essere dipendente o pensionato dell'amministrazione pubblica, deve essere anche iscritto alla Gestione Unitaria e deve aver versato almeno 4 anni di contributi alla suddetta gestione. Inoltre, esiste anche un altro limite all'erogazione del prestito, questa volta, però, si parla di un limite imposto direttamente all'Amministrazione. In sostanza, ogni operazione deve essere valutata ed accertata in base alle reali disponibilità finanziarie che si evincono dall'ultimo bilancio del fondo della Gestione Unitaria. Questo punto è fondamentale perché cerca di coniugare la necessità del soggetto interessato al finanziamento, con le reali consistenze di liquidità del fondo. Uno dei vantaggi ulteriori, riconosciuti ai dipendenti in esame, è la possibilità di effettuare la richiesta del piccolo prestito INPDAP senza dover presentare alcuna documentazione relativa alle modalità di spesa del capitale versato e senza la necessità di offrire alcun altro documento. Per quanto concerne la domanda, essa deve essere fatta tramite l'apposito modello previsto e consegnata all'ufficio provinciale di competenza. Esiste anche la possibilità di effettuarla direttamente online, sfruttando il nuovo portale della Pubblica Amministrazione. Cerchiamo di fornire indicazioni più dettagliate con riguardo alla domanda ed ai requisiti che si debbono possedere per poter accedere a questo servizio.

Requisiti per ottenere il piccolo prestito INPDAP

Innanzitutto occorre sottolineare come tutta la procedura sia stata notevolmente semplificata grazie all'utilizzo della rete. Realizzando appositi siti per rispondere alle esigenze specifiche dei dipendenti, l'INPS è stato in grado di fornire degli strumenti molto utili ed efficienti. Per presentare la domanda per il piccolo prestito INPDAP, ad esempio, adesso è sufficiente collegarsi al portale dedicato del Servizio Stipendiali INPS. Qui si può facilmente trovare la sezione self service che permette di gestire autonomamente molte delle proprie informazioni personali. Il servizio NoiPA permette di accedere alla propria area personale e di seguire la procedura per completare la richiesta del finanziamento. Si troverà subito il modello precompilato e sarà sufficiente inserire i dati mancati per completare la procedura. Inoltre, è stata prevista anche la possibilità di effettuare delle proiezioni che permettono al soggetto di verificare l'ammontare stimato delle sue rate, l'importo massimo concedibile ed altri fattori che influenzano il prestito. Accendendo alla propria area personale, il dipendente potrà anche verificare lo stato di avanzamento della sua richiesta ed essere sempre al corrente su di essa. Una volta scelto anche il piano di ammortamento delle proprie rate è possibile inviare, molto semplicemente, la richiesta alla gestione del fondo.

Riepilogando, la domanda per accedere al piccolo prestito INPDAP può essere scaricata comodamente dal sito internet e può essere inviata, per via telematica, in due modalità. La prima è quella relativa all'utilizzo del nuovo portale NoiPA di cui si è appena discusso. Questa formula permette di gestire in piena autonomia, e con ampi spazi di libertà, la propria domanda, effettuando simulazioni e scegliendo tutte le caratteristiche che si vogliono assegnare al proprio prestito. La seconda modalità fa riferimento alla possibilità di richiedere il finanziamento anche per periodi pluriennali. Analizzeremo nel dettaglio su questa pagina tutti i termini previsti per la concessione del piccolo prestito INPDAP, per adesso è sufficiente segnalare che, qualora il prestito abbia una durata di 5 o 10 anni, la domanda deve essere presentata tramite l'amministrazione di appartenenza. Quest'ultima è chiamata a compilare il modello online che si può trovare nell'area riservata del sito dell'INPS. Solo a questo punto sarà fatto obbligo al richiedente di presentare il suo pin INPS dispositivo per accedere all'area ed accettare le condizioni presenti. La domanda a questo punto si considera inviata. Anche in questo caso è prevista la possibilità per il dipendente di effettuare previsioni e stime di quelle che saranno le sue rate e l'importo richiedibile. Questo strumento è molto utile perché permette al soggetto di farsi un'idea di quello che sarà il prestito ancor prima di accettare la stipulazione.
Info piccolo Prestito INPDAP: guida definitiva

Come funziona il piccolo prestito INPDAP

Questa particolare tipologia di prestito è riservata, coma già indicato, ai dipendenti pubblici iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie. Bisogna però segnalare che, in seguito all'acquisizione dell'INPS delle funzioni dell'INPDAP, non è stato necessaria alcuna iscrizione apposita da parte dei dipendenti. Infatti, la gestione del personale da parte degli uffici pubblici è stata regolata in automatico e questo ha permesso ai vari soggetti di essere direttamente assoggettati alla loro gestione pensionistica di competenza, senza dover compilare alcun modulo. Il decreto ministeriale numero 45 del 2007 ha, infatti, utilizzato la tecnica del silenzio assenso per fornire a tutti i dipendenti pubblici la possibilità di accedere a questa formula di prestito agevolato. Si ricorda anche che tramite la gestione della propria area personale, è possibile anche annullare una domanda precedentemente annullata oppure richiedere l'estinzione anticipata del prestito. Anche in questo caso, come per molti finanziamenti differenti, l'estinzione anticipata non è sempre conveniente. Sebbene il tasso applicato nel piccolo prestito INPDAP sia ovviamente agevolato, la componente di costo legata all'interesse esiste ed è dilazionata in ogni singola rata. Le rate, tuttavia, sono costanti e di pari importo mentre non si può dire altrettanto della loro composizione. Ogni pagamento periodico effettuato dal debitore consta di una quota interessi e di una di rimborso del capitale ricevuto in prestito. All'inizio le rate sono quasi totalmente costituite dalla quota interessi mentre quella capitale risulta essere di importo abbastanza ridotto. Questo rapporto va modificandosi durante tutto il periodo di ammortamento del prestito. Alla fine del periodo in oggetto, questo rapporto sarà invertito. Da questo enunciato si evince chiaramente che le ultime rate hanno lo scopo principale di rimborsare il capitale prestato dato che la quota interessi, a questo punto, è stata quasi interamente corrisposta. Dato questo metodo di ammortamento, risulta piuttosto chiaro che la convenienza a porre in essere l'operazione di rimborso anticipato, è tanto maggiore quanto prima essa viene effettuata. Se si ipotizza di poter estinguere il proprio prestito durante i primi periodi, allora si potrà godere a pieno della convenienza economica dell'operazione. In sostanza si dovrà rimborsare totalmente il capitale mutuato ma si potrà ottenere un grosso risparmio dato dal mancato pagamento degli interessi non ancora maturati. Se si analizza lo stesso fenomeno alla fine del periodo di ammortamento, ci si rende subito conto che il risparmio non è così elevato. A questo punto, infatti, sono stati già corrisposti quasi la totalità degli interessi ed estinguendo il prestito si procederà a pagare la restante parte del capitale ancora dovuta. Certamente anche in questo caso si potrà contare su un piccolo risparmio dovuto alle ultime quote di interessi non versate, tuttavia non sempre questo vantaggio compensa il sacrificio sopportato. Infatti molto spesso è conveniente, se ci si trova alla fine del periodo di riferimento, mantenere un certo livello di liquidità e continuare a pagare le rate. In questo modo si potrà far conto su del denaro liquido a disposizione per poter coprire eventuali spese improvvise. Se si dovesse procedere comunque con l'estinzione anticipata, infatti, si correrebbe il rischio di aver bisogno di nuovi capitali e doverli chiedere nuovamente in prestito.

Il piccolo prestito INPDAP può essere richiesto anche dai pensionati pubblici che abbiano al loro attivo la fruizione dei trattamenti pensionistici previsti dalla Gestione dei Dipendenti Pubblici. Inoltre il decreto legislativo numero 165 del 2001 ha previsto tutta una serie di soggetti pubblici che possono accedere a questo beneficio, anche se iscritti a enti o gestioni pensionistiche che sono diverse dalla Gestione dei Dipendenti Pubblici. Questo estende ancora maggiormente le possibilità per ottenere un prestito agevolato a più soggetti. Questo strumento è veramente fondamentale per poter ottenere la liquidità di cui si necessita senza dover sopportare l'applicazione di tassi di interesse troppo elevati. Adesso cerchiamo, quindi, di fornire un quadro dettagliato circa le condizioni applicate al piccolo prestito INPDAP. Sostanzialmente questo finanziamento può essere erogato per 12, 24, 36 o 48 mesi anche se, come vedremo successivamente, esistono formule anche relative a 5 o 10 anni. In base al numero di mesi per i quali si accende il prestito, esistono dei limiti all'importo richiedibile e delle particolari regole da seguire. Il tasso di interesse che viene applicato è del 4,25% e si capisce subito come questo sia un valore molto al di sotto della media di mercato. Riuscire a trovare una banca che accordi un finanziamento normale, rimanendo al di sotto di questo tasso è praticamente impossibile. Questo è il principale motivo per cui questo strumento risulta essere molto apprezzato ed allo stesso tempo molto utile per riuscire a far fronte a problemi momentanei di liquidità. Per completezza di informazione è necessario sottolineare che esiste anche un 'altra componente di costo. Infatti viene effettuata una ritenuta dello 0,5% sul valore del prestito che serve a coprire i costi per la gestione del fondo e l'eventuale riserva per rischi. Anche in questo caso, comunque, non esistono istituti di credito che applicano una percentuale così bassa per la gestione della pratica e la concessione del prestito. Solitamente essi chiedono un contributo maggiore a copertura dei costi che sostengono ed anche questo è un notevole vantaggio per chi decide di utilizzare questo tipo di prestito. La trattenuta è applicata al momento della stipula del contratto ed è direttamente trattenuto l'importo nel momento dell'erogazione del capitale pattuito in sede di contrattazione.

Importo massimo erogabile con il finanziamento: limiti e regole

Piccolo prestito INPDAP: tempi di erogazione e importo
Se si richiede il piccolo prestito INPDAP per un periodi di riferimento di solo 12 mesi, il limite massimo che può essere erogato è rappresentato da una mensilità di stipendio o di pensione, sempre al netto di eventuali oneri contributivi. Se il richiedente ne fa espressa richiesta, è possibile aumentare del doppio l'importo in esame e portarlo, quindi, a due mensilità. Questa pratica, comunque, è applicabile solo qualora lo stipendio del dipendente non sia già gravato da altri finanziamenti. Se ad esempio, al soggetto è già stato accordato un finanziamento con pagamento tramite la cessione del quinto dello stipendio, non sarà possibile effettuare l'aumento del massimale previsto. Qualora si dovesse richiedere il prestito da rimborsare in un periodo di 24 mensilità, il procedimento sarebbe analogo ma i valori dovrebbero essere raddoppiati. Il limite massimo sarà quindi quello di due mensilità, raddoppiabili se non esistono vincoli sullo stipendio o sulla pensione del soggetto. Il meccanismo è il medesimo anche qualora si richieda un piano di ammortamento di 36 mesi o di 48. ovviamente in questi due casi i limiti di importo concedibile saranno rispettivamente di 3 o di 4 mensilità, sempre raddoppiabili qualora non vi siano vincoli preesistenti che gravino sullo stipendio. Adesso passiamo ad analizzare la specifica possibilità di richiedere il piccolo prestito INPDAP per periodi di tempo ben maggiori. A questo proposito è stata prevista un'apposita eccezione ai peridi di riferimento del prestito, per permettere ad alcuni soggetti, per particolari motivi, di accedere ad un finanziamento di 5 o 10 anni. Essendo essi forniti solo in casi di particolari esigenze familiari oppure personali, risulta necessario in questo caso fornire alcune indicazioni maggiori rispetto agli altri tipi. Infatti alla domanda per accedere al finanziamento deve essere allegato, in questo caso, un documento che provi e motivi l'utilizzo che si farà dei fondi ricevuto. La motivazione deve anche obbligatoriamente rientrare tra quelle appositamente previste ed autorizzate preventivamente dal fondo stesso. In caso contrario non sarà possibile erogare il finanziamento. Oltre alla motivazione, inoltre, il soggetto dovrà fornire anche la documentazione specifica della spesa che dovrà sostenere con i fondi ricevuti in prestito. Le limitazioni non finiscono qua. Infatti per poter accedere a questa procedura di assegnazione fondi, al soggetto è richiesto anche di avere un minimo di rapporto predeterminato con l'ente. I dipendenti dovranno avere un contratto con almeno 4 anni di anzianità e dovranno aver versato, in questo periodo, i propri contributi presso la Gestione unitaria delle prestazioni sociali. I pensionati dovrà essere almeno titolare di una pensione diretta erogata dall'INPS. Questi prestiti sono erogati solamente per un periodo di 5 anni, quindi 60 mensilità, oppure di 10 anni, ovvero 120 mensilità. Essi si caratterizzano per essere costituiti da un piano di ammortamento a rate costanti, ciascuna delle quali non potrà superare il quinto dello stipendio o della pensione del soggetto che ne faccia richiesta. In questo modo ci si assicura che il costo del finanziamento non vada ad intaccare in modo troppo pesante la situazione finanziaria del debitore. Costui sarà, quindi, in grado di pagare senza troppi problemi le proprie rate e l'istituto sarà sicuro di ricevere puntualmente quanto preventivato. Secondo la tabella per il calcolo della rata, si evince che i prestiti vengono erogati applicando un tasso annuo netto del 3,50% che andrà a costituire la fonte di costo più cospicua. Al prestito verrà anche applicata una ritenuta dello 0,5% come contributo per i costi sostenuti e la copertura per i rischi. L'importo della trattenuta viene pagato al momento dell'accredito del capitale ma rimane comunque molto basso per la media di mercato. In questo caso è possibile osservare che il tasso di interesse risulta essere ancora minore rispetto ai prestiti analizzati in precedenza. Questo è spiegabile dal fatto che il costo degli interessi è dato sia dal valore della ragione percentuale applicata, sia dal periodo per il quale essi sono accesi. Un periodo maggiore conferisce un aumento del costo dell'operazione tale da poter permettere all'ente di diminuire il tasso netto applicato. 

Si è parlato di alcune motivazione autorizzate che sono valide per ottenere il prestito. Cerchiamo, quindi, di capire quali i casi in cui si possa utilizzare questo strumento. Per quanto riguarda il prestito concesso per 5 anni, è possibile fare domanda se si sono subiti dei danni in seguito a calamità naturali, come terremoti od alluvioni. In questo caso è molto utile poter contare su un finanziamento a tasso agevolato per riuscire a riprendersi dai problemi avuti. Anche qualora si siano subite rapine, furti od incendi, si potrà richiedere questo prestito. Altre cause valide sono il trasloco per motivi familiari o lavorativi, la presenza di lavori condominiali, la manutenzione dell'abitazione nella quale si risiede, l'acquisto di una nuova macchina, la nascita di un figlio ed altre ancora. Per essere sicuri di poter rientrare in una delle casistiche previste, è bene controllare precedentemente l'elenco messo a disposizione sul sito dell'INPS. In questo modo si potrà facilmente capire se il prestito verrà concesso o meno. Per quanto concerne il prestito di 10 anni, le motivazioni da poter utilizzare sono differenti. Si può richiedere questa tipologia per il riscatto di alloggi popolari, per costruire la casa nella quale si abiterà, per malattie gravi e per altre cause ancora.

Quanto tempo occorre per ricevere il prestito INPDAP?

Un quesito molto importante che spesso ci si pone quando si vuole accedere a questa tipologia di prestito è riferito alla tempistica nell'erogazione dello stesso. Per quanto concerne i piccoli prestiti INPDAP da 12, 24, 36 e 48 mesi, solitamente l'erogazione avviene entro 60 giorni dal momento della presentazione della domanda. Per quanto riguarda, invece, i prestiti di 5 o 10 anni, questi richiedono un periodo di circa 90 giorni per poter procedere con l'erogazione della somma pattuita. Molto importante è anche la presenza online di tutte le informazioni che si necessita di avere. Infatti si potrà effettuare una stima del proprio prestito direttamente sul sito, come abbiamo già visto, ma le innovazioni non si esauriscono in questo. Infatti si possono facilmente trovare sul sito dell'INPS tutte le tabelle che indicano la composizione della rata, il tasso di interesse applicato, le modalità di rimborso e l'importo che si potrà ottenere. 

Conclusioni: quando ricorrere a questa forma di finanziamento?

Per concludere è possibile affermare che il piccolo prestito INPDAPè uno strumento molto efficace per permettere ad alcuni soggetti di ottenere una liquidità in tempi relativamente brevi senza dover fornire spiegazioni dettagliate in merito al suo utilizzo. Ovviamente questo non è del tutto vero quando si parla dei prestiti di 5 o 10 anni dove, invece, è necessario fornire rigorose spiegazioni in merito all'utilizzo che si intende fare del capitale prestato. Detto questo, comunque, il tasso applicato a questo tipo di operazioni è certamente molto agevolato e difficilmente si potrebbe trovare una condizione contrattuale migliore sul mercato dei prestiti finanziari. Nonostante questo è anche vero che esistono alcuni aspetti negativi che seppur minimi, occorre riassumere per fornire un quadro completo circa l'utilizzo del piccolo prestito in questione. Ovviamente si sta parlando del fatto che esso sia delimitato solamente a specifiche categorie di consumatori. In sostanza è uno strumento ben studiato ma al quale possono accedere solamente dipendenti pubblici o pensionati che hanno lavorato per un'amministrazione pubblica. Sebbene la limitazione per i richiedenti sia evidente, questo strumento ha fatto registrare, sin dal momento della sua comparsa sul mercato, un notevole numero di domande. Tra queste sono tantissime quelle che hanno ottenuto approvazione e sono moltissimi i prestiti che sono stati erogati. La possibilità di trovare un taglio di prestito adatto a tutte le esigenze, inoltre, permette a tutti i soggetti interessati di riuscire ad avere la liquidità di cui si necessita e di poterle restituire nei tempi che più si adattano alle proprie esigenze. Le tabelle che si possono trovare sul sito (clicca qui per scaricarle) sono molto dettagliate ed offrono la possibilità di capire con un colpo d'occhio quale sia il tasso applicabile all'operazione e le condizioni che verranno imposte durante tutto il periodo di ammortamento del prestito. Inoltre, viene sempre rispettato un preciso rapporto tra rata e retribuzione del richiedente, in maniera tale da evitare un eccessivo aggravio della situazione finanziaria corrente dello stesso.

Preavviso di licenziamento da parte del datore di lavoro: cosa succede? - Guida 2016

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Che cos’è il preavviso di licenziamento? Il datore di lavoro può ricorrere al licenziamento come sanzione più estrema nei confronti del lavoratore. Tuttavia non è più previsto dal nostro diritto del lavoro il licenziamento ad nutum, cioè la possibilità di licenziare un dipendente arbitrariamente senza giustificazioni. La legge regola tutta la procedura da seguirsi e, salvo che sussista una giusta causa, è necessario inderogabilmente rispettare il periodo di preavviso. Tale periodo si calcola dal momento in cui la comunicazione del recesso da parte del datore viene a conoscenza del lavoratore fino al momento in cui il recesso stesso acquista i suoi effetti.

L'articolo che proponiamo ha scopo puramente informativo e non è mai sostitutivo della consulenza di un legale specializzato in diritto del lavoro. Gli utenti sono invitati a postare domande nei commenti, laddove lo ritengano opportuno, ma la redazione si riserva di rispondere soltanto ai quesiti la cui replica può avere una pubblica utilità. Per i casi particolari soltanto la consulenza di uno specialista può sopperire ad ogni dubbio in merito del tema dell'articolo in questione: il preavviso di licenziamento.

Per approfondire la materia, rimandiamo alle nostre guide su:

Qual è la funzione del preavviso di licenziamento?

Come funziona il preavviso di licenziamento
Esso serve essenzialmente ad evitare che la risoluzione del contratto di lavoro, avvenuta all’improvviso e su decisione unilaterale, possa arrecare un danno al contraente non recedente. Permette al lavoratore, in pratica, di avere il tempo di cercare una nuova occupazione senza restare disoccupato. Il preavviso, tra l’altro, è previsto anche in caso di dimissioni per ragioni fondamentalmente simili ma all’inverso. Se si ritiene che il licenziamento sia ingiusto, lo si può comunque sempre impugnare secondo le regole che abbiamo visto in un altro post.
Ci sono casi in cui però non sussiste l’obbligo di preavviso di licenziamento:
  • risoluzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato per giusta causa
  • recesso durante il periodo di prova
  • risoluzione del rapporto per mutuo consenso
  • recesso alla scadenza del termine nei rapporti di lavoro a tempo determinato
Per ciò che concerne la durata del periodo di preavviso, la disciplina va individuata nell’ambito del contratto collettivo che viene applicato al rapporto di lavoro in essere.

Preavviso di licenziamento lavorato e non lavorato

Il preavviso di licenziamento può essere lavorato e non lavorato. Quali sono le differenze? Vediamole insieme:
  • preavviso lavorato: le parti conservano i propri diritti ed i propri obblighi. Il datore di lavoro deve corrispondere la retribuzione e tutto ciò che spetta al lavoratore in virtù del contratto che sta per interrompersi. Il prestatore di lavoro, dal canto suo, deve svolgere con diligenza, fedeltà ed obbedienza la sua prestazione lavorativa;
  • preavviso non lavorato: il datore di lavoro può rinunciare al preavviso. In questo caso, però, è obbligato a corrispondere al lavoratore l’indennità di mancato preavviso.

Morte del lavoratore ed indennità di mancato preavviso

Nel caso in cui il lavoratore dovesse venire a mancare, l’articolo 2122 del codice civile prevede l’indennità di mancato preavviso in caso di morte che viene corrisposta ai familiari del lavoratore deceduto. Essa spetta, in particolare, al coniuge, ai figli, ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo grado se erano a carico del lavoratore. L’indennità è costituita da una somma che sostituisce il preavviso e dal TFR a cui avrebbe avuto diritto il lavoratore venuto a mancare.

Vai già via?

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Licenziamento disciplinare: preavviso e disoccupazione INPS, guida completa

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Il licenziamento disciplinareè determinato da un comportamento doloso o colposo del lavoratore, costituito da una violazione dagli obblighi che derivano dal rapporto di lavoro in essere. Come funziona per intimazione e preavviso? Il lavoratore licenziato ha diritto a percepire la disoccupazione INPS? In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su questi aspetti, individuando la disciplina e tutte le conseguenze giuridiche ed economiche al licenziamento disciplinare.

Se questa è la vostra prima volta su Affari Miei, nel darvi il benvenuto, vi invitiamo ad iscrivervi alla newsletter ed al Canale Telegram per restare in contatto e ricevere aggiornamenti dal blog su pc, smartphone e tablet: la nostra speranza è che la conoscenza digitale, fatta magari fortuitamente, possa far nascere una lunga "amicizia". Passiamo ora al tema del giorno, cioè al licenziamento disciplinare.

Che cos'è il licenziamento disciplinare

Partiamo col dire che esso costituisce la più grave sanzione che il datore di lavoro possa irrogare al lavoratore: c’è un notevole e colpevole inadempimento alla base del provvedimento. La Corte Costituzionale, con la sentenza numero 204 del 1982, ha chiarito che il datore di lavoro può intimare il licenziamento disciplinare solo se vengono rispettate le disposizioni contenute nei commi 2 e 3 dell’articolo 7 della legge 300/1970, recante la procedura generale che deve essere seguita per la legittima irrogazione di sanzioni disciplinari nei confronti del lavoratore. L’intimazione del licenziamento disciplinare è legittima solo se il datore di lavoro contesta preventivamente l’addebito al lavoratore; viene concesso a quest’ultimo un termine per potersi difendere e gli si consente la facoltà di farsi assistere dall’associazione sindacale a cui è iscritto. Il licenziamento disciplinare può essere determinato da giusta causa o giustificato motivo.
Per approfondire i concetti e le regole che disciplinano il preavviso, rimandiamo ai nostri articoli su

Licenziamento disciplinare e disoccupazione: come funziona?

Il nuovo sussidio di disoccupazione NASPI, introdotto nel 2015, è previsto per tutti coloro che hanno perso il lavoro involontariamente, nonché per chi ha presentato le dimissioni per giusta causa. Anche il licenziamento disciplinare, dunque, dà diritto a percepire il sussidio di disoccupazione nella durata e nella quantità determinata dalla legge.
Come funziona il licenziamento disciplinare
In particolare,se il beneficiario dà inizio ad un'attività di lavoro autonomo la legge offre la possibilità al lavoratore di chiedere all’INPS la liquidazione anticipata della NASPI in un’unica soluzione: l’importo deve essere utilizzato per avviare un’impresa individuale o per sottoscrivere una quota di capitale all’interno di una cooperativa in cui il rapporto mutualistico ha ad oggetto la prestazione di attività lavorative da parte del socio. Tale ipotesi, comunque, non dà diritto né alla contribuzione figurativa, nè agli assegni familiari. Se si avvia un’attività di lavoro autonomo ma si vuole continuare a percepire la Naspi, la soglia di reddito che non può essere superata è pari a 4 mila 800 euro ed il lavoratore ha l’obbligo di presentare, entro il 31 marzo dell'anno successivo, un'autodichiarazione all'Inps in cui illustra redditi da lavoro autonomo ricavati: in caso contrario, questi è tenuto a restituire l'intero montante percepito tramite Naspi, nonché alla decadenza dal diritto.

Se invece il lavoratore instaura un nuovo rapporto di lavoro subordinato, se percepisce un reddito inferiore agli 8.000 euro annui e comunica all'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, entro 30 giorni, il possibile prospetto del suo reddito, allora la Naspi gli viene ridotta dell'80%. Se, invece, il reddito è superiore alla soglia indicata, la decadenza scatta solo se il contratto ha una durata superiore a sei mesi. In caso contrario, invece si ha la sospensione e l'erogazione riprende regolarmente con la chiusura del rapporto di lavoro instauratosi. 

Avvocato in Romania: esame di abilitazione, procedura e normativa

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Il turismo legale, se così vogliamo chiamarlo, continua ad essere una moda dura a morire in Italia. L’esame di abilitazione alla professione di avvocato, uno dei più duri (almeno a guardare i numeri dei respinti) continua a stimolare la fantasia di chi va a prendersi l’abilitazione in paesi dell’Unione Europea dove invece questo percorso è decisamente più facile per i laureati in giurisprudenza. È stato il caso, fino a qualche anno fa, della Spagna, paese che però è passato a regolamentare (finalmente, aggiungiamo noi) la professione con una legge del 2006, che ha reso necessario il conseguimento di un Master per essere abilitati alla professione di avvocato. Il turismo “giurisprudenziale” si è allora trasferito dalle parti del Conte Dracula e oggi diventare avvocato in Romania non è più un’idea bizzarra, ma piuttosto il percorso di tanti giovani che, purtroppo, continuano fallire l’esame di abilitazione alla professione.

Avvocato in Romania: due pesi, cento leggi, mille misure

La situazione è ovviamente dovuta alla disomogeneità di leggi all’interno dell’Unione Europea, soprattutto quando si tratta di imporre canoni più restrittivi su questioni di fondamentale importanza, come appunto il regolamento della professione avvocatizia.

Se la Spagna, anche per riconquistare credibilità, si è impegnata e ha prodotto leggi che hanno regolamentato la professione (secondo alcuni ancora in modo troppo blando), paesi come la Romania non hanno ovviamente alcun interesse a perdere quello che un flusso di milioni di euro, creato dai pellegrini del codice civile e penale, che si recano alla nuova Mecca per diventare, dopo anni di studio e migliaia di euro spesi, avvocati.

Ma come si diventa avvocati in Romania? È davvero più facile?

Sì, è più facile. Le prove da sostenere sono decisamente meno impegnative di quelle richieste in Italia e si può finalmente diventare avvocati seguendo una procedura decisamente più rapida di quella alla quale siamo abituati nel nostro paese.

Guida per diventare avvocato in RomaniaAl contrario però di quanto avveniva in Spagna fino a qualche anno fa, in Romania è comunque previsto un esame di abilitazione, che verte su quattro materie, ovvero Diritto Civile, Diritto Penale, Procedura Civile e Procedura Penale. Con il primo esame si diventa Avvocato Junior e dopo due anni di pratica, è prevista la possibilità di diventare, come dicono in Romania, Avocat Definitif. Chi volesse sostenere l’esame di avvocato in Romania, seguendo quanto riportato dalla Direttiva CE 98/5, deve essere necessariamente in possesso dei requisiti che seguono:
  • il processo di omologazione del titolo di laurea italiano in Romania deve essere quantomeno avviato. Va inviata una richiesta al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca rumeno, che ha sede a Bucarest. Si può comunque svolgere questa procedura a distanza, contattando l’Ambasciata di Romania a Roma, che vi fornirà i moduli, gli indirizzi ai quali inoltrarli e anche bolli e tasse da pagare. Servirà quasi un anno per ottenere l’approvazione della richiesta. Successivamente vi indicheranno quali sono gli esami integrativi da sostenere per l’equipollenza della laurea.
  • Successivamente si deve effettuare uno stage da un Avocat Definitiv, che abbia almeno 6 anni di abilitazione alle spalle e che sia accreditato presso gli albi preposte dallo stato rumeno.
  • L’esame di abilitazione: deve essere svolto in uno qualunque dei capoluoghi romeni. Deve essere necessariamente sostenuto in Romania. Si tratta di un quiz a crocette con 60 risposte. Materia dell’esame sono diritto penale, diritto civile, procedura penale, procedura civile. L’esame si sostiene in lingua italiana.
  • passato l’esame, si può essere iscritti all’albo romeno degli avvocati.
Una volta che saremo stati riconosciuti come avvocati in Romania, la palla passerà all’Italia, dato che dovremo cominciare ad avere a che fare, appunto, con le strutture dello Stato Italiano al fine di essere riconosciuti come avvocati anche in Italia. A questo punto infatti, muniti del titolo romeno, dobbiamo:
  • o fare richiesta al Ministero di Grazia e Giustizia per far sì che il titolo che abbiamo conseguito in Romania venga immediatamente riconosciuto, chiedendo inoltre di essere iscritti all’albo. Il Ministero, con il parere della Conferenza dei Servizi, stabilità le prove che dovrete sostenere per compensare la diversità nella formazione.
  • in alternativa si può chiedere l’integrazione nell’Albo, nella sezione speciale, con segnalazione di “stabilimento/integrazione”. Dopo tre anni di attività in Italia, in questo caso, possiamo chiedere di essere integrati e dunque iscritti anche nella sezione ordinaria dell’albo. In questo caso la prova attitudinale, che viene richiesta dal Ministero di Grazia e Giustizia, non è assolutamente richiesta.

Quali sono i costi per diventare avvocato in Romania?

Complessivamente il costo di questa operazione è tra i 5000 e i 7000 euro, somme tutto sommato contenute, se comparate con la possibilità di diventare avvocati saltando a piè pari la procedura italiana, che falcidia ogni anno più del 30% dei candidati.

I pacchetti sono offerti da speciali agenzie turistiche, che chiedono, questo è quanto abbiamo rilevato noi nelle nostre indagini, tra i 5.000 e i 10.000, in pacchetti all-inclusive che comprendono lo stage, l’espletamento delle pratiche amministrative, le simulazioni dell’esame e addirittura i corsi di lingua romena. Si tratta dunque di pacchetti che sono in grado di offrire al candidato davvero tutto quello di cui ha bisogno per superare l’esame. Le offerte si sprecano e offrono tutte:
  • una procedura davvero più semplice per diventare avvocato;
  • accesso immediato alla professione;
  • possibilità di impiego anche in Romania;
  • corsi di lingua.
anche se comunque i vantaggi di cui sopra devono essere sicuramente comparati con gli svantaggi, che non sono indifferenti, soprattutto se confrontati con la procedura spagnola, che era quella d’elezione almeno fino a qualche anno fa:
  • si devono spendere almeno 7.000 euro;
  • i tempi, soprattutto per l’omologazione del titolo italiano in Romania, sono piuttosto lunghi e vanno sicuramente considerati prima di avventurarsi in un’impresa del genere;
  • necessità di apprendere una lingua che, per quanto semplice, va comunque imparata a livello settoriale, cosa che non è esattamente una passeggiata;
  • atteggiamento abbastanza stizzito degli Ordini Forensi italiani, che rende pressoché obbligatorio il passaggio dal Ministero di Grazia e Giustizia;
  • il pericolo, e questo purtroppo è avvenuto, di frodi a danno degli studenti, che hanno pagato pacchetti per poi non ricevere davvero nulla in cambio.
Si tratta di una procedura che sicuramente lontana dalla semplicità alla quale ci avevano abituati gli spagnoli. Che forse valga la pena di prepararsi per l’esame di stato italiano oppure dedicarsi ad altro?

Accertamento induttivo: requisiti, tipologie e normativa

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L’accertamento induttivo presuppone l’attendibilità complessiva della contabilità e consiste nella rettifica di singoli componenti reddituali operata dall'amministrazione finanziaria. L’ufficio può procedere all’accertamento induttivo extracontabile soltanto in quattro casi ben definiti che elenchiamo di seguito:
- Quando il reddito di impresa non è stato indicato nella dichiarazione
- Quando dal verbale di ispezione emerge che il contribuente non ha tenuto oppure ha sottratto all’ispezione una o più scritture contabili prescritte ai fini fiscali
- Quando le false dichiarazioni o le omissioni accertate dall’ispezione sono gravi, numerose e ripetute tanto da rendere inattendibili le scritture stesse per mancanza di garanzie proprie di una contabilità sistematica
- Quando il contribuente non ha dato seguito all’invito a trasmettere o esibire atti e documenti o non ha risposto al questionario sottopostogli.

Che cos'è nello specifico l'accertamento induttivo

L’accertamento induttivo, definito anche extracontabile, è un metodo di accertamento differente rispetto a quello analitico e da quello con adesione: esso, infatti, può essere adottato soltanto in presenza di determinate circostanze o fattispecie, le quali sono espressamente indicate all’articolo 39 del Decreto del Presidente della Repubblica 600/1973. In altre parole, il reddito di impresa della persone fisiche e delle società commerciali, e il reddito di lavoro autonomo degli artisti e dei professionisti, in deroga al criterio dell’accertamento analitico, può essere determinato in via induttiva (o extracontabilmente).

Presunzioni su cui fondare l'accertamento

L’accertamento induttivo deve essere supportato da presunzioni gravi, precise e concordanti quando siamo nella fattispecie di cui all'articolo 39 sopra richiamato, comma 1 lettera D: la normativa prevede che, qualora l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicanti nella dichiarazione o nei suoi allegati risulti dalle ispezioni o verifiche compiute nei confronti del contribuente, e da dati e notizie raccolte dell’ufficio mediante l’esercizio dei suoi poteri ai sensi dell’articolo 32 del DPR n. 600/1973, allora è prevista la possibilità per l’amministrazione di desumere l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti.

Tipologie di accertamento induttivo

L’accertamento induttivo è regolato dal comma 2 dell’articolo 39 del DPR n. 600/1973, normativa che prevede che, in presenza di contabilità inattendibile, l’ufficio può prescindere in tutto ed in parte dalle risultanze contabili e determinare il reddito mediante presunzioni anche non dotate dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. 

Dunque in cosa si differenzia l’accertamento induttivo? Esso si distingue in accertamento induttivo vero e proprio (articolo 39, comma 2 del Dpr n. 600/73) e in accertamento analitico induttivo (articolo 39, comma 1 lettera D). Nel primo caso l’ufficio, in presenza di contabilità inattendibile, può prescindere in tutto o in parte dalle risultanze delle scritture contabili e accertare induttivamente il maggior reddito utilizzando presunzioni anche non dotate dei requisiti di precisione gravita e concordanza di cui all’articolo 2729 del codice civile. Nel secondo caso, invece, l’ufficio può fondare l’accertamento solo in presenza di presunzioni gravi precise e concordanti. Quindi l’ufficio può procedere all’accertamento induttivo nel caso in cui il contribuente abbia tenuto una contabilità formalmente e sostanzialmente regolare. L’attività di accertamento dell’ufficio si può fondare anche su presunzioni peraltro dotate dei requisiti di precisione, gravità e concordanza, e non su semplici illazioni, o comunque elementi indiziari sprovvisti dei requisiti elencati.
Guida all'accertamento induttivo

Accertamento analitico induttivo: dati su cui fondarlo

Su quali dati l’ufficio fonda l’accertamento analitico induttivo? Questo tipo di accertamento di basa su dati medi di settore, come percentuali di ricarico medio, prezzi medi di settore ecc, dati che si qualificano come elementi indiziari che non sono in grado di supportare da soli un accertamento induttivo, in quanto lo scostamento dalle medie di settore non può qualificarsi automaticamente come presunzione quale presunzione dotata dei requisiti di gravità, precisione e concordanza di cui all'art. 2729 del codice civile. Per questo lo scostamento dalle medie di settore potrà produrre effetti se supportato da altri elementi critici, in grado di contribuire alla costruzione di una accusa motivata. Queste affermazioni sono state consolidate dalla sentenza n. 252000 della Corte di Cassazione del 15/10/2008. Tale sentenza ha stabilito che le percentuali di ricarico elaborate dall'Amministrazione non costituiscono un fatto noto da cui si possa dedurre il "fatto ignoto" costituito dal reddito dell'impresa, con prova contraria a carico del contribuente. Le percentuali a ricarico devono essere ancorate a specifiche circostanze che possono far presumere l'omessa dichiarazione di corrispettivi. Dunque, in presenza di una contabilità attendibile, la possibilità per l’ufficio di emettere un avviso di accertamento induttivo è sottoposta a condizioni molto precise e rigorose. Tali affermazioni sono state rimarcate dalla Corte Suprema con le sentenze n. 12956 e 13915 del 2009. La sentenza in esame la Corte di Cassazione ha nuovamente ribadito che nell’accertamento dei ricavi non contabilizzati basato sulle percentuali di ricarico è illegittimo l’utilizzo del criterio della media aritmetica semplice, basato sul semplice confronto tra i prezzi di vendita ed i prezzi dei listini delle case fornitrici: ciò perché tale calcolo viene effettuato senza considerare la disomogeneità degli articoli venduti, la quale richiede un’analisi quantitativa secondo il criterio della media ponderata, in relazione al volume delle vendite relative all’uno o all’altro tipo prodotto e ai dati relativi al mercato nel quale il contribuente si trova ad operare. In altre parole, non è legittima la presunzione di ricavi maggiori di quelli denunciati fondata sul raffronto tra prezzi di acquisto e di rivendita operato su alcuni articoli, invece che su un inventario generale delle merci da porre a base dell’accertamento. 

Non è considerato legittimo nemmeno ricorso al criterio della media aritmetica semplice quando fra i vari tipi di merce esiste una notevole varietà di valore ed i tipi di oggetti più venduti presentano una percentuale di ricarico inferiore a quella risultante dal ricarico medio: il metodo di calcolo è anche in questo caso quello della media ponderata. Infatti la Corte di Cassazione ha voluto ribadire con tale sentenza che nel caso in cui l’accertamento sia riferito ad un’impresa che vende diverse categorie di beni e la cui attività è caratterizzata da andamenti variabili dei prezzi nel corso del tempo l’utilizzo della media aritmetica semplice nel calcolo della percentuale di ricarico è inidoneo a costituire una presunzione dotata dei requisiti della gravità, precisione e concordanza, essendo necessario basarsi sul criterio della media ponderata, la quale va stabilita tenendo conto della differente quantità degli articoli oggetto di vendita, a cui si applicano diverse percentuali di ricarico. In conclusione, possiamo affermare che è necessario procedere ad inserire i beni oggetto di vendita in diverse categorie conformi, perché aventi la stessa percentuale di ricarico, oppure determinando un’unica percentuale di ricarico, calcolata però tenendo conto del diverso peso dei singoli beni, cui si applicano le diverse percentuali di ricarico.

Vivere e lavorare a Barcellona: come trovare lavoro o aprire un'attività

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La capitale della Spagna è Madrid anche se spesso questo Paese è conosciuto ancor di più grazie ad un'altra metropoli: Barcellona. Sono tanti che vorrebbero vivere e lavorare in una città non molto diversa dall’Italia ma, a suo modo, magica a detta di molti. In questa splendida città si nascondano alcune delle migliori opere dell'artista Gaudì, monumenti eccezionali e soprattutto si nasconde, neanche più di tanto, il mare, che permette a turisti e non di rilassarsi dopo una lunga giornata in giro per attrazioni. Barcellona, ovviamente, non è solo turismo ma è anche molto altro: prima di tutto è una delle città spagnole con il più basso tasso di disoccupazione giovanile. Per fare un confronto con l'Italia, Barcellona per certi versi somiglia a Milano nel senso che si trova in una delle aree più ricche del Paese e lavorativamente, almeno in linea generale, ha qualcosa in più da offrire rispetto ad altre zone.

Trasferirsi a Barcellona: vantaggi e svantaggi

Prima di passare ad analizzare alle conseguenze che un trasferimento in una città di un Paese straniero comporta, cerchiamo di individuare i vantaggi e gli svantaggi che la città in questione ci offre. Tra i vantaggi che ci concede Barcellona, come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, risalta l’affinità culturale: la lingua, infatti, è davvero molto simile alla nostra e questo faciliterà la comunicazione e l’apprendimento dell’idioma. Inoltre la gente del luogo è ospitale e sicuramente ci tiene a far sentire a proprio agio anche chi non è spagnolo. In ogni caso la distanza dall’Italia è minima e quindi rientrare in patria anche soltanto per un week end è semplice, vantaggio non indifferente per i nostalgici: sono tantissimi i voli low cost che collegano Barcellona con le principali città italiane. 

Un ultimo vantaggio non indifferente riguarda il fisco, che opprime i lavoratori in maniera meno consistente rispetto al sistema italiano. 

Trasferirsi a Barcellona presenta, ovviamente, anche degli svantaggi: sebbene l’Italia stia attraversando una fase critica, anche in Spagna il tasso di disoccupazione è notevole e il salario spesso non è equilibrato con il costo della vita. La povertà è in aumento anche a Barcellona, e nemmeno il sistema burocratico è tra i migliori: la burocrazie è lenta e ingarbugliata anche qui, i nostri cugini spagnoli ci sono molto simili. Per questo prima di decidere di trasferirsi a Barcellona consigliamo di organizzarsi ed elaborare un piano di lavoro e trasferimento in modo da non cozzare contro una realtà differente da quella che ci si era immaginati. Prima di saltare su un aereo cercate di capire come affrontare i problemi basilari: la ricerca di una casa e la ricerca di un lavoro, magari attraverso la creazione di una propria attività.

Come vivere e lavorare a Barcellona: consigli

Come trovare casa?

Il primo pensiero operativo può essere quello di trovare un tetto sotto cui dormire, sebbene i problemi che un potenziale espatriante deve porsi siano ben altri, come abbiamo detto in più occasioni. Vediamo ora insieme come rendere più semplice la ricerca di un alloggio. L'azione più semplice per trovare casa o un camera in cui dormire è quella più banale: gironzolare per la città alla ricerca di annunci affissi direttamente sull'appartamento. Altrimenti molti annunci possono essere anche trovati attraverso i giornali. Ovviamente anche qui internet la fa da padrone, quindi vi conviene come sempre effettuare accurate ricerche sui portali specializzati per trovare casa.

Se invece il vostro obiettivo è quello di condividere le spese e quindi una casa, allora dovreste dirigervi nei dintorni dell'università, dove troverete tantissime offerte di questo tipo. Analoghe richieste vengono di solito fatte dai lavoratori che condividono stanze con altri: soprattutto nella prima fase questa potrebbe essere molto più che un’idea.

Se volete già ora iniziare a regolarvi circa il costo degli alloggi o della loro disponibilità, allora vi consigliamo di osservare alcuni siti di annunci immobiliari:

Lavorare a Barcellona

Cominciamo col dare qualche informazione di carattere generale sul tema. Le professioni richieste in questa metropoli sono spesso specifiche, per questo motivo è consigliato il trasferimento non a tutte le professionalità ma solo ad alcune. Quali? Ultimamente sono molto richiesti i lavoratori nell'ambito educativo e dell'assistenza sociale. Altri settori in cui la richiesta è medio alta sono: quello sanitario, delle telecomunicazioni, edilizia e trasporti.  Un grosso esubero di richieste vi è invece da parte del settore tecnico amministrativo, vendite e nell'industria tessile. In questi casi la domanda supera l'offerta.

Essendo anche un punto centrale per il turismo, come anticipato in apertura, rimangono abbastanza richieste anche le professioni legate a questo mondo: chef, camerieri, baristi, animatori. Se volete vivere e lavorare a Barcellona e siete specializzati in questo campo, potrebbe rappresentare una splendida esperienza un eventuale trasferimento per svolgere queste mansioni.

A Barcellona si lavora solitamente per 40 ore settimanali, nella fascia che va dalle 9 del mattino alle 19, con di mezzo ovviamente la pausa pranzo. La paga oraria, come avviene in tutto il mondo, non è fissa ma dipende dall'esperienza lavorativa e dalle capacità del lavoratore. 
Per quanto riguarda la ricerca pratica di un impiego, valgono le solite regole: internet, conoscenze personali, candidature spontanee, eccetera eccetera. Esistono moli siti in cui è possibile cercare offerte di lavoro, noi ve ne consigliamo alcuni che sono tra i più famosi:

Trasferirsi a Barcellona per studiare o per volontariato

Quanto scritto nel paragrafo precedente, in linea del tutto generale, è ciò che riguarda l'aspetto lavorativo. E' chiaro che il lavoro risente dell'andamento dei vari settori produttivi, per cui in un determinato ambito può risultare più facile rispetto ad altri trovare un'occupazione. Nel caso in cui invece voleste affrontare il trasferimento in maniera diversa, esistono altre opportunità, ossia quelle legate allo studio e al volontariato. Se siete studenti universitari potete aderire al progetto Erasmus, il quale permette appunto di trasferirsi per qualche mese all’estero appoggiandosi alle università e rendendo ai viaggiatori la vita più semplice, grazie ad un’organizzazione preesistente. Durante questo periodo è semplice analizzare le caratteristiche e la vivibilità della città. Se invece avete già terminato gli studi e non potete sfruttare questa opzione, allora potete appoggiarvi al Servizio Volontario Europeo, un progetto di volontariato finanziato dall’Unione Europea, godendo degli stessi vantaggi di organizzazione proposti dalle università. Questi due metodi vi permettono di andare a studiare il terreno senza lasciarvi allo sbaraglio e, soprattutto, hanno proprio lo scopo di favorire l'integrazione fornendo competenze e conoscenze tali da attutire l'impatto in caso di trasferimento definitivo.

Aprire un’attività a Barcellona

Se siete più temerari e desiderate trasferirvi a Barcellona mettendovi in gioco creando una vostra ditta, allora dovete informarvi molto bene sulla normativa a cui vi sottoporrete, così da sapere ciò che state andando ad affrontare. Il sistema fiscale spagnolo è stato ed è tuttora uno dei sistemi meno aggressivi: i lavoratori devono infatti affrontare una tassazione più bassa che in altri Paesi dell’UE. Vi ricordiamo che Barcellona e la Spagna in genere non sono esenti dalla crisi più che altri Paesi, quindi avviare un’attività imprenditoriale deve essere un’azione ben ponderata, per quanto la tassazione sia innegabilmente meno asfissiante che in Italia. Un business, come abbiamo scritto in più occasioni, deve essere prima di tutto sostenibile e poi si può pensare alla tassazione solo dopo aver pensato a se effettivamente è in grado di stare in piedi.

Gli ultimi anni, poi, hanno portato diverse novità grazie al web: i cosiddetti nativi digitali, cioè coloro che lavorano da casa, hanno iniziato a spostarsi in giro per il mondo in quanto i loro guadagni non dipendono direttamente dal posto in cui si trovano. Se il vostro scopo è guadagnare online con business già in essere o da avviare, allora il discorso fiscale diventa diverso perchè, se effettivamente vi trasferite in un altro Paese, potreste avere dei vantaggi di fronte ad una pressione meno ingombrante rispetto all'Italia.
Tassazione a Barcellona

Passiamo ora a dare qualche informazione più approfondita sul fisco. L’IVA spagnola ammonta al 21% per l’aliquota ordinaria e poi annoveriamo due aliquote ridotte al 10% e al 4% sui beni di prima necessità. In più in Spagna troviamo una tassazione decentrata a più livelli: locale, regionale e nazionale, quindi è bene informarsi sulle tasse che troveremo dove abbiamo intenzione di trasferirci e aprire la nostra attività. Anche in Italia è in parte così ma in Spagna questo aspetto è assai più marcato rispetto al nostro Paese.

Oltre all’IVA, anche a Barcellona bisogna pagare l’Irpef, la quale è caratterizzata da un sistema a scaglioni come il Belpaese: nella fascia di reddito fino a 12.450 euro la percentuale equivale al 19%; fino a 20.000 euro di reddito, invece, l’Irpef aumenta al 24%; fino a 35.000 euro è pari al 30%, fino 60.000 euro è pari al 37%, infine per redditi superiori ai 60.000 euro l’Irpef ammonta al 45%. 

Agli imprenditori, poi, interessa senz'altro il capitolo inerente i costi sociali a carico dell’azienda con dipendenti: essi oscillano tra il 30,80% e il 37,05%, mentre quelli a carico del lavoratore sono si aggirano intorno al 6,4%. Per cui valutate anche queste spese a carico della ditta nel caso in cui la vostra attività dovesse prevedere l’impiego di lavoratori dipendenti, sebbene in Spagna il costo dei lavoratori rispetto a quelli italiani sia nettamente inferiore. 

Ricordatevi che le start up in Spagna godono di una tassazione agevolata del 15% per i primi due esercizi in cui si producono gli utili. Barcellona è diventata famosa, negli ultimi anni, per aver dato i natali a diverse startup anche di respiro mondiale soprattutto in ambito digitale.
Letture consigliate: Come trasferirsi in Spagna Come trasferirsi in Portogallo

Conclusioni: trasferirsi a Barcellona è la scelta giusta? 

Vivere e lavorare a Barcellona può essere una splendida esperienza, specie se siete giovani e non avete legami particolari con l’Italia. La Spagna ci somiglia molto, nei pregi e nei difetti, per cui sappiate di andare incontro a molti dei problemi che avreste qui. Se amate questo Paese, comunque, il processo di integrazione sarà assai più facile e veloce: lo spagnolo in genere non è molto difficile da imparare per gli italiani e la mancanza di una barriera linguistica forte vi sarà sicuramente di grande aiuto, soprattutto nella fase iniziale.

Non lasciatevi scoraggiare durante il periodo di ricerca di un impiego, se vi trasferite per cambiare vita soprattutto a cause di delusioni qui in Italia: vivere e lavorare a Barcellona può dare davvero grandi soddisfazioni se effettivamente ponderate le cose al meglio. Le affinità culturali che abbiamo con la Spagna rappresentano sicuramente uno dei primi fattori che non vi farà sentire la mancanza dell’Italia e favorirà il vostro processo d’integrazione nella società spagnola. Certo, chi legge Affari Miei abitualmente sa che non amiamo concludere i post con il "lieto fine" ma le informazioni contenute sono sufficienti per innescare in voi il giusto livello di allerta: buena suerte!

Partita Iva 2016: novità minimi, forfettario e regime ordinario – GUIDA

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Quali sono le regole che riguardano le Partite Iva nel 2016? Affari Miei guarda con attenzione al mondo del lavoro autonomo e, in questa guida, riepiloghiamo brevemente quelli che sono gli aspetti essenziali che regolano sia il regime dei minimi, dal 2016 sostituito dal forfettario (lo scopo è quello di aprire una via in qualche modo agevolata per chi inizia), che quello ordinario. Molti giovani ormai aprono Partita Iva, anche se il Jobs Act ha tentato di intervenire in questo senso andando ad eliminare quelle false che venivano costituite essenzialmente per eludere gli alti costi del lavoro. Ciò nonostante, la diffusione di nuove attività sta portando ad un incremento dell’occupazione da freelance che, molto spesso, si svolge lavorando da casa.

Quanto costa aprire partita Iva?

L’apertura della partita iva non ha costi in sé se non la consulenza che, eventualmente, il commercialista può chiedere: vi conviene rivolgervi ad un professionista vista la complessa burocrazia italiana. Le spese successive riguardano: l’iscrizione alla Camera di Commercio, con il diritto camerale che si attesta sui 60 euro annui e la pratica per l'iscrizione che costa circa 36 euro (il pagamento alla Camera di Commercio potrebbe essere non dovuto in alcuni casi), i contributi INPS (qui la guida specifica) e tutte le altre spese che gravano annualmente in misura fissa come l’Irpef che, a scaglioni, viene calcolato sul reddito (ricavi - costi - contributi INPS = imponibile IRPEF). Avviare una qualunque attività, quindi, ha dei costi che possono riguardare l’acquisto di macchinari o beni strumentali ed una serie di oneri fissi ai quali non ci si può sottrarre. E' consigliabile, comunque, rivolgersi sempre ad un professionista prima di iniziare così da avere chiara fin da subito la propria situazione e pianificare al meglio il proprio business. Andiamo, brevemente, a riepilogare come funzionano i singoli regimi fiscali.

Partita Iva con Regime forfettario agevolato (ex minimi): come funziona nel 2016

Il governo Renzi ha fatto dietrofont sul sistema che si voleva avviare l’anno scorso. Il motivo è molto semplice: era una fregatura che avrebbe spinto molte persone a smettere di lavorare in proprio. L’esecutivo ha promesso un graduale abbattimento degli oneri nei prossimi anni, al fine di venire incontro alle esigenze di questa categoria che, ad oggi, viene letteralmente vessata facendo un rapporto tra gli oneri a cui è sottoposta e le prestazioni di Welfare che riceve. La Legge di Stabilità, introducendo il regime forfettario come agevolazione, ha di fatto cestinato il vecchio dei minimi: chi ha aperto partita Iva prima del 2016 e l'ha adottato, può mantenerlo fino a naturale scadenza mentre dal 1° gennaio 2016 l'unica forma agevolativa attuabile è il forfettario che dopo vedremo. Ad oggi, comunque, il regime dei minimifunziona in questo modo:
  • limite annuo di fatturato pari a 30 mila euro;
  • contributi previdenziali INPS da versare nella gestione separata pari al 27,72% ( che si calcola sul ricavi – costi). Il regime dei minimi prevede, però, la possibilità di scaricare completamente solo alcune spese;
  • imposta sostitutiva dell’irpef e delle addizionali pari al 5% (ricavi – costi - contrbuti Inps = imponibile su cui applicare il 5%)

Guida alla Partita Iva nel 2016

Partita Iva con Regime Forfettario: come funziona nel 2016?

Come anticipato, la Legge di Stabilità ha di fatto superato il regime dei minimi con il nuovo forfettario il cui funzionamento è per certi versi simile ma viene incontro sul piano della possibilità di computare i costi: messo così, in linea tendenziale e non per tutti ovviamente, pare essere più conveniente. Il nuovo sistema in parte prende la base dello scorso anno (gli ex nuovi minimi andati in vigore solo in parte): in pratica, scompare il limite massimo di fatturato di 30 mila euro per tutti ma, in base al tipo di attività, cambia il limite per rientrare. Per ogni attività c'è una soglia ed un coefficiente di redditività che capiremo come funziona dopo, ecco una prima schematizzazione in cui riportiamo, nell'ordine, il tipo di attività qualificata in base al codice ATECO, il limite massimo di fatturato ed il coefficiente di redditività:
  • Industrie alimentari e delle bevande - 45.000 - 40%
  • Commercio all’ingrosso e al dettaglio - 50.000 - 40%
  • Commercio ambulante di prodotti alimentari e bevande - 40.000 - 40%
  • Commercio ambulante di altri prodotti non alimentari - 30.000 - 54%
  • Costruzioni e attività immobiliari - 25.000 - 86%
  • Intermediari del commercio - 25.000 - 62%
  • Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione - 50.000 - 40%
  • Attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, servizi finanziari ed assicurativi - 30.000 - 78%
  • Altre attività economiche - 30.000 - 67%
 In pratica le varie attività possono sottrarre al reddito solo i costi derivanti dal versamento dei contributi previdenziali mentre l'imponibile su cui calcolare la ritenuta sostitutiva di IRPEF e addizionali viene calcolata sulla base del coefficiente di redditività. Quindi fatto il fatturato, si calcolano i contributi INPS (artigiani e commercianti versano circa il 23% mentre chi si iscrive alla gestione separata il 27,72%) e, sottratti dal totale, l'imponibile è determinato da una percentuale che scaturisce dal coefficiente di redditività applicato. Su di essi si applica la ritenuta del 5% che è valida per i primi 5 anni prima di passare ad una nuova ritenuta sostitutiva pari al 15%.
Le attività che rientrano nel forfettario possono scaricare costi di personale fino a 5.000 euro ed il limite di investimento in beni strumentali, precedentemente a 15.000 euro, ora sale a 20 mila euro.

Partita Iva con Regime Ordinario

Il regime ordinario si differenzia i quanto non presenta limiti di fatturato e vi accedono tutti coloro che non possono avere quello agevolato. A seconda dell’attività svolta, a livello previdenziale si può essere inquadrati come commercianti, artigiani o professionisti. Alla gestione separata accedono tutti i professionisti senza apposita cassa (e potrebbe non essere dovuta la quota alla Camera di Commercio, come anticipato) mentre gli altri hanno, in genere, un’apposita cassa a cui versare i contributi per la pensione.
Per quanto riguarda la tassazione, essa viene impostata in questo modo:
  • Irpef al 23% che sale a scaglioni a seconda del reddito;
  • Irap, ove prevista, in base alla legge regionale;
  • contributi previdenziali INPS che variano a seconda della cassa dove si versa (da un minimo del 22,65% ad un massimo del 27,72%);
  • Addizionali comunali e regionali pari circa al 2%.

Nel regime ordinario, di solito, si possono scaricare molte più spese del regime dei minimi e del regime forfettario. Nei minimi, ad esempio, non si possono avere dei collaboratori mentre in questo caso si e le relative spese possono essere portate in contabilità. La tassazione è più alta anche se questo regime è da preferire quando si hanno più costi in quanto il loro ammortamento riduce lo svantaggio che si ha nei confronti dei minimi.

Quale regime conviene scegliere per mettersi in proprio e aprire Partita Iva nel 2016?

Si tratta di una domanda soggettiva. Il regime dei minimi è da preferire (se lo si è scelto prima della fine del 2015) se si svolge una professione, non ci si avvale di collaboratori e, inizialmente, si hanno volumi relativamente bassi e così sarà anche per il nuovo forfettario. Il regime ordinarioè, invece, migliore quando si hanno più spese da sostenere per pagare collaboratori o per acquistare beni o servizi vitali per il proprio business.

Considerate che solo il regime ordinario prevede la tassazione Irpef mentre gli altri hanno imposta sostitutiva: ciò vuol dire che nel primo caso, se avete famiglia o altre voci che danno accesso a detrazioni e deduzioni, potete effettivamente recuperare molte spese ed abbattere la mole di imposte da pagare, cosa che non potete fare se optate per il forfettario.

Quando aprire Partita Iva?

E' la domanda che si pongono quelli che stanno per iniziare. Al riguardo, leggendo la nostra guida sul lavoro occasionale potete trovare alcune informazioni importanti se state operando in questo modo e volete fare il "grande salto". In linea generale, vale la pena ricordare che solo se pensate di avere entrate piuttosto stabili, superiori ai 7-8 mila euro, vi conviene avventurarvi sapendo che, comunque, in questo caso non potete pensare di "vivere" con la Partita Iva in quanto difficilmente riuscireste a ricavarne uno stipendio, specie nella fase iniziale.

Siamo più soci e vogliamo aprire una società: cosa ci conviene fare?

Il discorso si complica perchè qualsiasi struttura andrete a realizzare avrà dei costi iniziali e periodici maggiori. Se volete operare nell'ambito di una professione potrebbe paradossalmente convenire aprire posizioni separate e cooperare prima di pensare ad una vera e propria compagine sociale: ovviamente è una dritta di massima, bisogna poi valutare caso per caso e in questo caso, più che in altri, non si scappa dalla consulenza di un buon commercialista.

Se siete da soli, poi, non pensate minimanente alla società unipersonale fino a quando non raggiungete un fatturato di almeno 50 mila euro: il falso mito della s.r.l. semplificata che "costa poco" va assolutamente sfatato.

Al riguardo, comunque, suggeriamo alcune risorse utili che parlano della tematica:


Conclusioni

Quelli esposti sono gli aspetti prettamente burocratici anche se non abbiamo mancato di fornire qualche dritta di carattere operativo. Ogni nostro suggerimento, comunque, non è assolutamente sostitutivo di una consulenza di un commercialista.

Se volete mettervi in proprio vi consigliamo la lettura degli articoli delle sezioni dedicate alle idee imprenditoriali ed  al business online: troverete consigli utili per avviare una nuova attività o innovare imprese già esistenti. Per restare aggiornati con Affari Miei, potete iscrivervi al canale Telegram oppure alla newsletter del blog che trovate nel form in basso!

Calcolo cedolare secca 2016 online: aliquote e normativa, a chi conviene?

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La cedolare secca rappresenta un regime agevolato di cui il proprietario e l'inquilino di un'immobile possono scegliere di avvalersi. La domanda che ci siamo posti oggi quindi è: perché scegliere questa opzione? Quali vantaggi si possono trarre? Innanzitutto, per il calcolo della cedolare secca, è bene sapere che la legge prevede l'applicazione di un'imposta sostitutiva così divisa: al 10% dal 2014 al 2017, al 15% dal 2018 per i contratti a canone concordato o al 21% se a canone libero (cioè 4+4). Il Piano Casa promosso da Matteo Renzi ha ammesso la riduzione dell'aliquota cedolare secca per tutti gli immobili sfitti, passando dunque dal 15% al 10%. Questa riduzione ha una durata quadriennale a partire dall'anno 2014. Accedendo alla cedolare secca il proprietario di casa non è più tassato in base al suo reddito, bensì sul canone incassato attraverso l'affitto; in tal modo anche per l'affittuario i costi e le spese si riducono.

Essendo un'opzione facoltativa, la sua scelta deve essere comunicata all'Agenzia delle Entrate al momento della registrazione del contratto, oppure, durante la proroga della scadenza. In pratica consiste quindi nella applicazione di un'aliquota sostitutiva che sostituisce, appunto, l'Irpef e le relative addizionali, l'imposta di registro del contratto di locazione; l'imposta di bollo di 16 euro.

Vediamo ora più nello specifico cosa comporta la riduzione dell'aliquota della cedolare secca al 10%. Essa è prevista prima di tutto dal 2014, 2015, 2016 e 2017 per tutti quei proprietari di casa che decidono per il regime delle locazioni a privati con canone concordato, ubicati in zone con alta tensione abitativa oppure in luoghi colpiti da calamità naturali; questi contratti non possono essere aziendali. Scegliendo questo regime il proprietario rinuncia però all'aggiornamento ISTAT del canone e gode dell'esenzione dal pagamento dell'imposta di registro.

Diverso è, invece, il caso del canone libero che prevede un'aliquota del 21%, come accennato già più sopra. La legge ha ammesso infine, la riduzione dell'aliquota cedolare secca per tutti gli immobili sfitti, passando dal 15% al 10%.

Calcolo cedolare secca 2016: come quantificare il dovuto

Innanzitutto partiamo dal presupposto che a questo regime possono accedere solo ed esclusivamente le persone fisiche titolari del diritto di proprietà o di un godimento sulle proprietà immobiliari, come ad esempio l'usufrutto; non possono quindi aderire tutte le altre categorie, ad esempio società o enti non commerciali. Fatte le dovute premesse, vediamo insieme cosa l'Agenzia delle Entrate ha modificato nell'Annuario del Contribuente, per prepararsi al 2016:
  • riduzione dell'aliquota della cedolare secca per tutti i contratti a canone concordato. Inoltre, la riduzione vale anche per le abitazioni che sono ubicate in Comuni ad alta tensione abitativa e con scarse disponibilità abitative. L'alta tensione abitativa può essere rilevata attraverso il Cipe. In questo caso quindi la modifica avvenuta è quella del passare ad un aliquota del 10% fino al 2017, per poi aumentare fino al 15%.
  • altra modifica riguarda la tanto discussa IMU, abolita sulle abitazioni principali, attraverso il Decreto Legge numero 102 del 31 agosto 2013. L'imposta rimane però invariata per le categorie catastali A/1, A8 e A/9, che in realtà vedono applicare la IUC, ovvero una tassa che comprende IMU, TASI (Tassa dei servizi indivisibili dei comuni) e TARI (Tassa sui rifiuti urbani).
Per chi ancora non ne fosse a conoscenza, con la nuova Legge di Stabilità 2016 è stata abolita anche la TASI sulle prime case non di lusso.

Quali sono dunque i requisiti che la proprietà deve possedere per poter aderire alla cedolare secca, oltre quelli già detti? Le unità abitative devono essere necessariamente di categoria A1 e A11(esclusa l'A10 per uffici o studi privati) ed essere affittate per uso abitativo. Anche garage o box possono farne parte ma sempre solo se affittati insieme all'abitazione principale. Il padrone di casa ha l'obbligo di avvisare preventivamente l'inquilino attraverso posta raccomandata.

Fatte queste dovute premesse e procedimenti, il proprietario dell'immobile deve compilare il modello RLI, non più i modelli 69 e Siria che sono stati sostituiti da un provvedimento del 10 gennaio 2014.
Questo nuovo modello richiede molti dei dettagli già dovuti precedentemente. È infatti diviso in più quadri:
  • Quadro A: dati generali (importo del canone, codice fiscale e dati anagrafici del richiedente, eccetera);
  • Quadro B: soggetti (ovvero i dati dei locatori);
  • Quadro C: dati degli immobili (tutti i dati inerenti l'abitazione);
  • Quadro D: locazione ad uso abitativo e opzione/revoca cedolare secca, più eventuali dichiarazioni dei locatori.
Una volta compilata la documentazione, questa può essere inviata telematicamente, utilizzando il software dell'Agenzia delle Entrate, oppure tramite posta.
Guida sulla cedolare secca: conviene? Info su calcolo e aliquote

Calcolo cedolare secca: come si paga e quando

L'imposta per la cedolare secca deve essere versata entro lo stesso termine previsto per l'IRPEF e attraverso modulo F24. Per quanto riguarda i codici tributo, li riportiamo di seguito:
Il pagamento del primo acconto, quindi quello che corrisponde al codice 1840, va versato se e solo se l'imposta sostitutiva dovuta per l'anno 2015 è superiore a 51,65 euro. Nel caso vi troviate in questa situazione l'acconto deve essere versato in unica rata entro il 30 novembre se l'importo è inferiore a 257,52 euro, oppure, in due rate se tale importo è superiore alla cifra delineata. Il primo acconto deve corrispondere al 40% e deve essere versato entro il 16 giugno, il secondo acconto deve corrispondere al 60% del totale e deve essere versato entro il 30 novembre.

Ciò che è importante sapere è che l'acconto non è dovuto durante il primo anno di cedolare secca, poiché effettivamente manca la base imponibile a cui far riferimento. Un altro caso in cui l'acconto non è dovuto, è quando l'anno di prima applicazione della cedolare secca corrisponde anche al primo anno di possesso della proprietà.

Il saldo, infine, va effettuato entro il 16 giugno dell'anno successivo all'eventuale acconto, oppure entro il 16 luglio ma con la maggiorazione dello 0,40%, attraverso il ravvedimento operoso.
Ad esempio, quindi, se il saldo si riferisce all'anno 2015, dovrà essere versato entro il 16 giugno 2016.

Chiunque voglia e possa avvalersi della cedolare secca è obbligato a mantenere quest'opzione per tutta la durata del contratto d'affitto dell'abitazione, o nel caso in cui l'agevolazione ha inizio a contratto già intrapreso, fino alla fine di questo.

Cosa succede invece a tutti coloro che non pagano l'imposta entro la scadenza? In questo caso vengono applicate le stesse identiche sanzioni che sono riservate a coloro che omettono, tardano o rendono falsa la registrazione del contratto di locazione. La sanzione è di tipo economico e cambia a seconda dei seguenti casi:
  • tardivo versamento dell'imposta: 30% dell'imposta versata in ritardo;
  • omessa registrazione del contratto: dal 120% al 240% dell'imposta dovuta;
  • parziale occultamento del canone: dal 200% al 400% della maggiore imposta dovuta.
come con tutte le pratiche dunque non si scherza, pena un multa davvero salata.

Conviene sempre aderire alla cedolare secca? Pro e contro della scelta

Come decidere se richiedere o meno la cedolare secca? Ovviamente analizzando tutti i vantaggi e gli svantaggi che questa comporta. Innanzitutto la cedolare secca permette fin da subito un primo vantaggio economico, poiché non è prevista nessuna imposta durante la registrazione del contratto e poiché è eliminata la marca da bollo del valore di 16 euro sui contratti; altro vantaggio, non economico, è certamente il fatto che permette l'emersione degli affitti regolari.

Questi pro devono essere bilanciati con alcuni contro. Ad esempio con il fatto che non si è più interessati dalle rilevazioni ISTAT periodiche riguardanti gli aumenti, così come è negata la possibilità di aumentare l'affitto durante l'utilizzo della cedolare secca. In poche parole il proprietario deve vedere se il gioco vale la candela, anche perché come detto prima, la cedolare non può essere revocata prima della fine del contratto. Un'analisi attenta è dunque doverosa.

Rendendo tutto automatizzato attraverso i procedimenti telematici è ad oggi molto semplice farne richiesta, senza code o grandi perdite di tempo e questo è senz'altro un ulteriore pro da inserire nella lista.

Infine, la cedolare secca ha degli effetti anche sulreddito: quanto si percepisce a titolo di locazione è escluso dal redditto complessivo ai fini dell'imposizione IRPEF ma, al tempo stesso, non permette di far valere oneri deducibili e detraibili. Il reddito assoggettato a cedolare deve essere compreso nel normale reddito così da determinare la spettanza o meno di detrazioni, deduzioni o altri tipi di benefici: ad esempio durante il calcolo dell'Isee o nella determinazione del reddito per essere considerati a carico.

A chi conviene la cedolare secca ragionando in base al reddito? Considerando che c'è un'imposta sostitutiva, tendenzialmente vale la pena sceglierla per chi ha un reddito medio alto: in questo caso, infatti, il canone potrebbe essere tassato con scaglioni IRPEF più alti. Ciò nonostante la valutazione è personale perchè se avete molte deduzioni da effettuare, potrebbe valere la pena di imputare nel reddito complessivo l'importo del canone e quindi di rinunciare alla cedolare. Vi conviene, prima di decidere, che discutiate con il vostro commercialista di fiducia.

Conclusioni

Nell'articolo di oggi vi abbiamo svelato tutto ciò che è necessario conoscere riguardo alla cedolare secca, in maniera tale da essere il più sicuri possibili quando decidete di affittare casa. Sono stati elencati i vantaggi e gli svantaggi che sono parte fondamentale del processo decisionale, così come tutti i vincoli e le libertà che un proprietario di casa o un affittuario possono permettersi. Tutti i dati inseriti sono aggiornati e inerenti l'anno in corso, dunque sono stati soggetti alle varie modifiche effettuate dal governo nel corso degli ultimi anni e mesi. Trattandosi di una scelta molto importante per il vostro portafoglio, comunque, vi conviene ponderarla al meglio acquisendo quante più informazioni possibili.

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Vivere e lavorare in campagna: pro e contro di una scelta importante

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L’idea di vivere in campagna, lavorare nei campi ed allontanarsi dallo stress e dall’inquinamento quotidiano delle nostre città viene sovente per la testa a tanti, sebbene siano pochi quelli che poi effettivamente si applichino per attuare nel concreto il piano di abbandono dei grandi agglomerati urbani. Come ogni grossa decisione, abbiamo un insieme di pro e contro che analizzeremo nel corso di questo articolo all’interno del quale, come nostra abitudine, cercheremo di tracciare un’analisi ispirata alla serenità ed alla crescita economica del singolo.

Se questa è la prima volta su Affari Miei, vi invitiamo a leggere con calma i vari articoli della sezione Risparmio Casadel blog: troverete tanti consigli per risparmiare e per difendervi dagli sprechi della vita quotidiana. Cerchiamo adesso di concentrarci sul tema del nostro post, così da individuare nel concreto come andare a vivere in campagna.

Riflessioni preliminari

Chi scrive attualmente vive a Torino (qui il report delle spese) dopo 25 anni trascorsi in un piccolo centro della Costiera Amalfitana, in provincia di Salerno. Le informazioni raccolte sono il frutto di ricerche effettuate in rete, piccolissime esperienze personali (la famiglia dell’autore ha una tradizione contadina) e, soprattutto, opinioni e valutazioni squisitamente private. Vivere in campagnaè una strategia che tutti dobbiamo attuare se crediamo nei valori della decrescita felice: considerando che non possiamo incidere più di tanto sull’economia italiana, né possiamo cambiare nell’immediato ed in maniera radicale l’organizzazione del capitalismo, l’unica arma che abbiamo a nostra disposizione è una scelta individuale. La campagna, per il suo essere più distaccata dalle logiche capitalistiche ed oppressive della grande città, può prestarsi alla grande all’attuazione di un piano progressivo di separazione dalla frenesia quotidiana a cui siamo abituati nella misura in cui, però, il nostro trasferimento non sia solamente finalizzato ad un generico spostamento ma abbia come ragione principale un desiderio fondamentale di cambiare vita in maniera radicale. I vantaggi della vita in campagna, infatti, sono in grado di superare gli svantaggi nel momento in cui il proprio piano personale sia ben definito e non raffazzonato.

Vantaggi della vita in campagna: tutti i pro

Vivere in campagnaporta con sé una serie di inevitabili vantaggi che elenchiamo di seguito e che aggiorneremo di volta in volta, nella speranza in futuro di poter raccontare a tutti voi gli effetti di una vera e propria esperienza personale.
  • Ritmi più lenti: chi è abituato a svegliarsi la mattina e finire imbottigliato nel traffico della città, nel caos di una fermata del tram, della metropolitana o del bus, potrà sicuramente afferrare il concetto. Tuttavia questa situazione non può essere subito eliminata perché se vi trasferite mantenendo il vostro lavoro in città dovrete comunque raggiungerla;
  • Affitti mediamente più bassi: prendere casa in affittoè uno degli incubi di chi lavora in città molto inflazionate. In campagna i canoni di locazione tendono ad essere di solito più bassi oppure, a parità di importo, offrono la possibilità di accedere ad appartamenti dalla metratura più ampia o con più servizi come il parcheggio (spesso a pagamento in città), la cantina, la mansarda e così via;
  • I prezzi degli immobili sono più bassi: oggi è forse il momento giusto per comprare casa, come abbiamo osservato nell’apposito articolo dedicato al tema. Un po’ come per gli affitti, anche le case in vendita fuori città costano molto meno. Oltre ai vari servizi già elencati, poi, è facile che troviate degli immobili che abbiano terreni associati sui quali poter impostare un orto o, addirittura, sviluppare qualche micro - business legato all’agricoltura di cui dopo parleremo;
  • Efficienza energetica più facile da attuare: specie se comprate casa, ma non è da escludere che ci siano soluzioni da affittare già pronte sotto questo punto di vista, avete a disposizione maggiori opportunità per rendere la casa efficiente da un punto di vista energetico e, nel lungo periodo, risparmiare sulle bollette. Installare i pannelli fotovoltaicioppure dotarsi di un impianto solare termico per l’acqua calda è decisamente più semplice in campagna perché ci sono meno vicini che rompono le scatole e, soprattutto, c’è lo spazio che manca in città dove si vive ammassati in palazzi di più piani. Tante case, in alternativa alle soluzioni più tecnologiche, hanno un impianto a legna o a pellet e questo consente di risparmiare sensibilmente sul riscaldamento;
  • Possibilità di avere un orto: come accennato poc’anzi, spesso le case hanno dei terreni vicini nei quali è possibile mettere su un piccolo orto. Se volete dedicarvi al giardinaggio, oltre a trovare un beneficio da un punto di vista della salute che vi farà risparmiare il canone della palestra, potete cimentarvi in questo piacevole hobby che, alla lunga, può permettervi di ridurre la spesa alimentare abbattendo i costi di frutta e verdura;
  • Minori possibilità di sperperare soldi: chi vive in un grande centro sa benissimo che le principali strade pullulano di negozio, centri commerciali e diversivi di ogni tipo. Spesso non ce ne accorgiamo ma vagare per le vie del centro ci spilla annualmente tantissimi soldi. Vivendo lontano dalle città, poi, si ridurranno le possibilità di fare il giro dei tanti locali alternativi che, per quanto carini e non da accantonare del tutto, ci portano via tantissimo denaro nel lungo periodo. Comprando solo ciò che serve ed osservando sane abitudini di finanza personale, è possibile davvero vivere con pochi soldisenza farsi mancare le cose veramente essenziali;
  • Minor costo della vita: in generale, in campagna fare la spesa costa molto meno. E’ vero che in città i prezzi sono livellati dalla concorrenza, vista la presenza di tanti negozi e dei mercatini rionali, ma in generale la vita tende a costare di più a causa comunque degli alti costi (affitti alle stelle, apertura obbligata per tante ore, etc) che gravano sulle attività commerciali e che si abbattono inevitabilmente sui consumatori. Possiamo aggiungere, inoltre, che in campagna è più facile intercettare coltivatori diretti, mercatini a chilometri zero ed alimentare, in generale, un filone economico diverso e, per certi versi, più etico del capitalismo duro e puro che ha monopolizzato i centri più grandi;
  • Qualità della vita migliore: oltre agli aspetti economici, l’aria in campagna è meno irrespirabile che nelle grandi metropoli. Si vive con meno stress, si corre di meno ed è molto più semplice avere dei buoni rapporti con i vicini di casa perché si tende ad essere meno diffidenti, visto anche il minore ricambio di gente a cui i condomini delle grandi città sono abituati. Inoltre il livello di delinquenza e criminalità è più ridotto e ciò, per chi pensa di creare una famiglia, può rappresentare un buon punto di partenza. I ritmi più blandi, infatti, possono darvi maggiori possibilità di seguire i vostri figli nella loro crescita e nel loro percorso di studio.
Guida per vivere e lavorare in campagna

Svantaggi della vita in campagna: tutti i contro

La vita in campagna non ha solo dei vantaggi, anzi, al contrario, tantissimi possono essere i contro per chi si approccia a fare una scelta del genere. Proviamo, quindi, ad illustrare i contro in maniera schematica, promettendo anche qui di tornare in futuro nel caso di esperienze dirette o di suggerimenti da parte vostra:
  • Alla lunga la vita può diventare monotona: se siete nati e cresciuti in una grande città, l’impatto per voi potrebbe essere traumatico. Le persone tendono ad essere sempre le stesse perché non c’è un continuo via vai di studenti e lavoratori che si spostano per periodi medio-brevi. La sera le occasioni per uscire ed andare in giro fino al mattino sono relativamente poche, se adorate fare shopping per il solo gusto di spendere i soldi (mannaggia a voi!) avrete delle difficoltà se non siete in una zona vicina a grandi realtà. Chi scrive, pur non essendo nato in campagna, ha vissuto per 25 anni in un piccolo centro facente parte di un noto comprensorio turistico. La vita, pur essendo molto dinamica nel periodo estivo in cui tutti lavorano e sono presi dalla frenesia e dallo stress un po’ come accade in città, finite le vacanze tende a somigliare molto a quella della campagna per la lentezza, lo scarso ricambio di gente ed il fatto che, alla lunga, gli amici sono quelli che hanno fatto tutta la trafila scolastica con voi (al netto di quelli andati via per studiare all’Università o per lavoro), le cose da fare sono limitate e, se non ci si integra in un determinato modo di pensare e vivere, si finisce per subire non poco l’isolamento. Nei piccoli centri tutti sanno tutto di tutti e questo, in determinate fasi della vostra vita, può risultare fastidioso. Se svolgete un’attività lavorativa di tipo intellettuale (chi scrive da anni ha sposato l’esperienza per certi versi pionieristica di lavorare da casa) non inquadrata nel contesto socio economico del territorio oppure se siete desiderosi di partecipare ad eventi di tipo culturale o sociale simili al vostro modo di pensare, sappiate che le opportunità saranno ridotte al lumicino rispetto ad un grande centro in cui, per certi versi, si possono fare più scelte sotto questo punto di vista;
  • Acquisto dell’automobile: vivere in campagna molto probabilmente vi obbligherà ad avere un’automobile per gli spostamenti, vista l’oggettiva impossibilità di fruire sempre del trasporto pubblico. Spesso ogni attività postula un piccolo spostamento, per acquistare qualcosa di più particolare bisogna raggiungere un centro medio-grande vicino. Se, poi, continuate a mantenere il lavoro in città, potreste essere obbligati ad utilizzare l’automobile che, come è noto, ha dei costi non indifferenti di acquisto e di manutenzione. Se ne possedete già una non dovrebbe essere un problema ma se vi siete imposti di farne a meno per qualche anno, sarete costretti a comprarla. Chi scrive, ad esempio, vive senza automobile a Torino ma quando torna al paese di origine è letteralmente costretto ad usare quella di famiglia vista l’inefficienza del trasporto pubblico e l’impossibilità di fare tante cose senza un mezzo di proprietà;
  • Vivere in campagna è faticoso: tutto quanto abbiamo visto nei vantaggi può diventare svantaggioso nel momento in cui non siete abituati a farlo oppure semplicemente non vi piace. Passare dalla puzza di smog a quella di sterco di animali potrebbe essere per voi poco gradevole, così come passare dalla palestra che frequentate all’orto in cui bisogna zappare. Non avere il supermercato sotto casa o il centro commerciale a portata di mano può non piacervi, per questo abbiamo scritto fin dal principio che si tratta di una scelta di vita prima ancora che economica. Se, poi, dovreste decidere di vivere in campagna mantenendo il lavoro in città, per voi si avvierà una “doppia vita” che vi vedrà ogni giorno impegnati nel raggiungere la prigione da cui siete fuggiti oltre a convivere con una realtà diversa: questo può costarvi sia economicamente negli spostamenti che, soprattutto, mentalmente. Vero è che, però, tante realtà rurali si trovano in prossimità di grandi centri e la vicinanza, in qualche modo, può attutire l’impatto.

Lavorare in campagna: aprire un’azienda agricola o trovare un impiego

Fin qui abbiamo visto i proed i contro che derivano dalla scelta di vivere in campagna. Adesso, invece, ci tocca analizzare l’aspetto più pratico che dovete considerare se decidete di non mantenere il vostro impiego in città. Ammesso che non abbiate imparato a guadagnare online e viviate, dunque, di attività completamente separate dal territorio, per andare avanti dovete trovare un lavoro o avviare un’attività: non potete pensare, infatti, di vivere senza lavorare.

Per quanto riguarda le prospettive di lavoro autonomo, abbiamo dedicato diversi post al tema:
In generale possiamo dire che la campagna offre la possibilità di sviluppare dei micro-business che, ad oggi, rappresentano delle vere e proprie nicchie di mercato inesplorate. Negli ultimi anni, infatti, c’è la chiara tendenza ad una riscoperta della necessità di mangiare sano. Al di là della truffa che molto spesso si nasconde dietro la pseudo alimentazione “bio”, molte persone hanno ripreso ad acquistare direttamente dai contadini, saltando così la filiera della grande distribuzione organizzata che pure sta correndo ai ripari. Questo trend è molto positivo perché sta aumentando la consapevolezza della ricchezza culinaria presente nel nostro Paese e ciò può aiutare i piccoli territori a ripartire, esaltando le loro eccellenze. Sono tanti i posti dove vivere con pochi soldiadatti per un discorso del genere, atto ad intercettare questa piacevole novità sviluppatasi soprattutto negli anni della crisi economica che, oltre a tanti problemi, ci ha anche forse insegnato un po’ a tornare alle origini.

Avviare una propria attività, comunque, è molto difficile, specie se non si conosce bene l’agricoltura. Per questo motivo, infatti, può tornare utile prima un periodo di lavoro dipendente: se pensate che aprire un’azienda agricola sia facile perché a vostro avviso l’imprenditore agricolo svolge attività elementari siete completamente fuori strada. Se non avete le giuste competenze, i rischi di fare un buco nell’acqua sono esattamente identici agli altri settori. Per lavorare in campagna la cosa ottimale è individuare un territorio ed offrirsi alle aziende agricole per dare una mano nei fine settimana, specie nei periodi di maggiore dinamicità legati al raccolto o alla trasformazione dei principali prodotti della terra. Per essere accolti ed imparare i rudimenti, potreste cercare un contatto personale ed offrirvi di dare una mano gratuitamente, in cambio ovviamente di una buona compagnia e dell’insegnamento dei rudimenti del mestiere. Altra alternativa può essere quella di iscriversi ai corsi organizzati dagli enti locali ed improntati proprio verso questo tipo di attività lavorative. Se, infine, siete fortunati ed avete parenti o amici che vivono in campagna, non vi resta che andarli a trovare e chiedere loro ospitalità ed insegnamenti preziosi.

Conclusioni: si può davvero pensare di vivere in campagna da subito?

Abbiamo cercato, nel corso di questo articolo, di tracciare un’analisi sulla vita in campagna. Prima di iniziare, però, ci permettiamo di dare un consiglio che poi, con ogni probabilità, sarà la strategia che seguirà nel medio periodo chi scrive. Il nostro obiettivo è comprare casa senza mutuo, quindi ci toccherà lavorare ancora per moltissimi anni. Se pensate veramente di vivere in campagna, prima di spostarvi definitivamente ed acquistare un appartamento, potreste pensare di trascorrere un periodo (anche un anno) vivendo in affitto, così da cercare di capire se questo genere di esistenza fa per voi: ciò vi permetterà di non perdere il contatto con il contesto da cui provenite, specie se manterrete il lavoro in città, e di assaggiare al tempo stesso il cambiamento prima di sposarlo del tutto.

L’ideale è trasferirsi in una località rurale non troppo isolata, abbastanza vicina a centri di media grandezza: va bene anche un comune di 20-30 mila abitanti e, se avete famiglia, la prossimità di una città universitaria, così da evitare in futuro ingenti spese per mantenere dei figli fuori sede. In questo modo, infatti, potrete raccogliere l’utile ed il dilettevole, approfittando dei vantaggi della campagna e mantenendo un contatto residuale con ambienti urbani abbastanza popolati, contatto che vi permetterà comunque di usufruire di alcuni servizi importanti ai quali non volete giustamente rinunciare.

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