Quantcast
Channel: Affari Miei
Viewing all 1834 articles
Browse latest View live

Conto economico e valore della produzione: come si legge un bilancio

$
0
0
Nell’ambito dell’economia aziendale il conto economico rappresenta un documento molto importante, poiché rappresenta uno dei principali documenti contabili del bilancio dell’esercizio dell’azienda. Tale bilancio contrappone i ricavi e i costi di competenza in un periodo amministrativo stabilito (come può essere un anno di esercizio) e delinea il risultato economico della gestione del periodo in questione. Attraverso questo calcolo si può tracciare l'incremento o la riduzione di utili a cui è andato incontro il capitale aziendale in relazione a come l’esercizio è stato gestito. Il conto economico di un’azienda, dunque, non è da considerare come entità unica, bensì come un insieme di più fattori: questo è infatti composto dal cosiddetto valore della produzione e dal fatturato. Anche solo ipotizzare quanto si riuscirà a fatturare, unitamente ai costi ipotetici da sostenere, è fondamentale per pianificare il futuro di un progetto e capire entro quanto tempo si raggiungerà il break even point.

In che cosa consistono? Il valore della produzione consiste nella quantità di beni che sono destinati alla vendita, e quindi è da considerarsi come la produzione economica. Esso rappresenta ciò che l'impresa produce nel corso di un esercizio, indipendentemente che si tratti di ricavi dalla vendita di prodotti o di servizi (ossia dell'attività tipica dell'impresa), di un incremento di valore di prodotti o di semilavorati in corso di produzione o di prestazioni di servizio in corso oppure di un incremento di valore delle immobilizzazioni effettuato con mezzi propri.Invece il fatturato rappresenta la quantità di beni effettivamente venduti, in seguito alla cui vendita sono state emesse le relative fatture. Approfondiamo l’argomento nei paragrafi successivi.

Valore della produzione: tutto parte da qui

La voce di bilancio del valore della produzione è uguale al fatturato incrementato delle rimanenze della produzione di esercizio e diminuito del valore delle giacenze delle produzioni passate. Qualora tutti i beni prodotti fossero venduti allora il valore della produzione sarebbe identico al fatturato. Tuttavia è molto difficile che un esercizio riesca davvero a vendere tutta quanta la produzione: così l’invenduto entra a far parte delle giacenze, o rimanenze. Oppure può capitare che tutto ciò che è stato prodotto del periodo sia venduto, ma che le giacenze siano comunque rimpolpate dalle produzioni precedenti. In linea di massima questa seconda possibilità è la situazione migliore e più favorevole alla gestione aziendale. L’analisi di bilancio si pone come obiettivo quello di valutare il fatturato, ossia i ricavi conseguiti dall’impresa: come effettuare questo calcolo?

Conto economico e valore della produzione

Per capirlo dobbiamo capire qual è lo scopo del conto economico (CE). Attraverso di esso si cerca di individuare ogni fattore che ha contribuito al ciclo gestionale: il conto economico rappresenta una verifica di come le voci dello stato patrimoniale abbiano contribuito al risultato. Inoltre il CE consente di individuare le responsabilità dei responsabili di funzione, ossia i dirigenti (seppure in via approssimativa).

Il conto economico segue una forma scalare: per il valore della produzione vengono individuati innanzitutto i ricavi delle vendite e delle prestazioni, in secondo luogo le variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semilavorati e finiti. Quindi si analizzano le variazioni dei lavori in corso su ordinazione e gli incrementi di immobilizzazioni per lavori interni. Infine vanno considerati altri proventi e/o ricavi, che vanno però indicati separatamente rispetto ai contributi in conto esercizio. Questi passaggi e questa raccolta di dati serve per individuare il totale del valore della produzione.

Costi della produzione nel conto economico

Per conoscere invece a quanto ammontano i costi della produzione bisogna valutare altri dati, a partire dalle materie prime, di consumo, sussidiarie e le merci; in più vanno valutate le spese da affrontare a fronte di servizi e quelle per il godimento di beni appartenenti a terzi, oltre che le spese legate al costo derivante dal personale (stipendi, TFR, oneri sociali ecc). Altri fattori che rientrano nei costi di produzione sono le variazioni delle rimanenze di materie (prime, di consumo, sussidiarie e le merci), gli oneri di gestione e gli accantonamenti per i rischi. Infine vanno valutati gli ammortamenti e le svalutazioni.

Come si legge un bilancio? Guida al conto economico

Proventi e oneri finanziari

Vengono conteggiati nel conto economico anche i proventi da partecipazioni, che vanno conteggiati con separata indicazione rispetto a quelli relativi a imprese controllate e collegate. Inoltre si conteggiano altri proventi finanziari (da crediti iscritti nelle immobilizzazioni, con separata indicazione di quelli da imprese controllate e collegate e di quelli da controllanti, da titoli iscritti nelle immobilizzazioni che non costituiscono partecipazioni ecc). Infine sono calcolatigli utili e le perdite sui cambi.

Rettifiche di valore di attività finanziarie e proventi e oneri straordinari

Gli ultimi dati facenti parte del conto economico sono le rivalutazioni (di partecipazioni, di titoli iscritti all'attivo circolante che non costituiscono partecipazioni ecc) e le svalutazioni (sempre di partecipazioni e di iscritti all'attivo circolante che non costituiscono partecipazioni ecc). Infine vengono calcolati i proventi con separata indicazione delle plusvalenze dalle vendite egli oneri con separata indicazione delle minusvalenze da vendite e delle imposte relative a esercizi precedenti.

Conclusioni

La forma scalare del conto economico fino a qui illustrata consente di esporre risultati parziali progressivi in grado di evidenziare come si è formato il reddito d'esercizio e indicare il contributo delle varie aree di gestione alla sua formazione. Sulla base di tutto il calcolo del conto economico aziendale, come possiamo definire il valore della produzione? Questo valore rappresenta il valore contabile di tutto ciò che è stato prodotto dall'impresa, o che sia stato venduto, o che sia rimasto come patrimonio dell'impresa. Contabilmente la produzione venduta viene valorizzata al prezzo di vendita, quella non venduta, invece, al costo.

Congedo matrimoniale INPS 2016: guida

$
0
0
Il congedo matrimoniale (o licenza matrimoniale) è un istituto del nostro ordinamento, che prevede un periodo di assenza dal lavoro che viene comunque retribuito al dipendente, quando questi debba, è facile intuirlo dal nome, sposarsi. Si tratta di un istituto che è stato introdotto in Italia nel 1937, pensato in via esclusiva per gli impiegati. Solo dal 1941, grazie ad un accordo confederale, fu esteso anche agli operai, uscendo dagli uffici e raggiungendo, come diritto, praticamente la totalità dei lavoratori dipendenti nel nostro paese.  Oggi, nel 2016, è incluso in tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro e possono dunque continuare a goderne davvero tutti.

Di cosa si tratta?

Il congedo matrimoniale è un periodo di astensione dal lavoro riconosciuto dall’ordinamento. Dura al massimo 15 giorni ed è retribuito. Per alcuni settori, in base al settore produttivo al quale appartiene il lavoratore, possono essere riconosciuti dei giorni aggiuntivi. Si tratta però di condizioni che tendono a mutare ad ogni rinnovo del CCNL e quindi vi consigliamo di contattare il vostro sindacato di riferimento al fine di verificare la sussistenza o meno di un periodo più lungo di congedo matrimoniale.

Il periodo di 15 giorni deve essere goduto consecutivamente e non può essere in alcun modo diviso, per godere dei giorni dai congedo matrimoniale magari successivamente.

I requisiti per godere del congedo matrimoniale

Precedentemente si riteneva che il congedo matrimoniale dovesse essere immediatamente successivo al matrimonio. È intervenuta però in merito la Corte di Cassazione, che ha indicato come in realtà si possa godere del suddetto congedo anche qualche giorno dopo, dandone però preavviso dovuto al datore di lavoro. Anche in questo caso, comunque, il congedo matrimoniale deve essere ragionevolmente vicino al matrimonio stesso.

Il congedo matrimoniale, inoltre, non può essere goduto né durante il periodo di ferie e neanche nei giorni che sono di preavviso al licenziamento. Per motivi che possono essere legati ad urgenze del sistema produttivo dell’azienda, il periodo di congedo matrimoniale può essere anche posticipato dal datore di lavoro, a patto che comunque venga confermato e soprattutto goduto entro i 30 giorni successivi al matrimonio.

Possono godere del congedo di matrimonio anche i lavoratori che sono disoccupati, sospesi o richiamati alle armi, nel caso in cui:
  • ci sia stato un rapporto di lavoro di almeno 15 giorni nei 90 giorni che precedono la data di matrimonio
  • le dimissioni siano state presentate al fine di contrarre matrimonio
  • si sia stati licenziati per cessata attività
  • ci siano state assenze di servizio per giustificato motivo, come ad esempio la malattia
Guida al congedo matrimoniale

Come presentare domanda per il congedo matrimoniale?

Il congedo matrimoniale si ottiene per tramite dello schema di congedo che è comunemente utilizzato dal nostro datore di lavoro. Il lavoratore in questo caso deve semplicemente:
  • presentare domanda di congedo al proprio datore di lavoro, possibilmente non appena la data del matrimonio sarà certa
  • compilare il modulo in modo opportuno il modulo per richiedere il congedo, appuntando anche il numero di giorni che si chiedono e la data di partenza del congedo
  • consegnare modulo e domanda con sufficiente preavviso, tenendo conto anche delle necessità produttive dell’azienda.
Una volta consegnata la domanda, il datore di lavoro ha davanti a sé sostanzialmente due tipi di possibilità:
  • può accettare la domanda e dare dunque i 15 giorni di congedo al proprio lavoratore
  • nel caso in cui fossero presenti motivi organizzativi e produttivi seri, può concedere al produttore il congedo successivamente, consentendogli di completare il congedo entro i primi 30 giorni, il che vuol dire che, con la durata del congedo fissata a 15 giorni, dovrà necessariamente evitare di procrastinare oltre il 15esimo giorno.

Trattamento economico durante il congedo matrimoniale

Durante il congedo matrimoniale la retribuzione è intera, ovvero al 100%. Nel caso in cui si fosse dipendenti di aziende industriali, o artigiane, o anche cooperative, il congedo viene retribuito per tramite di un assegno a carico dell’INPS per i primi 7 giorni, con la restante parte che deve essere invece integrata dall’azienda.

In tutti gli altri casi è l’azienda a dover provvedere per la retribuzione del congedo matrimoniale, che è comunque sempre al 100%, senza possibilità di accordo in senso contrario. L’azienda anticipa comunque la retribuzione completa del lavoratore, che viene poi conguagliato in UNIEMENS.

La certificazione di matrimonio

Al fine di completare l’iter burocratico che riguarda il congedo, bisogna presentare entro 60 giorni dalla contrazione del matrimonio l’apposita certificazione. Ne deve essere fatta richiesta presso l’anagrafe di residenza e deve essere fornita al datore di lavoro perentoriamente entro il limite sopra indicato.

Ne godono entrambi i coniugi

Entrambi i coniugi, a patto che siano ovviamente lavoratori dipendenti e godano dei requisiti che permettono di accedere a questo istituto, possono godere del congedo matrimoniale, senza che il mancato godimento da parte di uno dei due vada ad alterare il diritto, né in positivo né in negativo, dell’altro coniuge.

Il caso dei Paesi con poligamia

Trattandosi di diritto che è valido anche per matrimonio contratto all’estero, il legislatore ha pensato anche di normare il caso di poligamia. In questo caso l’INPS è tenuta al pagamento dell’assegno per il congedo matrimoniale esclusivamente per il primo matrimonio, a meno che nel frattempo non siano intervenuti divorzio o decesso del coniuge.

Il congedo matrimoniale è un diritto che è garantito oggi a tutti i lavoratori dipendenti, uno di quelli che l’azienda non può assolutamente negarvi. Al massimo dovrete fare buon viso a cattivo gioco nel caso in cui il datore di lavoro vi chieda di posticiparlo, massimo di due settimane, così come previsto dalle vigenti leggi in materia.

Conto Click di BancoPosta: opinioni e costi, conviene conto corrente di Poste Italiane?

$
0
0
Che cos’è il Conto Click di Bancoposta? Andiamo ad analizzare vantaggi e svantaggi del conto corrente onlinedi Poste Italiane, sviscerando le opinioni e cercandodi rispondere alle domande più comuni sui costi e sulle condizioni contrattuali, a partire dagli interessi. A chi conviene farlo? Scopriamolo brevemente in questa guida che analizza nel dettaglio le spese dirette e indirette del conto corrente online con canone gratuito delle poste. Come funziona la carta BancoPosta click? E' questa un'altra domanda che tanti utenti si pongono su forum e blog di settore e che noi, come sempre, cercheremo di soddisfare con un'adeguata risposta.

Se questa è la vostra prima volta su Affari Miei, oltre alla recensione del conto Click di Bancoposta, vi consigliamo di leggere l'osservatorio quotidiano dedicato ai conti correnti ed ai conti deposito, nonché la guida che spiega come scegliere il conto corrente migliore per i giovani
Aggiornamento gennaio 2016 
a partire da inizio mese il conto corrente è disponibile soltanto per i vecchi clienti delle Poste mentre il prodotto base proposto sul sito web è  il Conto Corrente Bancoposta Più che abbiamo recensito e che vi invitiamo a consultare. Il conto BancopostaClick, dunque, non è più sottoscrivibile. Ricordiamo, inoltre, che altro prodotto di successo delle Poste è Postepay Evolution: la carta prepagata ricaricabile con IBAN le cui caratteristiche sono elencate nella recensione. Per queste ragioni, dunque, questa guida è da intendersi come facente parte del nostro archivio, ammesso che Poste Italiane non dovesse pubblicare nuove comunicazioni che riabilitano il prodotto. 

Opinioni Conto click di Bancoposta:quando conviene aprirlo?

Il conto corrente postaleè pensato per chi ha la necessità di gestire su internet il proprio denaro in maniera semplice e veloce e si pone in linea con l'offerta del mercato in questo settore. Zero costi fissi, il conto BancoPosta Clickè gratuito e gratuita è la carta. Quali sono i servizi di cui si dispone? Come funziona l’internet banking?
  • è possibile consultare online saldo e lista movimenti di conto e carta;
  • si possono effettuare ricariche telefoniche sul web;
  • ricariche PostePay e Postepay Evolution gratuite;
  • possibilità di pagare bollette (costo 1 euro) e bollo auto direttamente online oltre che pagare bollettini. F24 gratuito. L’addebito bollette è gratis fino al 30 giugno 2015;
  • è possibile usufruire di un tasso agevolato per il prestito Click Bancoposta;
  • prelievi gratuiti presso gli sportelli Postmat e tutti gli uffici postali italiani;
  • si può inviare denaro anche a chi non ha un conto corrente con BancoPosta MoneyGram direttamente su internet;
  • SMS gratuiti per controllare i movimenti;
  • App gratis per smartphone e tablet;
  • sottoscrizione online di buoni fruttiferi postali;
  • sempre online si possono effettuare bonifici SEPA verso i Paesi SEE fino ad euro 15 mila.
Potrebbero interessare gli articoli su:
Costi e opinioni conto corrente online bancoposta click

A chi conviene il Conto Click?

Sicuramente il conto BancoPosta Clickè una soluzione interessante per chi ha la necessità di avere un conto corrente non molto costoso. I costi sono azzerati, non si paga un canone mensile: l’imposta di bollo si paga se i depositi superano i 5 mila euro ed è pari a 34,20 euro annui.
La tassazione sugli interessi, che capitalizzano annualmente (di solito non ci sono, salvo offerte sulla giacenza), è del 26 per cento (se si vuole solo risparmiare conviene il Libretto Smart su cui la tassazione è al 20%). Insomma, la proposta ci sembra in linea con gli altri conti online e facile da gestire per chi nono deve svolgere operazioni particolarmente complesse.
La presenza sul territorio di Poste Italiane, con ben 14 mila uffici postali, rappresenta un punto di forza per chi preferisce comunque avere un riscontro di persona nel caso in cui volesse implementare le funzioni online con un'assistenza più personalizzata, specie in caso di problemi di vario genere che, in un rapporto del genere, possono eventualmente sorgere.

Deducibilità e detraibilità IVA: guida al calcolo

$
0
0
Quando parliamo di imposizione fiscale i termini deducibilità e detraibilità, soprattutto quando si parla di imposta sul valore aggiunto (IVA), sono ricorrenti. Si tratta di termini che per il profano potrebbero anche sembrare simili, mentre sul piano legale e fiscale assumono portate estremamente diverse, che chiunque abbia un lavoro autonomo farebbe bene, almeno a grandi linee, a conoscere. La detrazione è sostanzialmente diversa, per modalità operative ed effetti, dalle deduzione ed è proprio di questo che ci occuperemo nella guida di oggi.

Prima di cominciare: un ripasso sul reddito imponibile

Prima di avventurarci più nello specifico nel tema di oggi, è necessario fare un piccolo ripasso, che per molti sarà anche un primo studio. Quando parliamo di reddito imponibile (termine che viene utilizzato di frequente in luogo di base imponibile, che è la stessa identica cosa) ci riferiamo ad una grandezza economica sulla quale, secondo le leggi vigenti, può essere applicata un’aliquota fiscale. Nei paesi dove la burocrazia e la fiscalità sono più snelle rispetto al nostro, calcolare l’imponibile non presenta grandissime difficoltà. Anche nel nostro, almeno in linea di massima, non dovrebbe essere difficile, dato che esistono formule che dovrebbero aiutarci a calcolare la somma in modo abbastanza rapido. La realtà è però che si tratta di un calcolo molto complesso, sul quale intervengono norme, delibere, regolamenti e tanti altri strumenti del legislatore, con il risultato che, almeno in Italia, è spesso (per non dire quasi sempre) necessario rivolgersi ad uno specialista di contabilità anche per calcolare la base imponibile.Il reddito imponibile va calcolato:
  • partendo dal reddito soggetto a IRPEF
  • al quale fanno sottratte le deduzioni
Successivamente si applicano le aliquote e si ha l’imposta lorda, alla quale verranno sottratte le detrazioni.

Si tratta di un argomento che dobbiamo conoscere, almeno allo scopo di distinguere deduzioni e detrazioni, fino a questo punto. La deduzione dunque contribuisce, anche se approfondiremo ad abbassare il reddito imponibile (con effetto che dunque si trasla su tutte le successive imposte), mentre la detrazione opera sull’imposta lorda, operando in caso singolo e soprattutto su un monte di imponibile dal quale è stata già stata escossa l’aliquota e la deduzione.

L’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) è detraibile

Come funzionano deducibilità e detraibilità IVA
Quando parliamo di IVA dobbiamo per un attimo però dimenticarci della deducibilità, in quanto gli sgravi fiscali di ogni tipo e soprattutto l’elaborazione fiscale dell’IVA da parte di persone giuridiche o comunque attività di tipo commerciale è sempre di tipo detraibile.

Come funziona la detrazione dell’IVA?

Il professionista o l’azienda possono detrarre l’IVA inerente agli acquisti effettuati solo ed esclusivamente se suddetti acquisti sono riconducibili all’attività professionale. Facendo l’esempio di un architetto, possono essere detratti acquisti come:
  • materiale da lavoro fisso: come ad esempio il tavolo da disegno;
  • i consumabili da ufficio, come carta, inchiostri, materiale per stampanti, penne, cancelleria in generale;
  • l’acquisto di altri beni che sono strumentali allo svolgimento della propria attività;
  • spese pubblicitarie e di rappresentanza.
Non sono invece detraibili quelli che sono gli acquisti di tipo personale, pensiamo ad esempio all’acquisto di un abito, di attrezzatura sportiva personale, di un biglietto del cinema o di un ristorante.

C’è un enorme numero di altri beni la cui detraibilità in qualità di acquisti è soggetta a norme e codici spesso di difficile comprensione da parte del cittadino comune, motivo per il quale tali calcoli vengono in genere riservati al contabile o al commercialista. L’IVA sulla vettura è ad esempio detraibile al 40% peri veicoli degli esercenti arte o professione e per le aziende che non ne fanno un uso esclusivamente strumentale all’attività della stessa. Le aziende che invece possono destinare il mezzo esclusivamente all’attività di impresa, godono di una detraibilità dell’IVA del 100%.

Esistono delle regole particolari anche per l’acquisto di immobili, con detrazione che, nei casi di immobili in classe A o B può arrivare al 50%, a patto che siano osservati determinati requisiti da parte del cedente e di chi acquista.

Si tratta comunque di materia complessa, che merita sicuramente una trattazione separata da parte di un professionista. A voi, se titolari di impresa o liberi professionisti, per ora vi basti sapere che l’IVA è detraibile e non deducibile e che per questo motivo non va sottratta dalla base imponibile ma dal monte di tasse in relazione all’aliquota che vanno versate.

INPS Card: cos’è e come si richiede

$
0
0
Le Poste Italiane e l’Inps, dal 2004, hanno elaborato e messo a disposizione dei pensionati una card, denominata Inps Card. Che cos’è questa tessera? Come si richiede? Lo approfondiamo in questo articolo. Innanzitutto l’Inps card consiste in una carta di accredito gratuita. Tuttavia la caratteristica più importante che distingue l’Inps Card da una qualsiasi altra carta prepagataè la possibilità di farvisi accreditare la pensione: il titolare della carta riceve pagamenti da parte dell’ente previdenziale che possono essere sia la pensione che altre tipologie di prestazione previdenziale, anche a carattere temporaneo.

L’Inps Card è comunque adoperata soprattutto dai pensionati e permette a questi utenti di incassare l’intera rata di pensione (o solo quote della stessa) presso tutti gli sportelli automatici Postamat (senza costi) e del circuito Maestro e Cirrus. La tessera in questione, come anticipato, è emessa in collaborazione con le Poste Italiane e funziona come un comune conto corrente: è possibile farsi accreditare direttamente la pensione e utilizzarla per i pagamenti e per i prelievi. In questo articolo vediamo come richiederla, come attivarla e quanto costa, oltre ai vantaggi e agli svantaggi che il suo utilizzo comporta.

Costo dell’Inps Card

Abbiamo già detto che ottenere questo strumento di pagamento non prevede costi. E per quanto riguarda i prelievi? Si può prelevare presso gli sportelli postali (senza dover pagare commissioni) e anche presso gli ATM bancari: in questo caso la commissione da pagare in Italia ammonta a 1,75 euro a prelievo, mentre dagli sportelli esteri (sia in area euro che extra euro) il costo è di 2,58 euro. Questo strumento non serve soltanto per l’accredito della pensione e per prelevare, ma può anche essere utilizzata per pagare gli acquisti in Italia e all’estero presso i negozi convenzionati con il circuito della carta.

Rischio dell’Inps card: l’aggiornamento

Approfondiamo ora un aspetto ostico legato all’utilizzo di questo strumento: la card è molto comoda poiché, come abbiamo visto, permette di prelevare agli sportelli sia delle Poste (gratuitamente) che delle banche (dietro commissione). Il titolare della carta, però, deve premurarsi di aggiornare il documento di registrazione dopo aver compiuto 40 operazioni. In caso contrario la carta viene bloccata immediatamente. Aggiornare la carta è un po’ scomodo, in quanto richiede di recarsi allo sportello e parlare con un operatore dell’ufficio postale (infatti l’operazione di aggiornamento non si può effettuare da sportello automatico). Detto questo, vediamo come richiedere la carta dell'Inps.

Richiedere l’Inps Card

Guida all'INPS Card
Per diventare titolari di questa carta di debito bisogna recarsi all’ufficio postale, dove il titolare della prestazione può chiedere l’attivazione. Al momento della presentazione della richiesta all’utente viene rilasciato il documento di registrazione, con il quale potrà ritirare la pensione direttamente o tramite persona delegata, anche senza presentare l’Inps Card. Tuttavia la carta non viene consegnata immediatamente, ma viene spedita a casa insieme al codice pin, sebbene questi siano spediti in buste diverse: tale procedura permette di impedire a chi per sbaglio entrasse in possesso della card e del pin di farne uso pur non avendone diritto. Una volta ricevuti questi strumenti si può procedere con l’attivazione della carta, recandosi di nuovo all’ufficio postale. Arrivati a questo punto le operazioni sono concluse: quando verrà accreditata la pensione? L’accredito avviene il mese successivo all’attivazione (qualora l’attivazione sia stata effettuata dal primo al quindicesimo giorno del mese).Se invece tale procedura viene effettuata dal sedicesimo giorno fino alla fine del mese, allora l’accredito dovrà slittare al secondo mese successivo.

Prelevare con l'Inps Card

Quanto è possibile prelevare con questa carta? Il prelievo massimo giornaliero da Postamat e Bancomat bancari è pari a 600 euro. Mensilmente, invece, il massimo prelevabile ammonta a 2500 euro. Per quanto riguarda l’importo massimo giornaliero per i pagamenti presso i negozi convenzionati con il circuito della carta, questo è di 600 euro, come per il prelievo giornaliero agli sportelli, ma varia il massimo mensile: in caso di pagamenti ai negozi non si possono superare i 1600 euro. Il saldo e movimenti della carta si possono consultare presso i Postamat.

Come funziona l’Inps Card?

Per quanto riguarda le modalità di funzionamento di questo strumento, il titolare può prelevare in un qualsiasi momento il denaro caricato recandosi all’ufficio postale oppure agli sportelli. Per i pagamenti nei negozi può essere utilizzata fino a esaurimento delle somme caricate sulla carta stessa. Invece, come comportarsi nel caso in cui la carta venisse smarrita o se il titolare della stessa fosse vittima di un furto? Il blocco della card è gratuito e in seguito alla denuncia è possibile ottenerne un’altra.

Inps card: esistono alternative?

Oltre all’Inps Card possono essere richieste altre carte su cui è possibile accreditare la pensione: queste sono emesse dalle banche e si chiamano carte conto. Si tratta, come nel caso dell’Inps card, di carte prepagate ricaricabili. La differenza è che vi è associato il codice Iban e non sono sempre gratuite. Per approfondire, vi invitiamo a leggere la nostra guida per scegliere una carta prepagata.

Vantaggi e svantaggi dell’Inps Card

Concludiamo questo articolo cercando di tirare le somme sui vantaggi e sugli svantaggi legati a questo strumento. Uno dei vantaggi della card è indubbiamente legato al suo basso costo: infatti non è previsto il pagamento di alcun canone annuale. Inoltre i prelievi al Postamat e presso gli uffici postali sono gratuiti. Abbiamo visto che i prelievi dagli sportelli automatici del circuito Maestro italiani, invece, prevedono il pagamento di una commissione di 1,75 euro, mentre i prelievi nei Paesi dell’Unione monetaria europea (e anche quelli in cui non circola l’euro) costano 2,58 euro. La carta si può ricaricare sia con l’accredito della pensione sia con versamenti di contante nell’ufficio postale e anche questa operazione è gratuita.

Uno svantaggioè il mancato riconoscimento di interessi sulle somme depositate, ma almeno, come per tutte le carte prepagate, non si paga l’imposta di bollo. Il problema più fastidioso, e quindi lo svantaggio più evidente, infine, è dovuto al documento di registrazione, il quale va aggiornato ogni 40 operazioni, costringendo il titolare della carta a qualche visita in più agli uffici, pena il blocco della card.

Ammortamento e calcolo avviamento: cos’è e come si calcola

$
0
0
Quando si fa partire una nuova attività commerciale, è importantissimo tenere i conti in regola sin da subito. Questo non solo per una questione di ordine personale e aziendale (le aziende di successo hanno tutte in comune una gestione dei “libri” davvero impeccabile), ma anche per una questione più squisitamente fiscale. Oggi parliamo dell’avviamento e di come deve essere calcolato; in aggiunta, ci occuperemo anche di indagare quelli che sono i trattamenti fiscali nel nostro ordinamento per quanto riguarda l’ammortamento.

Guida all'avviamento: come si calcola?

Il calcolo dei costi di avviamento va iscritto in bilancio quando deriva da operazioni che hanno portato alla compravendita, che si tratti di immobili o di beni strutturali. In estrema sintesi, e senza pretesa di essere esaustivi in questa materia, possiamo dire che l’avviamento viene calcolato tramite la differenza tra quanto abbiamo speso per acquistare l’azienda/il negozio o l’altra attività commerciale e il valore che invece il patrimonio aziendale ha. Si tratta dunque, in ottica di bilancio, di una mera differenza tra quello che è l’attivo patrimoniale e quello che invece è il passivo.
Dalla differenza possono venir fuori sia somme che sono positive e dunque superiori allo zero, sia somme che invece sono negative e quindi inferiori allo zero.

Il badwill

Quando parliamo di badwill ci riferiamo in realtà ad un termine che è molto popolare nei Paesi di lingua anglosassone. È un avviamento di carattere negativo, nel senso che quanto abbiamo speso è più di quanto poi varrà, in modo effettivo, il nostro patrimonio netto.

Avviamento commerciale: il calcolo dell’Agenzia delle Entrate

Si possono certamente comprendere i motivi che hanno portato all’automatizzazione di diversi calcoli dell’Agenzia delle Entrate, che però purtroppo ci lasciano spesso in condizioni di dover pagare di più di quanto sarebbe dovuto.

L’Agenzia delle Entrate, con una formula standard, calcola un valore minimo che secondo le determinazioni dei suoi specialisti dovrebbe valere l’avviamento. In caso contrario procederà, così come riportato dal DPR 31/07/1996 a sanzionarvi per la differenza delle imposte di registro. Il valore dell’avviamento, come riportato da suddetto decreto, è infatti calcolato secondo gli elementi che vengono desunti dai temibili studi di settore, includendo la percentuale di redditività sui ricavi accertati. Si tratta di una formula piuttosto contorta, che sicuramente non vale la pena di analizzare, anche perché purtroppo non c’è molto che possiamo fare in questo senso: saranno infatti le determinazioni dell’Agenzia delle Entrate ad avere l’ultima parola. Si tratta di una situazione tutta italiana, che molti governi hanno promesso di cambiare ma che continua imperterrita ad ostacolare l’attività economica del nostro paese.

Guida all'ammortamento e calcolo dell'avviamento

L’ammortamento di tipo civilistico: cosa scrivere in bilancio

Per quanto riguarda invece l’ammortamento di carattere civilistico, questo deve essere iscritto a quote assolutamente costanti per 5 anni. Vuol dire che per ogni anno iscriveremo a bilancio il 20% di quanto speso per l’avviamento. Si tratta di una misura che dunque permette di abbattere quello che è il risultato di esercizio, ma non tutto in una volta.

Si può anche cercare di sostenere un ammortamento fino a 20 anni. Va però motivato in nota integrativa, in quanto potrebbe andare a peggiorare il nostro outlook secondo i criteri di valutazione del bilancio dell’anno precedente. Si tratta di un problema che esiste a livello bancario e di credito: quando si esce dal seminato della normalità, ovvero dall’ammortamento quinquennale, le banche in assenza di debita motivazione potrebbero chiedervi conto della vostra scelta: anticipatele con una nota integrativa.

L’ammortamento dell’avviamento di tipo fiscale

Ammortamento civile e fiscale seguono due trattamenti molto diversi. In ambito fiscale l’ammortamento viene infatti spalmato su un orizzonte temporale di ben 18 anni. Potremo dunque dedurre dall’esercizio e dunque dalla base imponibile soltanto il 5,57%. Una scelta che le associazioni di imprenditori hanno sempre contestato, dato che le aziende si ritrovano a pagare spesso e volentieri tasse calcolate su una base imponibile che poi non corrisponde purtroppo a quanto indicato in bilancio, creando confusione e una sorta di anticipo nei confronti dell’Erario.

Cosa succede nel bilancio annuale?

In bilancio dunque, a patto di aver scelto un piano di rientro quinquennale, dovremo iscrivere una quota del 20% dei costi di avviamento. Fiscalmente parlando avremo una variazione della base imponibile che è tra la quota che abbiamo iscritto (il 20%) e la quota riconosciuta dal fisco, ovvero il 5,57%. Si tratta di una discrepanza che però viene appianata nel corso dei 18 anni che vengono riconosciuti dal fisco per l’ammortamento dei costi di avviamento. Una modalità di azione particolarmente contorta, che secondo molti è stata pensata proprio per dare fiato alle casse di un erario estremamente in difficoltà.

Determinare il reddito di impresa: l’IRPEF e l’avviamento

Quando determiniamo il reddito di impresa, è possibile che sia realizzata una plusvalenza da avviamento, così come riportato dal DPR 22/12/1986, n. 917 all’articolo 54, terzo comma. Nel caso in cui l’acquisto di avviamento comporti una rendita vitalizia deve essere considerato a tutti gli effetti reddito aziendale e dunque andrà a costituire base imponibile alla fine del reddito IRPEF.

Si tratta di materie comunque tanto contorte (e in questo ha colpa sicuramente il legislatore) da richiedere, come sempre avviene nel nostro paese, il ricorso ad uno specialista, che individuata la natura e la misura dell’avviamento vi illustrerà il percorso di rientro più adatto alla vostra attività commerciale o impresa.

Conto Corrente zero spese 2016: come scegliere il migliore

$
0
0
Introduzione sui conti correnti a zero spese 2016 - La nuova formula del conto corrente online a zero spese ha suscitato enorme interesse sui correntisti che non hanno altro desiderio che risparmiare sulle commissioni bancarie, in certi casi diventate davvero troppo onerose e impossibili da sostenere. Ma cosa sono i conti correnti a zero spese e la formula proposta è davvero reale? La risposta a questa domanda è affermativa: quindi i conti correnti a zero spese esistono davvero, sono presenti sul mercato in quantità numerosa e non è difficile trovarli. Per prima cosa, è da specificare che esistono diversi tipi di conti correnti a costo zero, gestibili direttamente su internet che eliminano tutti i costi dei tradizionali strumenti a cui siamo abituati. 
Leggi anche => Tutti i conti in promozione: ecco le migliori offerte
Nel vasto mondo dei conti correnti online esiste anche una particolare forma di conto corrente a zero spesededicato ai giovani: si tratta di un prodotto bancario semplice e facilmente accessibile, che ha una forte predisposizione al web, e che permette di avere, fino ad una massima di 30 anni, un conto corrente a costo zero ma estremamente funzionale come tutti gli altri conti correnti. La caratteristica dei conti correnti a zero spese è, proprio come dice la parola stessa, quella di non prevedere costi per l’utente. In pratica, l’utente viene esonerato dalle spese “fisse” e da quelle “variabili”. Le spese fisse riguardano tre voci principali: le imposte di bollo, il canone annuo ed i costi di bancomat e carte di credito. Le spese variabili, invece, comprendono i costi di alcune operazioni come il prelievo da ATM, pagamenti tra cui i bonifici, gli F24, le bollette o altro. Il prelievo da ATM di solito è gratuito se effettuato presso la propria banca ma è invece a pagamento se il prelievo viene effettuato da altre banche. Tutte queste voci vengono abbattute proprio per la possibilità di effettuare operazioni gratuitamente tramite internet. 

Nella scelta del miglior conto correnteè opportuno verificare se alcuni istituiti non addebitano l’imposta di bollo. A volte, in cambio dell’eliminazione dell’imposta, il cliente è tenuto a rispettare opportune condizioni che riguardano il saldo minimo o accrediti minimi piuttosto frequenti.

Piccola curiosità. Tra le tipologie assimilabile ai conti senza spese utilizzate dai giovani vi sono le carte conto, che consistono in carte prepagate dotate di codice IBAN. Queste carte sono abilitate ad eseguire le operazioni di base come con un conto corrente qualsiasi ma riducono in maniera notevole i costi.

Le novità introdotte dall’avvento dei conti online

Comodi, facili da aprire e soprattutto convenienti, i conti correnti online hanno cambiato la normale gestione di un conto bancario, grazie alle novità e alle semplificazioni fruibili da qualsiasi correntista. Il successo dei conti correnti online non è dato solo dal risparmio sui costi ma anche dal fatto che l’utente ha la soddisfazione di controllare qualsiasi movimento avvenuto sul conto comodamente da casa o anche mentre è fuori grazie ai dispositivi mobili. Ad oggi sono oltre 16,6 milioni gli italiani che hanno scelto di aprire un conto online, numero che corrisponde a circa il 57% sul totale di titolari di un conto bancario di qualsiasi tipo. E si prevede un aumento costante nei prossimi anni, dovuto anche al fatto che i conti correnti online sono estremamente sicuri grazie alle norme di sicurezza introdotte dalle banche virtuali, che hanno messo a punto una serie di sistemi volti a proteggere i soldi degli utenti. Infatti, per accedere al proprio conto è necessario inserire il codice cliente e la password, assolutamente personale e segreta, inserita dallo stesso utente. Dal conto visualizzato è possibile controllare entrate e uscite, autorizzare e compiere operazioni come in un normale conto corrente tradizionale. 

Grazie ai servizi di home banking il confronto con il cassiere si è ridotto a poche necessità: l’avvento dei conti online ha infatti ridotto al minimo la necessità di recarsi in banca e ad oggi vi sono istituti che comunicano con i clienti solo in maniera virtuale. Tutto ciò ha portato come conseguenza la chiusura di tante filiali, con il vantaggio per gli utenti di non fare più code agli sportelli, avere accesso a conti e operazioni 24 ore su 24, sette giorni su sette e da qualsiasi postazione informatica con una connessione minima, anche se ci trova dall’altra parte del mondo. Il ventaglio di operazioni diventa quindi illimitato e si può scegliere, grazie anche alla comparazione offerta da numerosi siti che mettono a confronto le varie offerte, quella che offre il conto corrente online alle migliori condizioni. Infatti, con il confronto è possibile capire quali conti correnti sono a zero spese, quali sono i costi annui dei vari conti on line a scelta fra i profili predefiniti, quale banca offre migliori condizioni di conti deposito e quale conto assicura il guadagno più elevato in base alle proprie esigenze: insomma, è facile capire qual è il miglior conto corrente con pochissimi click. 

Nel caso dei conti deposito online, è possibile personalizzare l’importo da depositare e deciderne non solo la durata, ma anche se il denaro deve essere vincolato oppure no. Le novità sui conti correnti online a zero spese non riguardano solo i giovani ma anche le famiglie e le imprese. Infatti, anche il settore commerciale si sta indirizzando verso questa tipologia di conti e, vista la grande richiesta da questo tipo di clientela, da qualche tempo sono disponibili on line anche prodotti come il “conto corrente aziendale” a costo zero. Una vera novità che ha avuto un impulso notevole sulla scelta di numerose aziende, soprattutto le piccole realtà, che devono obbligatoriamente muoversi a livello finanziario attraverso sistemi tracciabili. Queste aziende trovano nel conto corrente bancario online a zero spese uno strumento efficace, vantaggioso ed economico. Le aziende che richiedono un conto corrente aziendale a zero spese sono start up, uffici e altre realtà commerciali di qualsiasi genere.

Conti correnti online: le varie tipologie

Nel mondo dei conti correnti a costo zero (siano essi bancari o conti postali) esiste anche una selezione, che viene fatta anche in base ai requisiti e alle proposte offerte ai clienti. Da un’analisi fatta tra gli istituti bancari italiani che offrono conti online è possibile dedurre che esistono 3 tipologie di conti correnti, ognuna delle quali risponde a determinati criteri di spesa e condizioni:
  • il conto corrente con canone fisso molto basso;
  • il conto corrente con zero spese fisse;
  • il conto corrente a zero spese fisse al verificarsi di determinate condizioni.
Il conto corrente con canone fisso molto bassoè un conto che ha un canone mensile di pochi euro e che funziona come un qualsiasi altro conto corrente. Infatti, è possibile effettuare una serie di operazioni in maniera del tutto gratuita, anche se il numero delle operazioni dipende dall’offerta scelta. Un esempio che rispecchia questa tipologia di conto sono Conto Click e BancoPosta Più.

Invece, per quanto riguarda il conto corrente con zero spese fisse, c’è da specificare che il conto non ha un canone fisso ed è possibile fare in maniera del tutto gratuita una serie infinita di operazioni di diversa tipologia. Le operazioni però in questo da svolgere sono esclusivamente quelle online. Tra gli istituti italiani che mettono a disposizione degli utenti questa tipologia di conto vi sono Conto Corrente Arancio, Conto Corrente CheBanca, Conto Finecoe tanti altri.

Per quanto riguarda il conto corrente a canone zero a condizioni particolari si distingue dagli altri perché offre la possibilità di effettuare alcuni tipi di operazioni gratuitamente in cambio proprio di rispettare certe condizioni. Tra le condizioni offerte dalle banche che propongono questa tipologia di conto corrente con canone zero o molto basso vi è l’impegno di avere una disponibilità minima sul conto oppure di eseguire accrediti mensili che possono essere lo stipendio o la pensione. Tra le banche italiane che offrono questo tipo di conto corrente vi sono Unicredit, che presenta Super Genius e la banca Mediolanum con il suo Conto Mediolanum Freedom.

Per avere maggiori informazioni e conoscere altri istituti di credito italiani che operano con conti correnti online basta cercare sui siti e in poco tempo saranno disponili tutti i nomi delle banche che offrono uno o più conti a zero spese, a condizioni molto più vantaggiose addirittura rispetto a quelle proposte fino a qualche anno fa, quando i costi annui richiesti erano ancora notevoli.

Cenni sui più noti istituti italiani che offrono conti simili

Per aprire un conto online, alcune banche richiedono l’inoltro di un bonifico da altro conto corrente, operazione che serve ad identificare il nuovo cliente. Tra le banche più solide esistenti in Italia un riconoscimento va fatto ad Hello Bank, banca del gruppo BNLParibas, ormai conosciuta grazie all’imponente campagna pubblicitaria che ha attirato numerosi clienti. Proprio per attrarre nuovi utenti, Hello Bank esegue un procedimento semplice per l’apertura di un conto corrente: chi dispone di un conto bancario può effettuare un bonifico di importo minimo pari a 10 euro sul nuovo conto; chi non è invece intestatario di altro conto, può utilizzare il riconoscimento tramite webcam senza bisogno di versare alcun importo minimo per aprire il conto corrente. Una soluzione vantaggiosa e molto apprezzata dagli utenti. Tra le proposte di Hello Bank vi è anche Conto Corrente Hello Money: la banca online del gruppo BNP Parisbas mette a disposizione dei nuovi clienti che decidono di attivare un conto corrente online a zero spese un buono Amazon di 150 euro. Inoltre, Hello Bank offre interessi in promozione all'1,25 per cento per le giacenze più elevate e vincolate per periodi di tempo medio-brevi. Una soluzione ideale per gestire i propri risparmi e assicurarsi una buona remunerazione della liquidità.

Anche il Conto corrente online Widiba, controllato dal noto istituto bancario MPS mette a disposizione un’offerta interessante per i nuovi clienti che decidono di passare a Widiba e chiudere il vecchio conto corrente. L’operazione di rottamazione prevede interessi in promozione e numerosi vantaggi previsti dal conto online a zero spese. Il conto corrente Widiba ha conquistato molti clienti nell'ultimo anno grazie alla sua attività "social" e si è distinto proprio per la sua comunicazione sul web. L'offerta attuale è una delle più vantaggiose in fatto di interessi ed è disponibile sul mercato per chiunque voglia accedervi: clicca qui per maggiori dettagli.

Un altro conto corrente vantaggioso è quello proposto da Banca Dinamica, istituto che opera online e fa parte del gruppo Cassa di Risparmio di San Miniato. Aprire il conto con Banca Dinamica è semplice e veloce: basta cliccare sul sito della Banca e iniziare la procedura online con un documento d’identità valido ed il codice fiscale. Poi è necessario stampare, firmare e spedire la documentazione secondo le istruzioni che si trovano scritte nell’apposito form. Inoltre, occorre anche fare un bonifico d’ingresso di 100 euro. In seguito la banca provvederà ad inviare a casa il Welcome Kit, che contiene tutto ciò che occorre per iniziare ad usare regolarmente il conto. Anche la proposta “Trasloca” si presenta interessante: in pratica, Banca Dinamica consente di cambiare conto facendosi carico di tutte le operazioni, RID, bollette, rate di mutui e di prestiti, titoli, accredito dello stipendio o pensione, che verranno trasferiti sul nuovo conto. E’ BancaDinamica a curare la chiusura del vecchio conto corrente e ad occuparsi del trasloco. Una soluzione ideale per chi non ha molto tempo da dedicare a queste operazioni. Anche l’opzione Conto deposito proposto da Banca Dinamica non è male e l’1,70% è una percentuale in linea con le proposte attuali presenti sul mercato. Il conto corrente di Banca Dinamica prevede anche un tasso d’ingresso dell’1% annuo per i primi tre mesi sulle somme libere. E’ anche previsto il bancomat europeo gratuito che consente di fare acquisti e prelevare presso tutti gli sportelli europei senza spese.

Conto corrente: consigli per scegliere

Conto online zero spese: come decidere
Quando si tratta di aprire un conto corrente, è opportuno ponderare le offerte prima di scegliere. Per fare una scelta giusta però non occorre solo identificare quello più conveniente e basarsi dunque sul costo del servizio, ma bisogna tenere conto di tanti fattori, che riguardano soprattutto le proprie esigenze e servizi di cui si ha bisogno. Innanzi tutto è chiaro che, viste le grandi differenze sui costi annui tra Banca Online e Banca tradizionale, la scelta consigliabile è la prima, ma attenzione: per risparmiare oltre il 90% sulla spesa annua del conto rispetto ad una tradizionale banca è consigliabile aprire un conto corrente presso una Banca Online vera e propria, che assicura dunque un risparmio notevole. Se si è capaci di gestire il conto online e quindi di eseguire tutte le operazioni necessarie tra cui bonifici, pagamenti, ecc..esclusivamente su Internet, aprire il conto corrente presso una Banca Online è senza dubbio la soluzione più conveniente. 

Cosa vuol dire scegliere una Banca Online vera e propria? A questo proposito è opportuno sapere che Banca Online e Conto Online sono due cose diverse. Infatti, per Banca Online ci si riferisce a quegli istituti di credito che non hanno una sede fisica e che offrono i propri servizi solo online. Un Conto Online è invece una forma di conto corrente che consente di gestire tutti i servizi compresi nel conto direttamente online, ma in realtà ha anche una filiale dove è possibile recarsi in caso di problemi o magari per eseguire alcune operazioni. Questa seconda opzione è una tipologia di conto molto frequente e offerta dalla maggior parte delle banche. Anche con i Conti Online la spesa annua è assolutamente vantaggiosa e, se l’utente pensa di sentirsi più sicuro rivolgendosi ogni tanto alla filiale, questa soluzione è indubbiamente da preferire. Quindi, se non si ha difficoltà a gestire online i conti correnti, ma si preferisce avere una Filiale di riferimento in caso di bisogno, allora conviene aprire un Conto Online presso una banca tradizionale. La scelta del conto migliore da aprire implica anche la necessità di rispondere ad un determinato profilo. Infatti, identificare il proprio profilo è un passoimportante da considerare al momento di scegliere il conto corrente più conveniente. Per agevolare la scelta del conto corrente è consigliabile utilizzare un comparatore di conti correnti che delinea i profili più usuali dei correntisti italiani: minori, giovani, single, famiglia e pensionato. Ad ogni profilo corrisponde un certo numero di bonifici online e in filiale da eseguire durante l’anno, prelievi in Filiale, presso ATM di altre banche o all’estero, assegni, versamenti allo sportello, ecc. Utilizzare il comparatore online è utile per delineare con certezza il proprio profilo e scegliere i conti correnti più adatti alle proprie esigenze.

Un altro consiglio da seguire nella scelta di un conto corrente onlineè quello di fare attenzione a quelli che offrono “canone zero” e “canone azzerabile”, due termini che sembrano uguali e attorno a cui spesso vi è una gran confusione. Tra i due termini in effetti esiste una differenza sostanziale: mentre il canone a zero spese assicura l’assenza di un canone annuo e di costi fissi, il “canone azzerabile” si riferisce a un canone annuo che sarà di 0 euro solamente eseguendo un certo numero di operazioni mensili. Occorre dunque fare attenzione tra questi termini, perché se non si ha la disponibilità di eseguire quel determinato numero di operazioni, il canone non si azzererà. Altra cosa importante da tenere presente anche per i conti a zero spese è questa: i conti senza spese sono ideali per chi non deve fare troppe operazioni. Se invece il correntista ha necessità di fare molti prelievi, frequenti bonifici, usare la carta di credito e recarsi spesso allo sportello è chiaro che la spesa non sarà più pari a zero e crescerà visibilmente. Infatti, anche se i conti correnti a zero spese non prevedono costi fissi, hanno però costi variabili che possono addirittura cambiare lo stato delle cose e trasformare le spese variabili del conto in cifre maggiorate.

Scegliere dunque il conto corrente online con oculatezza è indispensabile e soprattutto è necessario fare una ricerca approfondita per conoscere le varie opzioni indicate da ogni banca. Uno dei punti da tenere in alta considerazione quando si cerca il conto corrente più conveniente sono i tassi di interesse attivi, che stanno a significare la capacità del denaro depositato di generare guadagni. Spesso però nelle offerte informative delle banche on line viene indicato il tasso di interesse lordo, ma è utile ricordare che ai fini pratici occorre considerare il netto. Per quanto riguarda invece il calcolo esatto delle spese e dei guadagni, cosa non alla portata di tutti, sono di grande aiuto anche in questo caso i “simulatori” di conti correnti online. Di cosa si tratta? Sono dei simulatori che aiutano i correntisti a barcamenarsi tra le numerose proposte di conti correnti online per trovare quella più inerente alle proprie esigenze. Come procedere per chiedere consiglio al simulatore? In pratica, per generare i risultati, viene richiesto di inserire nel simulatore i dati teorici relativi al conto, come ad esempio il deposito ed il numero medio di operazioni all’anno, il tipo di servizio a cui si desidera accedere, quindi tra conto online e conto tradizionale, e alcuni dati anagrafici come la data di nascita. Dopo aver inserito i dati richiesti, si può procedere al calcolo del saldo che potrebbe essere disponibile a un anno dall’apertura del conto. I dati forniti dal simulatore sono indicativi ma reali e il correntista potrà capire con maggiore chiarezza quale guadagno può ottenere scegliendo un determinato conto.

Miglior conto corrente giovani 2016: soluzioni zero spese, come scegliere

$
0
0
Nel 2016 ormai tutti hanno un conto corrente in banca o quasi. Qual è il miglior conto corrente per giovani? Le soluzioni a zero spese, almeno di base, sono tante e molto spesso possono risultare particolarmente interessanti per le esigenze di chi preferisce operare online, servendosi dell’home banking. Su internet, infatti, normali operazioni di routine come l’invio di un bonifico costano veramente poco mentre in filiale può servire spendere molto di più.

Come scegliere il conto corrente ideale? In questo articolo cercheremo di capire con pochi e semplici consigli come fare ad individuare il conto bancario o postale migliore per i giovani. Le idee espresse vanno essenzialmente bene anche per chi magari non è giovane anagraficamente ma è in grado di usare bene internet. Per la trattazione delle varie proposte, invece, rimandiamo alla lettura della sezione di Affari Miei dedicata ai conti correnti in cui individuiamo le principali proposte presenti sul mercato italiano.
Potrebbero interessare: Migliore carta prepagata 2016- Migliori banche online: come scegliere la più sicura

Come scegliere il miglior conto corrente per giovani?

Quando parliamo delle nuove generazioni, possiamo tranquillamente suggerire di scegliere un conto corrente online a zero spese, magari con la possibilità di svolgere alcune operazioni in filiale se necessario. L’esigenza di base, di solito, è quella di avere un appoggio per ricevere lo stipendio e la possibilità di effettuare pagamenti online o acquisti su internet. Premesso che per fare tutto questo va bene anche una carta-conto, un conto corrente può tornare utile se si vogliono funzioni accessori come la domiciliazione delle utenze. Anche in questo caso, però, è bene che sappiate che alcune prepagate permettono anche di svolgere questa operazione, quindi la differenza si assottiglia.
Un conto corrente può tornare utile, tuttavia, se si hanno somme di denaro superiori al plafond delle carte prepagate (generalmente tra 10 mila e 30 mila euro) da gestire anche in maniera provvisoria. In caso dobbiate tenere la liquidità depositata, suggeriamo di investirla visto che salvo rari casi gli interessi garantiti dai conti correnti sono molto bassi. I conti correnti sono protetti dal Fondo di Tutela Interbancaria dei depositi fino a 100 mila euro: ciò non accade per le prepagate.

Migliori conti correnti per giovani
Confronta con pochi click i migliori conti per giovani!
Anche in questa sede possiamo fare un discorso analogo espresso in sede di individuazione generale del miglior conto corrente che aggiorniamo periodicamente: analizzate bene le vostre esigenze nello scegliere tra canone fisso o variabile. Molto spesso anche dietro a conti online a zero spese fisse si nascondono, poi, costi esosi relativi a singole operazioni: è bene che leggiate attentamente le condizioni contrattuali per venirne a capo. Ad esempio, per riceve bonifici oppure effettua bonifici verso altri Paesi, potrebbe essere importante verificare i costi applicati in questi casi dalla banca, specie se le realtà con cui opera non fanno parte dell’Unione Europea. Per facilitare il calcolo, di solito, nelle condizioni generali di contratto è inserito un prospetto che fa una simulazione del costo reale del conto sulla base dell’operatività media del “cliente tipo”.
E l’imposta di bollo? Nell’articolo specifico abbiamo affrontato l’argomento: per le giacenze medie superiori a 5 mila euro essa è ineludibile.

Conclusioni: qual è il miglior conto corrente per giovani?

In realtà una risposta esatta non c’è anche se le indicazioni che abbiamo fornito dovrebbero contribuire a delinearla sulla base delle vostre esigenze. Se siete studenti universitari o lavoratori che hanno bisogno di un appoggio per ricevere bonifici o pagamenti vari, va benissimo anche una carta conto oppure un conto corrente online con spese estremamente limitate che vi dia la possibilità di prelevare agevolmente. Se le esigenze crescono, comparate attentamente i costi che la banca pone a vostro carico, al fine di individuare quello più rispondente alle operazioni che pensate di dover svolgere.

Voltura catastale: che cos’è e quanto costa

$
0
0
In questo articolo cerchiamo di spiegare che cos’è la voltura catastale: iniziamo da una breve definizione. La voltura catastale si fa ai fini dell’aggiornamento delle intestazioni catastali e delle situazioni patrimoniali e consiste in un documento con cui il contribuente comunica all’Agenzia delle Entrate che è stato effettuato un passaggio di proprietà. Questo documento deve essere presentato da chi ha l’obbligo di registrare gli atti legati al trasferimento dei diritti reali sui beni immobili, ossia i privati, in caso di successioni ereditarie e riunioni di usufrutto. Non solo, tale onere può essere a carico di cancellieri giudiziari per le sentenze registrate da loro stessi, dei notai per gli atti da essi erogati, ricevuti o autenticati e infine può essere a carico dei segretari o delegati di qualunque Pubblica Amministrazione per gli atti stipulati nell’interesse dei rispettivi enti. I soggetti tenuti alla comunicazione all’Agenzia delle Entrate di eventi che hanno modificato la titolarità di una proprietà ma che hanno omesso di denunciare la voltura sono perseguibili con sanzioni amministrative.

Domanda di voltura: come farla

La voltura può essere presentata in diverse modalità a seconda dei casi specifici, che sono condizionati anche dai diversi soggetti coinvolti nella voltura catastale. I pubblici ufficiali e i notai eseguono le varie pratiche legati all’iter della voltura catastale inviando all’Agenzia delle Entrate il modello Unico informatico, il quale può contenere anche la voltura catastale e si può fare online. Infatti la domanda viene compilata tramite un software apposito e la documentazione viene inviata telematicamente agli uffici dell’Agenzia delle Entrate competenti per territorio. Se la voltura va fatta in seguito all’apertura di una pratica di successione ereditaria è possibile inviare una domanda di passaggio di proprietà solo per immobili censiti al Catasto fabbricati o al Catasto terreni situati in un unico Comune: in questo caso la domanda va inviata da chi ha presentato la dichiarazione di successione (gli eredi, i loro tutori o curatori, gli esecutori testamentari). Questo modello può essere compilato in due diversi modi: il primo prevede l’utilizzo del software Voltura 1.1 e richiede di recarsi allo sportello dell’ufficio per presentare il supporto informatico al modello digitale della domanda, che va completata con l’apposizione della firma e della data. Altrimenti vi è la possibilità di adoperare modelli cartacei, soprattutto per la voltura di per i fabbricati e/o per i terreni, modelli che sono disponibili anche presso gli uffici provinciali del Territorio.

A seconda dei beni immobili che bisogna volturare, e nel caso si adoperassero i modelli cartacei, bisogna sapere che il modello di voltura per il catasto terreni si chiama 13TP, mentre il modulo per la voltura catastale all'urbano 98TP. I moduli cartacei sono costituiti da un foglio in formato A3 che piegato costituisce 4 pagine. Nella prima pagina vanno inseriti i dati dell'erede o coerede dichiarante. All'interno invece devono essere indicati i beni oggetto di trasferimento. Nell'ultima pagina vanno inseriti indirizzo del dichiarante ed in ultimo la firma. 
Una volta effettuata la registrazione di successione il contribuente ha a sua disposizione 30 giorni di tempo per inviare la domanda di voltura all’ufficio provinciale del Territorio dell’Agenzia competente. Il contribuente può sia recarsi all’ufficio più vicino alla sede dell’Agenzia Entrate dove ha registrato la successione, oppure a quello della circoscrizione in cui si trovano i beni trasferiti; in alternativa può anche spedire la domanda via posta, adoperando la raccomandata oppure inviandola all’indirizzo PEC dell’ufficio provinciale del Territorio competente nel caso in cui volesse inviare il tutto via web. Il contribuente deve premurarsi di allegare la ricevuta del pagamento dell’importo dovuto eseguito su c/c postale dell’ufficio, la fotocopia di un documento di identità valido, una busta affrancata per la restituzione della ricevuta e infine il proprio recapito, sia telefonico che di posta elettronica. Inoltre deve indicare il proprio domicilio per eventuali comunicazioni. Rispetto alla posta cartacea, inviare il tutto su internet prevede la stessa documentazione esclusa naturalmente la busta affrancata. Infine è possibile anche delegare il tutto ad un terzo, allegando la richiesta di delega.

Voltura catastale: quanto costa e come pagare

Inviare all’Agenzia delle Entrate una domanda di voltura catastale prevede un costo di 16 euro per l’imposta di bollo, la quale va affrancata ogni 4 pagine della domanda, e altri 55 euro a titolo di tributo speciale catastale. Dove versare questa somma? È possibile adoperare due strade: la prima è attraverso lo sportello dell’ufficio, mentre la seconda permette di versare tale importi direttamente sul conto corrente dell’ufficio, il quale si può trovare sulla home page di ogni ufficio provinciale. A partire da 1 gennaio dell’anno 2014 è stata apportata una modifica: infatti sulle domande di voltura per atti su cui deve essere applicata l’imposta di registro proporzionale nella misura del 9%, 2% o del 12% non devono essere versati i tributi speciali e l’imposta di bollo. Infine sono dovute anche le sanzioni qualora la domanda di voltura venisse presentata oltre i limiti previsti.

Come funziona la voltura catastaleErrori nei dati catastali: come correggerli

Nel caso in cui il cittadino riscontrasse errori nei dati catastali riguardanti il proprio immobile, può chiederne la correzione nella banca dati del catasto, presentando la domanda di correzione presso gli Uffici dell’Agenzia delle Entrate oppure attraverso il servizio online. Il richiedente deve indicare nella richiesta di correzione le proprie generalità, i dati catastali dell’immobile, la situazione riscontrata e le notizie utili alla correzione dell’errore.

Tipi di volture catastali

Concludiamo dando un breve accenno ai tipi di voltura catastale presenti. La prima è la voltura catastale di afflusso, che va richiesta quando il trasferimento di proprietà avviene in seguito ad un atto di compravendita, di donazione, di successione oppure di ricongiungimento di usufrutto. Per richiedere la voltura catastale per afflusso è necessaria una specifica documentazione riguardante la motivazione della voltura. Il secondo tipo è quello della voltura catastale di afflusso preallineamento, che si richiede quando il trasferimento è stato correttamente effettuato in passato presso l’Agenzia delle Entrate, ma non risulta agli atti della banca dati catastale. Infine vi è il caso del recupero di voltura automatica: viene eseguita in caso di integrazione di volture incomplete nei dati o non corrette.

Voltura Eni Gas e Luce: costi e tempi della procedura

$
0
0
Siete alla ricerca di informazioni su come effettuare la voltura di Eni Gas e Luce? Capita spesso di far confusione tra voltura esubentro nel momento in cui si ha necessità di dover effettuare una delle due procedure, per tale motivo cercheremo di chiarire subito la differenza fra le pratiche appena citate. Il subentroè il ripristino di un servizio di cui si era richiesta la disdetta precedentemente. La voltura, invece, non è altro che il cambio di intestazione della proprietà di un bene.

Nel momento in cui sarà richiesta la voltura la distribuzione, in precedenza interrotta, sarà ripristinata; mentre se si procede con il subentro non avverrà altro se non il cambiamento dell'intestatario della bolletta. L'ultima procedura presenta tempi più brevi rispetto alla voltura e non crea alcun tipo di disagio sulle forniture, che non verranno mai sospese. E' facilmente constatabile che tutte le aziende che si occupano di gas effettuano sia la voltura che il subentro. Ma qui ci chiediamo: come effettuare la voltura conEni Luce e Gas? Con quali tempi e costi l'operazione può essere portata a termine? Proviamo a rispondere in maniera molto semplice a tali quesiti, al fine di chiarire le idee a tutti coloro che si trovano dinanzi alle due procedure. Renderemo note le modalità e i costi richiesti dall'azienda Eni per l'attivazione del servizio richiesto.

Voltura Eni: come farla?

Costi e tempi voltura gas Eni
Conviene passare ad Eni? Clicca e scoprilo con Affari Miei
Eni offre differenti opzioni ai propri clienti che desiderano effettuare la voltura. Infatti è possibile contattare telefonicamente il numero clienti 800 900 700; oppure, in alternativa, è plausibile recarsi presso uno dei Punti Eni più facilmente raggiungibili dai consumatori. Insomma la scelta è nelle mani del consumatore, il quale potrà decidere su quale strada proseguire a seconda di quelle che sono le proprie esigenze. Per eseguire la voltura sono necessari alcuni documenti che riportiamo di seguito:
  • documenti di riconoscimento del nuovo titolare del contratto;
  • matricola del contatore per la fornitura gas;
  • POD e/o PDR;
  • autolettura del contatore;
  • recapito del vecchio intestatario che lascia l'unità immobiliare, che sarà utilizzato per l’invio della fattura di conguaglio finale;
  • tipo d'uso per la fornitura gas;
  • nuovo indirizzo dell'intestatario, al quale sarà fatta recapitare la fattura. 
Il contratto sarà recapitato ad Eni, una volta compilato e firmato dall'intestatario. A questo punto l'azienda multinazionale invierà al richiedente una lettera di accettazione, la quale autorizzerà la fornitura. Per recidere la sottoscrizione sono messi a disposizione dei clienti dieci giorni.

Costi della voltura Eni: quanto si deve spendere?

I costi di voltura Eni sono uguali a quelli di qualunque altra azienda che lavori nel mercato di maggior tutela, in quanto sono stati stabiliti dall’Autorità per l’energia elettrica ed il gas. Vediamo a quanto ammonta effettivamente il totale della procedura; esso è pari a 65,14. La somma è da suddividere in:
  • 27,52 euro per oneri amministrativi;
  • 23,00 euro  contributo fisso;
  • 14,62 euro imposta di bollo.
Il costo non varierà salvo richiesta di un aumento della potenza contrattuale. In questo caso il prezzo varierà in base al quantitativo di potenza che verrà aggiunto. Se si riscontra tale necessità è bene contattare l'azienda, la quale procederà rendendo noto il nuovo importo.


Concordato fallimentare: cos’è, proposta ed effetti verso i creditori

$
0
0
Che cos’è il concordato fallimentare? Esso, a differenza del concordato preventivo che rappresenta un’autonoma procedura concorsuale di cui questo spazio tratta, può definirsi come una delle forme con cui il fallimento si chiude. La procedura, inoltre, è diversa dall'accordo di ristrutturazione di cui abbiamo parlato in uno specifico articolo. In sostanza, in forza di un accordo tra il fallito od un terzo ed i suoi creditori, se vengono rispettate determinate condizioni, si ultima la procedura concorsuale. Quali sono gli effetti che si determinano? In questo articolo cercheremo insieme di capirlo: continuate a leggere.

Chi può presentare l’istanza?

La proposta può essere presentata da uno o più creditori, dal fallito oppure da un terzo. Il concordato fallimentareè disciplinato dalla legge fallimentare (l. 267/1992) ed ha subito importanti modifiche nel 2006 e nel 2007. Gli articoli di riferimento vanno dal numero 124 al numero 157 L.F.: negli ultimi anni lo scopo principale degli interventi del Legislatore è stato essenzialmente quello di semplificare e velocizzare la procedura, nel chiaro intento delle riforme degli ultimi anni che mirano ad accelerare sulla risoluzione delle crisi aziendali, purtroppo molto frequenti dal momento in cui la recessione ha avuto inizio in Italia.

In ogni caso, nell’ambito della formulazione della proposta di concordato fallimentare, è possibile che i creditori siano suddivisi in classi, determinate sulla base degli interessi economici e della loro posizione giuridica, oppure si possono indicare i trattamenti differenziati per i creditori facenti parte di classi diverse, facendo attenzione a specificare per quale ragioni ciò accade. La proposta, poi, può  prevedere la soddisfazione dei creditori e la ristrutturazione dei debiti in qualsiasi forma, non ci sono particolari limitazioni. E’ possibile, poi, dichiarare che i creditori privilegiati non vengono soddisfatti integralmente, fermo restando che però il piano deve prevedere una soddisfazione non inferiore a quella che si può realizzare, in virtù della natura previdenziale del credito, sul ricavo in caso di liquidazione, senza mai perdere di vista quello che è il valore di mercato che si può attribuire ai beni oppure ai diritti. Non possono, comunque, i trattamenti differenziati alterare l’ordine che la legge prevede per le cause legittime di prelazione.
Occorre poi aggiungere che l’articolo 124 della legge fallimentare, all’ultimo comma, prevede la possibilità che la proposta, presentata da uno o più creditori oppure da un terzo, può prevedere che siano ceduti oltre ai beni che fanno parte dell’attivo fallimentare, anche le azioni di pertinenza della massa, fermo restando che è necessaria l’autorizzazione del giudice delegato.

La proposta di concordato fallimentare deve essere presentata al giudice delegato che ha il compito di valutarla, previo parere del curatore e del comitato dei creditori. Egli ne ordina la comunicazione ai creditori e fissa un termine entro il quale questi ultimi possono inviare eventuali dichiarazioni di dissenso. E’ necessario che lo facciano in questa fase altrimenti il loro silenzio viene ritenuto come espressione di consenso.

Come funziona il concordato fallimentareIl concordato, comunque, viene approvato solo se riceve il voto favorevole da parte della maggioranza dei creditori ammessi al voto, secondo i criteri che sono stabiliti dall’articolo 127 della legge fallimentare a cui facciamo riferimento. Una volta che le votazioni vengono effettuate, decorso il termine, il curatore presenta una relazione al giudice delegato in cui comunica l’esito. Se c’è l’approvazione, il giudice ordina la comunicazione tramite PEC al proponente: questi, alla luce di ciò, può chiedere l’omologazione del concordato fallimentare. L’esito viene comunicato anche ai creditori dissenzienti ed al fallito: contestualmente, poi, viene fissato un termine per proporre eventuali opposizioni.  Se non ci sono opposizioni, il concordato viene omologato dal tribunale.

Effetti dell’omologazione: cosa succede?

Gli effetti dell’omologazionedel concordato fallimentare determinano che esso acquista efficacia e diventa obbligatorio nei confronti di tutti i creditori che hanno preso parte al fallimento fin dalla sua apertura. Gli organi della procedura, poi, verificheranno la corretta esecuzione.

Banche a rischio e banche sicure: prelievo forzoso dietro l'angolo, come difendersi?

$
0
0
Banche a rischio 2016, ultime news - La storia del pensionato di Civitavecchia suicidatosi a seguito delle vicende di Banca Etruria ha scosso un po’ tutti ed aumenta l’attenzione circa il futuro di diversi istituti di credito, soprattutto alla luce delle ultime notizie che vorrebbero addirittura altri istituti navigare in pessime acque: quali sono le banche commissariate? L’azzeramento delle obbligazioni subordinate ha lasciato molti consumatori sotto choc e, come sempre, cercheremo di fare il punto su queste pagine. Come scegliere le banche più sicure in cui depositare i risparmi?

Abbiamo detto più volte che non esistono investimenti sicuri e né tanto meno possiamo dire che investire in una banca garantisca sempre e comunque. Abbiamo visto per la prima volta come funziona il bail-in per Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Banca di Ferrara: per il momento non sono stati toccati i conti correnti ed anche gli obbligazionisti se la sono cavata per un soffio. In questo articolo sulle banche a rischiocercheremo di capire il grado di pericolosità degli investimenti più comuni e quali sono gli istituti che, alla luce delle ultime notizie, potrebbero essere oggetto di un nuovo decreto salvabanche. Se temete il prelievo forzoso, è bene che leggiate attentamente perchè vi forniremo gli strumenti per capire quali sono le banche più sicure.

Quali investimenti sono meno sicuri?

Abbiamo già detto che investire in azioni rappresenta il massimo del rischio per il risparmiatore: si diventa soci della società dalla quale si acquista e, in pratica, ci si espone al rischio imprenditoriale. Anche nella nostra guida su come investire i risparmiabbiamo fortemente sconsigliato questa scelta ai risparmiatori meno abbienti ed a tutti coloro che vogliono stare tranquilli.

Investire in obbligazioniè apparentemente meno sicuro ma non esente da rischi. E’ vero che non si diventa soci dell’azienda che emette il titolo ma gli si fa un prestito però è pur vero che, se per esempio si comprano obbligazioni bancarie, ci si espone al rischio che il proprio debitore non sia più in grado di onorare i suoi debiti. Per semplificare, il bail-in prevede che a pagare siano i risparmiatori, secondo un ordine di priorità che parte dagli investimenti più rischiosi a quelli meno rischiosi. I conti correnti ed i conti deposito fino a 100 mila euro, ricordiamo, sono protetti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ma molti autorevoli commentatori ritengono che tale fondo sia insufficiente, in caso di una crisi del sistema, per rimborsare tutti.

Il termine obbligazioni subordinate sta facendo tremare migliaia di persone. Ma perché sono assai pericolose? In realtà chi le compra è come se fosse una specie di “creditore di Serie B”: si chiamano obbligazioni ma, di fatto, hanno un livello di rischio paragonabile alle azioni. In caso di fallimento della banca, infatti, succede che nella soddisfazione dei creditori hanno priorità altre tipologie come i dipendenti della banca, i correntisti e coloro che hanno sottoscritto obbligazioni ordinarie. Il rischio di base è remunerato con un tasso d’interesse maggiore che è quello che, purtroppo, ha fregato molti investitori. In ogni caso, quando vi propongono di investire in obbligazioni, assicuratevi che non siano subordinate.
Bail-in, elenco istituti a rischio decreto salvabanche

Banche a rischio, elenco completo istituti: altro decreto salvabanche in arrivo?

Riportiamo l’elenco pubblicato da Libero Quotidiano secondo cui le seguenti banche, che sono stati commissariate dalla Banca d’Italia, potrebbero essere a rischio bail-in:
  • Istituto per il credito sportivo;
  • Cassa di risparmio di Loreto (controllata da Banca Marche);
  • Banca popolare dell'Etna;
  • Banca Padovana credito cooperativo;
  • Cassa Rurale di Folgaria;
  • Banca popolare delle province calabre;
  • Banca di Cascina (Pisa);
  • Bcc Banca Brutia (Cosenza);
  • Bcc Irpina;
  • Bcc di Terra d'Otranto.
Su questa pagina seguiremo le notizie e cercheremo di capire se quanto scritto dal noto quotidiano è vero oppure no.

Come funziona il prelievo forzoso?

In pratica la storia che vi prenderanno i soldi dal conto corrente non è del tutto vera perchè c'è un ordine di priorità che la seguente immagine, tratta da Il Sole 24 Ore del luglio scorso, raffigura perfettamente.
Come funziona il prelievo forzoso
* Significato CET 1 Ratio 
Leggi anche => Come gestire i propri risparmi senza rischi
Come appare evidente a pagare sono prima di tutto gli azionisti, poi gli obbligazionisti subordinati e quelli ordinari. Successivamente sono chiamati ad intervenire i creditori non garantiti e, infine, i creditori con depositi superiori a 100 mila euro. Sotto a tale cifra, infatti, si è coperti dal Fondo a cui abbiamo accennato anche se, ribadiamo per completezza, diversi esperti sono piuttosto scettici circa la sua capacità di soddisfare tutti.

Banche sotto osservazione da parte della BCE

Sul finire del 2015 la BCE ha reso noti i nomi degli istituti bancari che terrà sotto osservazione. Sono 129 le banche che finiranno sotto la vigilanza diretta dell'Eurotower, 15 delle quali in Italia. Riportiamo, di seguito, i nomi degli istituti italiani che saranno passati al vaglio della Banca Centrale Europea:
Banca Carige, Banco Popolare, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Barclays Italia, Banca Popolare di Sondrio, Banca Popolare di Vicenza, Credito Emiliano, Iccrea Holding, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Unicredit, Unione di Banche Italiane e Veneto Banca.
La BCE inizierà a supervisionare gli istituti citati già nei prossimi giorni ed entro il mese di febbraio sapremo qualcosa in più. Mario Draghi, intanto, ha invitato le banche ad essere prudenti nella distribuzione dei dividendi agli azionisti, al fine di non intaccare troppo l'equilibrio dei conti. Altri spunti interessanti li trovate su questa pagina dove riportiamo una recente intervista ad un Commissario UE circa la possibilità di dar vita in Italia ad una bad bank per risolvere i problemi dei più noti istituti.

Ultime news febbraio 2016: tensioni sui mercati?

Lunedì 8 febbraio è stata una giornata nera sia a Piazza Affari che in tutta Europa: la parola d'ordine in borsa sembra essere "vendere", e infatti pare proprio che si stia andando in questa direzione. La debolezza del sistema bancario italiano preoccupa non poco, l'economia americana non sembra essere poi così forte ed anche i Paesi emergenti non danno più le sicurezze di un tempo. Cosa dobbiamo fare noi risparmiatori di fronte a tutto questo? Abbiamo ben poche opportunità, la cosa migliore è seguire i consigli che trovate su questo blog per evitare il rischio di perdere soldi: per il resto valgono i soliti consigli di stare lontani dalle speculazioni di vario genere.

Quali sono le banche più sicure?

Come abbiamo accennato nell'articolo sulle migliori banche, ci sono una serie di parametri che vanno valutati. La nostra opinione (sia chiaro, è un parere di chi scrive!) è che, generalmente, le banche più sicure tendono ad essere quelle particolarmente impegnate nel private banking perchè hanno un rapporto positivo tra capitali impiegati in attività di rischio e capitali raccolti. In pratica questi istituti hanno come core business la gestione dei portafogli e non i prestiti alle imprese o alle famiglie e, pertanto, si prestano ad essere più sicure.

Per scoprire come gestire i risparmi, infine, vi invitiamo a scaricare la nostra guida dedicata alla finanza personale: troverete spunti utili per tutelarvi dai principali problemi che attanagliano i mercati negli ultimi anni.

Banche commissariate 2016: cosa rischiano azionisti, obbligazionisti e correntisti - Ultime news

$
0
0
La situazione delle banche a rischiomerita una grande attenzione, visti i riflessi che può avere sui risparmiatori una crisi del sistema. Quali sono le banche commissariate dalla Banca d’Italia? Oltre a fornire l’elenco completo, su questa pagina, cercheremo di riepilogare brevemente quelli che sono i rischi per chi possiede azioni, obbligazioni ordinarie e subordinatee per chi ha il denaro versato su conti correnti e conti deposito.

Con il salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Banca di Ferrara abbiamo visto cosa può portare il bail-in che, dal 2016, sarà la regola di tutte le criticità rilevate per le banche europee. Chi paga nel caso in cui una banca dovesse navigare in cattive acque?

Azioni e obbligazioni: il pasticcio delle obbligazioni subordinate

Non ce ne vogliano i tecnici se semplifichiamo ma la vicenda delle obbligazioni subordinate, improvvisamente divenute uno spauracchio per i non addetti ai lavori, si può spiegare così: sono una via di mezzo tra azioni ed obbligazioni tradizionali. Essendo più rischiose vengono remunerate di più ma in caso di difficoltà gli obbligazionisti subordinati vengono soddisfatti dopo quelli tradizionali. Le regole sul bail-in prevedono che a pagare siano: azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti tradizionali e correntisti (conti correnti e conti deposito) con depositi superiori a 100 mila euro. Per questo motivo abbiamo visto che in molti sono stati chiamati a pagare di tasca proprio per i disastri relativi agli istituti coinvolti nel decreto salvabanche attuato dal governo Renzi.
Cosa rischiano coloro che hanno conti correnti o conti deposito? Per i depositi fino a 100 mila euro c’è la garanzia del Fondo Interbancario di Tutela Depositi: sebbene autorevoli economisti ritengono sia insufficiente, appare improbabile che il sistema bancario decida di perdere la sua credibilità, nel caso di una crisi più grossa, e non pagare. Anche perché, volendola dire schiettamente, se falliscono tutte le banche probabilmente avremo ben altri problemi a cui badare ed è uno scenario, almeno ad oggi, irrealistico.
Per approfondire leggi anche: CET 1 Ratio: che cos'è?
Elenco Banche Commissariate

Elenco delle banche commissariate dalla Banca d’Italia

Veniamo, ora, all’elenco che aggiorneremo costantemente seguendo le ultime notizie che giungono sul tema:
  • Banca Popolare dell’Etruria
  • Banca delle Marche
  • Istituto per il credito sportivo
  • Cassa di risparmio di Ferrara
  • Cassa di risparmio di Loreto
  • Cassa di risparmio di Chieti
  • Banca popolare dell’Etna
  • Banca popolare delle province calabre
  • BCC Banca Romagna Cooperativa
  • BCC Irpina
  • BCC Banca Padovana
  • Cassa rurale di Folgaria
  • Credito Trevigiano
  • Banca di Cascina
  • Banca Brutia
  • BCC di terra d’Otranto

Quale futuro: bad bank in arrivo?

Le banche italiane, come abbiamo scritto in più occasioni, hanno diversi problemi: i più rilevanti riguardano le modeste dimensioni di alcuni piccoli istituti e, soprattutto, le sofferenze. Per spiegarlo in maniera molto semplice, come nel nostro stile, ci sono istituti che hanno troppi crediti che derivano da prestiti concessi e che difficilmente saranno onorati. Diversi economisti sottolineano che la crisi italiana sta diventando di debito privato e non di debito pubblico, come da più parti sottolineato. Una crisi molto "americana" che vede la gente sempre più propensa ad indebitarsi: lo testimoniano, tra l'altro, le recenti notizie sui boom di mutui e prestiti personali.

Sul tema è intervenuta recentemente anche Margrethe Vestager, Commissaria UE alla Concorrenza intervistata da Il Sole 24 Ore lo scorso 13 gennaio 2016. Il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles è fatto di botte e risposte e, soprattutto, di affermazioni al vetriolo da parte del governo italiano circa l'impossibilità di intervenire in maniera diversa in tema di bail-in proprio a causa delle stringenti norme UE.

Dalle colonne del principale quotidiano economico italiano, la Vestager ha spiegato che la scelta dell'esecutivo guidato da Matteo Renzi di anticipare l'attuazione del bail-in non deriva da un tentativo di "compiacersi" la Commissione, come scritto da diversi giornali, ma è una valutazione del tutto autonoma. Il problema principale su cui si muove il dibattito è: si possono usare soldi pubblici per risolvere i problemi delle banche private?

L'Unione Europea sembra propendere verso il no perchè, in questo modo, si falserebbero le regole sulla concorrenza e si prefigurerebbe un aiuto di Stato che il diritto comunitario vieta. All'obiezione che in passato la Germania ha utilizzato risorse pubbliche, il Commissario UE ha risposto che le regole dal 1° gennaio 2016 sono cambiate e che un intervento pubblico è possibile solo dopo che siano stati chiamati a pagare azionisti ed obbligazionisti. "La logica è chiara - ha detto a Il Sole 24 Ore la Vestager - gli investitori devono essere ulteriormente responsabilizzati".
LEGGI ANCHE => Azioni MPS e Carige e rischio default: guida
Alla domanda sull'indiscrezione secondo cui a Roma stiano pensando ad una bad bank in cui concentrare le attività "cattive" (per chi non lo sapesse, la bad bank è una sorta di contenitore in cui far confluire tutte le sofferenze per sanare i bilanci delle banche), la risposta è stata piuttosto chiara: "Il governo italiano deve decidere ciò che vuole. Deve decidere in questo frangente - ha rimarcato il Commissario UE - se vuole usare denaro pubblico o se non usare denaro pubblico". Nel caso di intervento, però, le regole europee impongono che esso deve avvenire in maniera tale da non danneggiare le altre banche che non beneficiano del supporto.

Un ultimo passaggio interessante riguarda le sofferenze, a cui avevamo fatto cenno, che in Italia rappresentano il 16,7% del totale dei crediti. Per dare un'idea, in Francia sono 4% ed in Spagna il 7%. La Vestager ha dichiarato di non essere preoccupata al riguardo ma, ciò detto, è urgente capire che l'assenza di una soluzione al problema rallenta la velocità della ripresa economica.

Dall'intervista che abbiamo ripreso, dunque, emerge in sintesi questo: un intervento pubblico per l'UE è possibile, anche tramite una bad bank, ma nel rispetto della concorrenza. In pratica non bisogna danneggiare le banche con i conti in ordine per salvare quelle in crisi: a parole il discorso fila, cercheremo di capire se e come, però, tutto ciò potrà tradursi in fatti concreti.

Per approfondire, consigliamo di consultare la guida su come gestire i risparmi di Affari Miei e di leggere i post della sezione dedicata alla Finanza per ricevere aggiornamenti e recensioni sulle prospettive d'investimento.

Per ricevere i migliori articoli dal blog, infine, vi invitiamo ad iscrivervi al canale Telegram oppure alla newsletter: detestiamo lo spam quanto voi, riceverete solo i contenuti migliori direttamente su pc, smartphone e tablet.

Bicameralismo perfetto: cos’è, vantaggi e svantaggi

$
0
0
Sia che voi siate studenti o semplici cittadini interessati alle dinamiche politiche del Paese, è probabile che vi siate chiesti cos’è il bicameralismo perfetto o paritario molto spesso richiamato dai politici e dagli esperti: come funziona e quali sono i vantaggi e gli svantaggi che la forma di governo può avere dalla sua adozione? In Italia questo concetto è stato spesso richiamato come uno dei principali problemi riguardo la possibilità di consentire a Camera dei Deputati e Senato di legiferare velocemente: ma è veramente così?

In questa guida, che arricchisce la nostra sezione divulgativa di diritto pubblico, cercheremo di capire cos’è il bicameralismo e, in particolare, come funziona il bicameralismo perfetto in Italia. Il fatto è molto importante perchè a fine 2016 si voterà per il referendum sulle riforme istituzionali varate dal governo Renzi.

Cenni sul bicameralismo

La necessità di dotare lo Stato di assemblee che rappresentino il popolo nasce, fondamentalmente, dall’aspirazione di governo della borghesia. Quando in Inghilterra nel XIII secolo si gettarono le fondamenta del moderno concetto di Stato, con i baroni che iniziarono a ottenere autonomia rispetto al Re, si ritenne che si dovesse dar luogo ad assemblee collegiali in cui coinvolgere i rappresentati delle classi sociali chiamate a dire la propria. Considerate le differenze di formazione e la divergenza degli interessi in gioco, si preferì ricorrere a due distinte riunioni: la Camera dei Lord, formata da nobili a titolo ereditario, e la Camera dei Comuni, composta dai membri eletti dai cittadini non privilegiati. Anche in Francia gli Stati Generali riproducevano sul piano politico le classi sociali in cui si poteva scomporre la popolazione. Tutti i Parlamenti più antichi, dunque, nascono sostanzialmente per riprodurre le diverse anime protagoniste nella società. Anche quando successivamente vengono alla luce Stati Federali, la struttura bicameraleresta intatta per esplicare, stavolta, le istanze territoriali.

Con il passare del tempo la situazione, in molti casi, si è evoluta e si è sviluppata una dicotomia fra bicameralismi e monocameralismo. Un dato di fondo, però, può essere gettato parlando dell’accezione bicameralista al plurale, viste le diverse forme e funzioni che assumono le Camere nei vari Paesi. Mentre infatti il monocameralismo, ove esiste ed è inserito nell’ambito di uno Stato democratico, è caratterizzato per affinità sostanziali nelle strutture, il bicameralismo assume varie connotazioni che non sempre sono classificabili in maniera uniforme nell’ambito di una comparazione. E’ vero, però, che nelle democrazie occidentali i parlamenti monocamerali sono spesso l’esito di un processo di riforma che ha portato all’abolizione della Camera alta, mentre nelle altre esperienze in tanti casi rappresentano l’esito di forzature decisamente poco democratiche.

Il bicameralismo perfetto italiano

La distinzione di scuola generalmente vuole la dicotomia fra bicameralismo perfetto e imperfetto. Il primo è tipico dei Paesi come l’Italia dove il procedimento legislativo è caratterizzato dall’assegnazione dei medesimi poteri ad entrambe le Camere. Al riguardo, l’articolo 70 della Costituzione parla chiaro:
«La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere»
Abitualmente si ritiene che questo sistema sia più lento rispetto agli altri perché la singola legge deve essere discussa, emendata e approvata sia alla Camera dei Deputati che al Senato della Repubblica. Il testo deve essere votato in maniera identica, la modifica da parte di una delle due assemblee determina la necessità che il provvedimento sia spedito nuovamente all’altra. E’ in questo contesto che si incardina una degenerazione che prende il nome di navetta: il fenomeno si verifica proprio quando una legge, piuttosto che essere approvata, fa il giro più volte delle due Camere senza che mai ci sia un ok unanime sul medesimo testo.

Tuttavia non tutti si esprimono all’unisono sul concetto di bicameralismo perfetto. Quello vigente in Italia sarebbe, secondo alcuni, «paritario»: non c’è nulla di perfetto nel bicameralismo italiano se, nell’interpretazione letterale, perfetto è un aggettivo che attiene alla valutazione del funzionamento, delle prestazioni e del rendimento del suddetto bicameralismo. Semmai, l’aggettivo corretto dal punto di vista descrittivo è «paritario» poiché coglie i punti effettivamente rilevanti: la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica hanno gli stessi poteri, in particolare quello, grande e caratterizzante i rapporti fra legislativo e esecutivo, di dare/togliere la fiducia al governo.

Le due Camere, tuttavia, presentano alcuni piccoli aspetti di differenziazione. A partire dal 1963, con la legge costituzionale n. 3, entrambi i rami del Parlamento hanno eguale durata. Il Senato è agganciato al territorio regionale ai sensi dell’art. 57 Cost. che afferma il principio secondo cui la sua elezione è «a base regionale». Sul punto, però, il Costituente altro non dice ed ancora oggi se ne parla poco.

Cos'è il bicameralismo perfetto
Riguardo alla composizione, inoltre, Camera e Senato hanno differenziazioni quantitative: 630 sono i membri eletti a Montecitorio, in 315 invece siedono a Palazzo Madama. Solo per il Senato, inoltre, è previsto dall’art. 59 Cost. comma due che il Presidente della Repubblica possa nominare cinque “Senatori a vita”. Altri membri non elettivi, poi, sono i Presidenti emeriti che, alla scadenza del mandato e salvo rinuncia, diventano appunto senatori ai sensi del comma primo della norma in esame.

Ultimo aspetto di distinzione lo si legge nelle diverse età per l’elettorato attivo e passivo. Il diritto di voto, infatti, si acquista con il compimento dei 18 anni per la Camera dei Deputati e dei 25 per il Senato. Per diventare deputati è necessario avere almeno 25 anni, 40 anni invece è l’età necessaria per ambire ad uno scranno a Palazzo Madama.

La figura dei Senatori a vitaè prevista dall’articolo 59 della Costituzione. Secondo la Carta è senatore a vita, salvo rinuncia, chi è stato Presidente della Repubblica (comma 1). Il Capo dello Stato può, ai sensi del comma 2, nominare «cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».

Sul ruolo dei senatori a vita si è discusso molto in occasione della formazione del Governo Prodi II, rimasto in carica dal 2006 al 2008. In quella fase al Senato risultò particolarmente prezioso alla maggioranza il voto dei senatori non eletti, tant’è che l’opposizione di Centrodestra avviò una vera e propria battaglia politica contro di essi, rei di fare «da stampella» all’esecutivo.

Sul punto si sono sostenute le opinioni più disparate: si è sostenuto che, non essendo eletti, non rappresenterebbero nessuno o alcunché. Aspetto, questo, non vero a tenore dell’art. 67 Cost. secondo cui tutti i membri del Parlamento rappresentano la nazione, senza far particolare menzione dei senatori a vita. Alcuni autori, invece, hanno propugnato la tesi della “irresponsabilità politica” dei senatori a vita ma ciò nemmeno pare corretto perché si confonde la responsabilità di qualsiasi parlamentare nei confronti dell’opinione pubblica per gli atti compiuti nell’esercizio del suo mandato con l’impegno che invece un candidato assume in vista delle elezioni rispetto al corpo elettorale. Altri, ancora, hanno sostenuto che i senatori a vita voterebbero non sulla base dell’appartenenza ad un determinato schieramento politico ma “secondo coscienza”, come se la diversa modalità di preposizione alla carica annullasse la natura fondamentalmente politica della carica che assumono.
In realtà, fatta eccezione per la specifica precisazione che il primo comma dell’articolo 59 fa rispetto alla possibilità di rinunciare alla carica per gli ex Presidenti della Repubblica, nulla dice la Costituzione rispetto ai senatori a vita che pertanto sono sullo stesso livello dei membri elettivi. Nemmeno dalle norme parlamentari o dalla prassi discendono particolarità relative a detti membri, il che lascia intendere che nessuna distinzione sul piano giuridico è stata concretamente statuita, eccetto ovviamente le modalità di elezione. D’altro canto non si capisce perché, tenendo in considerazione il divieto di mandato imperativo, soltanto i senatori a vita dovrebbero votare “secondo coscienza” e gli altri no, sempre-ché tale affermazione volesse stare a significare che ai senatori a vita è concessa una qualche forma di libertà morale maggiore o più ampia rispetto agli altri.

Una questione un tantino diversa è quella relativa al fatto che il Governo Prodi veniva accusato di rimanere in piedi senza una maggioranza “politica”, laddove come tale è da ritenersi una maggioranza in qualche modo “autosufficiente” rispetto al voto dei senatori a vita che, liberamente, possono decidere di sostenere la politica dell’esecutivo. Allorquando il Capo dello Stato Giorgio Napolitano decise di rinviare il Governo alle Camere al termine delle consultazioni derivanti dalla crisi, nel comunicato precisò che la verifica che esso doveva fare era relativa alla sussistenza di una “maggioranza politica”. E’ stata intesa tale affermazione nel senso che oltre alla maggioranza in senso tecnico – raggiungibile mediante il voto favorevole di tutti gli aventi diritto – il Governo doveva valutare l’esistenza della maggioranza dei senatori eletti pronti a sostenerlo (c.d. maggioranza governativa), al fine di dimostrare che l’esecutivo fosse rappresentativo “elettoralmente” e non solo numericamente. Su ciò si è sostenuto che la “maggioranza elettorale” potesse essere, al Senato, anche variabile di votazione in votazione, purché raggiunta con il voto dei senatori eletti.

Il ragionamento così esposto può anche reggere, in virtù del fatto che tutto ciò non è vietato dalla Costituzione la quale, però va precisato, non impedisce la possibilità che una maggioranza vada avanti col voto decisivo dei senatori a vita (aspetto che invece pare delinearsi da questa interpretazione che, in ogni caso, non può remare in senso contrario rispetto alla Carta e resta pur sempre una valutazione politica). Quello che emerge, però, è l’ulteriore e progressivo accentuarsi dell’instabilità.

Le opinioni espresse sono il frutto del dibattito dottrinale sviluppatosi nel 2007: non serviva una sfera di cristallo già allora per prevedere tutto questo. Il Governo Prodi, infatti, cadde poco dopo per via delle frizioni politiche interne alla coalizione uscita vincente, di un soffio, alle elezioni del 2006. Al di là del ruolo dei senatori a vita, infatti, un modello che pretende di garantire la stabilità deve determinare la certezza a chi vince le elezioni di poter contare su una maggioranza solida in Parlamento, eccetto cambiamenti anche clamorosi che sono pur sempre possibili vista la libertà di cui gode ciascun parlamentare. Accanto a questo, però, è necessaria anche una maggiore serietà delle forze politiche nel mantenere gli impegni assunti, troppo spesso disattesi non appena cala il sipario sulla campagna elettorale. Ma questa è una valutazione squisitamente politica che postula una crescita non solo dei partiti ma anche dei cittadini che hanno il dovere morale di mantenere sempre attivo il controllo sui loro rappresentanti all’interno delle istituzioni democratiche della nazione.


Conclusioni: è il bicameralismo perfetto il problema?

Abbiamo visto che cos’è il bicameralismo perfetto, perché secondo gli esperti dovrebbe essere considerato paritario per non fare confusione ed abbiamo accennato alle dinamiche che hanno portato alla formazione dei parlamenti bicamerali nelle democrazie occidentali.

Al di là di tutto, chi ritiene che il bicameralismo perfetto sia la causa della lentezza del legislatore fa un ragionamento piuttosto fuorviante. Le maggioranze ballerine e litigiose e le influenze spesso esterne alla politica portano i partiti a litigare per ben altri motivi e la forma, sebbene bizantina, non ci pare un ostacolo oggettivo alla possibilità di legiferare in fretta. Basti pensare che quando il parlamento ha dovuto ratificare provvedimenti come il c.d. Lodo Alfano o la riforma pensioniFornero l’ha fatto in tempi assai più celeri di quelli per approvare le leggi che aspettiamo da anni in materia economica e civile.

Come diventare agente di commercio: requisiti, corso e consigli pratici per iniziare nel 2016

$
0
0
Nell'articolo di oggi cercheremo di rispondere a una domanda ben precisa: come diventare agente di commercio? Quest'ultima è infatti una professione molto ambita, ma spesso anche incompresa.
Innanzitutto vediamo chi è l'agente di commercio, quali sono i requisiti necessari e in cosa consiste il suo lavoro. L'agente di commercio è colui che, per conto di varie imprese, si occupa della stipulazione di contratti e dei rapporti commerciali tra diverse aziende. In Italia solitamente è un libero professionista, e ancor più spesso, il suo stipendio si basa sulle provvigioni che l'azienda gli riconosce per il fatturato che produce.  Ora che abbiamo capito cosa fa, vediamo come si diventa agenti di commercio.

Se siete giunti per la prima volta su Affari Miei, vi consigliamo di leggere le guide della sezione Lavoro e Formazione: sono dedicate a chi ha deciso di prendere in mano la sua vita e imparare un lavoro che lo faccia sentire felice.

Tutti i requisiti per intraprendere la professione di agente di commercio

L'agente di commercio, per essere definito tale, deve essersi iscritto a una particolare sezione della camera di commercio. Ma prima di arrivare a questo punto, che rappresenta la conclusione del suo percorso, egli deve aver adempito ad una serie di requisiti fondamentali. Innanzitutto deve avere la cittadinanza italiana o appartenere a uno degli stati dell'Unione Europea. Deve avere poi la fedina penale completamente pulita: non deve essersi macchiato di reati.
Per quanto riguarda il percorso scolastico, l'agente di commercio deve aver frequentato delle scuole superiori ad indirizzo commerciale, oppure possedere una laurea in materie economiche o giuridiche. Infine egli dovrà partecipare attivamente ad un corso proposto e riconosciuto dalle Regioni.  Prima di diventare agente di commercio, la persona deve aver maturato anche un'esperienza professionale biennale, negli ultimi cinque anni, in alcuni ambiti: operatore di vendita, dipendente con mansioni di direzione o di organizzazione delle vendite, rappresentante legale di un'azienda. Questo è l'iter che tutti gli agenti di commercio devono passare prima di poter ricoprire a tutti gli effetti la professione.
Leggi anche: Laurea in Giurisprudenza, e poi? Sbocchi lavorativi per laureati in Legge

Come diventare un agente di commercio di successo: cosa serve per lavorare

Info su come si diventa agente di commercioOra che abbiamo visto come si diventa agente di commercio, vediamo invece quali sono le sue caratteristiche più importanti, non richieste formalmente, ma fondamentali per lo svolgimento di un buon lavoro. Le aziende alla ricerca di un'agente commerciale, richiedono persone con: ottime capacità comunicative, grande grinta e forza di volontà, problem solving, motivazione, gestione dello stress e autonomia. Ovviamente molte di queste caratteristiche si apprendono direttamente sul campo, attraverso l'esperienza, e si hanno in parte nel proprio modo di essere.

Il video che proponiamo è stato realizzato dalla Camera di Commercio di Milano e dà una panoramica della professione.



Per restare aggiornati con Affari Miei potete seguirci su Telegram: iscrivendovi al canale riceverete solo i migliori aggiornamenti direttamente su pc, tablet e smartphone. Il vostro parere non costa nulla ma per noi vale tantissimo, esprimetelo in un commento!

Franchising detersivi e casalinghi: come aprire un negozio affiliandosi

$
0
0
Conviene aprire un negozio di detersivi in franchising? Per molte persone prendersi cura della propria casa non è solo un obbligo, un qualcosa da dover fare in nome dell'igiene, ma è anzi un vero e proprio divertimento. Anche se a molti sembra strano, vi sono persone che nei supermercati passerebbero ore e ore a capire quale detersivo è migliore per una certa superficie o quale può rendere più brillanti le proprie stoviglie, eccetera. Per questo motivo ma non solo, molti negozi dedicati interamente a questa categoria di prodotti, ottengono un gran successo nonostante la crisi economica che caratterizza il nostro tempo.

In particolar modo, grazie ai flussi ecologisti, hanno iniziato a svilupparsi negozi dedicati ai detersivi che rispettano l'ambiente e sfruttano il riciclo. Anche nel caso di questi store il franchising può essere un'ottima soluzione. D'altronde spesso permette di ottenere clienti praticamente già fidelizzati fin dai primi mesi di vita del locale.

Ma cosa serve per affiliarsi ad unfranchising di detersivi? Innanzitutto una superficie minima di 40 mq, un locale che si trovi in una zona di passaggio e possibilmente con un parcheggio vicino, un investimento iniziale che varia significativamente, una partita IVA e la pazienza nello svolgere una serie di procedure burocratiche come: comunicazione d'inizio attività, iscrizione alla Camera di Commercio, Registro delle Imprese, eccetera.

Franchising detersivi: quale marchio scegliere?

Miglior franchising di detersivi 2016
Come accennavamo in apertura, al momento i negozi più in voga per quanto riguarda i detersivi sono quelli che forniscono attenzione al pianeta attraverso il riciclo e il rispetto per l'ambiente. La scelta del marchio è fondamentale, per questo oggi vi forniremo alcune dritte indicandovi i pregi e i difetti di alcune catene franchising:
  • SaponandoPiù: in questo caso si parte subito con un investimento iniziale abbastanza esiguo, che può quindi facilitare l'inizio attività. SaponandoPiù vende prodotti economici e per questo ha una larga cerchia di clienti affezionati, ma soprattutto tutti i loro prodotti sono privi di nichel e sono ipoallergenici e biodegradabili. Una bella pubblicità! I detersivi vengono venduti alla spina e i contenitori possono essere portati da casa o acquistati sul posto. Con un investimento iniziale contenuto di circa 6.500 euro sono inclusi i seguenti servizi: una macchina erogatrice, un erogatore BS per le profumazioni, 10 erogatori ED 25;
  • Acqua e Sapone: noto brand che abbiamo anche recensito. Rimandiamo alla guida specifica;
  • Detersfuso: un investimento maggiore è, invece, richiesto da questo franchising che si occupa di detersivi sempre prestando attenzione al tema dell'ecologia e del rispetto dell'ambiente. Come suggerisce il nome infatti anche in questo caso i detersivi sono venduti sfusi. L'investimento iniziale può arrivare fino ai 14 mila euro, in base alle necessità e ai desideri del compratore. Con 2.500 euro di base il franchising di detersivi fornirà sei erogatori  mentre con 14.000 euro si otterranno 32 fontane, una bilancia, una cassa e un banco. I requisiti che la catena richiede sono invece i seguenti: un minimo di un dipendente, un bacino di utenza di almeno 5 mila abitanti, uno spazio che va dai 40 mq ai 60 mq per un punto vendita completo o uno spazio di 15-20 mq per un corner. 

E poi...non finisce qui!

Affari Miei è un blog che affronta il tema dell'auto-imprenditorialità a tutto tondo. Per restare aggiornati con le ultime novità, vi invitiamo ad iscrivervi alla newsletter oppure al canale Telegram ufficiale: a voi non costa nulla, per noi vale tantissimo. Vi invieremo in posta elettronica o in chat solo i migliori contenuti pubblicati per chi ha deciso di mettersi in gioco e cambiare vita.

Franchising ristorazione: quali soluzioni scegliere per affiliarsi?

$
0
0
Se la vostra passione è il cibo in ogni sua forma siete capitati proprio nell'articolo giusto, poiché vi spiegheremo come trasformare una passione in un lavoro e in particolar modo come trasformare un qualsiasi ristorante in un nome conosciuto e pubblicizzato in tutta la nostra penisola: mai sentito parlare dei franchising della ristorazione? Coloro che amano il cibo e desiderano farne un mestiere hanno a disposizione effettivamente tantissime possibilità e metodi: ristoranti, fast food, negozi per prodotti tipici, pizzerie d'asporto, eccetera. Il problema sorge quando il locale non è in grado di acquisire abbastanza clienti, un po' perché è nuovo e sconosciuto un po' perché i grandi marchi tendono ad attrarre la maggior parte della clientela in ogni settore. Come fare allora per rischiare il meno possibile un grande flop? Una soluzione è quella di entrare a far parte di queste grandi catene e sfruttare così le loro caratteristiche e capacità.

La difficoltà che in questo caso sorge è: quale catena scegliere? Effettivamente ne esistono centinaia e centinaia quando si decide di entrare in un settore così vasto come quello alimentare. Vediamo innanzitutto le varie tipologie di attività di cui oggi intendiamo parlare:

  • franchising bar: una categoria sempre più in espansione e soprattutto sempre meno generica e con caratteristiche più marcate. Esistono i bar che si dedicano al mondo del biologico, eliminando così tutti i prodotti di scarsa qualità dal proprio bancone, oppure ci sono i bar che si concentrano maggiormente sui menù, creando così menù per colazioni, pranzi, merende, eccetera;
  • franchising pizza: un'idea classica ma mai banale, soprattutto in Italia. Abbiamo recensito anche soluzioni che riguardano i distributori automatici di pizze;
  • franchising Kebab: dedicato a chi adora la cucina straniera e in particolar modo quella turca. A quanto pare poi, moltissimi italiani adorano questo genere di cucina e alimentazione;
  • franchising fast food: questi nuovi luoghi di ristoro sembrano essere ormai quelli più gettonati e non solo dai giovani. Aprirne uno potrebbe essere dunque una vera e propria fortuna.
Per avere una visione più ampia leggi anche: Come aprire un home restaurant? - Franchising Crema e Cioccolato: come funziona? - Franchising caffè: quali sono i migliori?

Franchising ristorazione: alcuni marchi davvero famosi  ma alternativi

Migliori franchising ristorazione
Vediamo ora insieme alcuni dei marchi più famosi, e che quindi possono garantire una miglior riuscita del locale interessato, ma al tempo stesso più originali e moderni.
  • Ipiad: nata a Rimini nel 2013, questa catena è giovanissima ma molto promettente. Soprattutto perché si concentra su una delle migliori cucine italiane: quella romagnola. Attenzione però perché non si tratta di una classica trattoria, ma bensì di una sorta di gazebo che è in grado di rincorrere i clienti agli eventi più popolari così da restare sempre sul pezzo. L'investimento è di circa 9,900 euro;
  • Mister Fruit: non perdetevi neanche l'enorme onda del bio, ma soprattutto dell'alimentazione sana. Questo negozio è dedicato a tutti coloro che adorano frutta, frullati e centrifugati di ottima qualità. Adatto anche a chi è a dieta e se si guarda intorno trova sempre e solo pasticcerie. Investimento iniziale di circa 24.900 euro;
  • Zero Fast Food: un'alternativa strabiliante ai soliti fast food con cibi spazzatura. In questo caso si tratta si di un servizio ristorativo veloce e alla mano, ma anche di un servizio con alimenti sani, genuini e light. Investimento iniziale di 34.900 euro.

Non finisce qui

Le risposte alle vostre domande, con ogni probabilità, non le potete trovare dalla lettura di un unico articolo. Se gradite l'impegno di Affari Miei, potete iscrivervi alla newsletter che trovate in basso oppure al canale Telegram: riceverete solo gli aggiornamenti più significativi e rimarremo in contatto. A voi non costa nulla, per noi vale tantissimo!

Franchising caffè: come aprire un negozio di caffè in capsule o in cialde

$
0
0
Non per forza chi adora e ha passione per il caffè deve aprire un bar. Per restare in quest'ambito è forse molto più comodo e meno traumatico aprire un negozio in franchising in cui i clienti possano acquistare solo il caffè che voi scegliete di vendere, ad esempio caffè in capsule o in cialde. Solitamente comunque questi tipi di shop offrono anche tanti altri prodotti, come: cibi tipici della zona, dolci confezionati, vini, macchinette del caffè, eccetera. Se non volete affidarvi al caso potete allora scegliere di entrare a far parte di un franchising che si occupa proprio di questo settore. In tal modo il vostro marchio sarà già una garanzia e limiterà (non cancellerà) le possibilità di sbagliare le vostre valutazioni. Oggi andiamo a tuffarci in questa prospettiva imprenditoriale, valutandone vantaggi e svantaggi.

Come aprire un negozio di caffè in franchising

Una buona notizia è che per aprire uno di questi negozi non servono affatto titoli di studio specifici o corsi di formazione di un certo tipo. L'unico elemento fondamentale è la forza di volontà e il coraggio di tuffarsi in una nuova avventura, oltre ovviamente ad una serie di procedimenti burocratici. Partiamo quindi da quest'ultimi e vediamo insieme cosa lo Stato italiano richiede per avviare un negozio di caffè.
Prima di tutto il futuro proprietario deve possedere l'idoneità alla vendita o alla produzione alimentare oppure un'attestazione equipollente. Fatto questo sarà per forza di cose obbligatorio aprire una partita IVA che può essere singola o come società, in base ai vostri desideri e possibilità. A questo punto sarà poi possibile iscriversi al registro delle imprese presso la Camera del Commercio. Il professionista che può aiutarvi in tutti questi procedimenti è senz'altro il commercialista. Cercate di scegliere una persona che vi ispiri fiducia e correttezza, così da non perdere tanto tempo prezioso e soprattutto denaro. Il proprietario dovrà segnalare al comune l'avvio dell'attività e identificare un giusto immobile in cui dar forma fisica al suo negozio, per ora solo immaginato. Nel dar forma al proprio negozio sarà davvero importante scegliere i giusti fornitori. Gli amanti del caffè che verranno nel vostro negozio dovranno essere soddisfatti sin dalla prima volta.
Leggi anche: Crema e Cioccolato in franchising: idea imprenditoriale vincente?

Franchising caffè: quale marchio scegliere?

Come affermato precedentemente, per non fare un completo salto nel vuoto potrebbe essere un'ottima idea decidere di accorparsi ad un marchio già esistente, valutando la prospettiva del franchising.
Ma quale scegliere ora fra tutti quelli presenti nel mercato? Oggi vi aiuteremo a rispondere a questa difficile domanda indicandovi i migliori in circolazione.
    Come aprire un negozio di caffè in franchising
  • Oro Nero: adatto a chi vuole iniziare con un basso investimento (a partire da 4.000 euro). Il locale richiesto è di una grandezza di circa 30 mq e possibilmente all'interno di una zona commerciale. I fornitori di Oro Nero sono famosi e conosciuti in tutto il mondo: Lavazza, Bialetti, Ristora, Nescafè, Nespresso, Termozeta, eccetera. La formula franchisingcomprende: software gestionale, prima fornitura di capsule, cialde e caffè in grani, prima fornitura dei prodotti complementari, macchina del caffè per degustazioni, volantini pubblicitari.
  • Click Caffè: un negozio dedicato al mondo del caffè ma anche a quello del tè e degli infusi. Qui sarà infatti possibile vendere caffè in grani, in cialde o capsule, tè, tisane e infusi, accessori complementari come tazze con infusore, biscotti artigianali, macchinette per il caffè in cialde, accessori vari. L'investimento è abbastanza elevato rispetto a quello precedente. Si parte infatti da circa 10.000 euro, in cui è compreso: prima fornitura della merce, allestimento, progettazione e formazione.
  • Tutto Capsule: infine ecco un altro franchising di fama mondiale. Anch'esso prevede un investimento abbastanza elevato fin dall'inizio: circa 19.000 euro. In questo pacchetto sarà incluso: prima fornitura gratuita, email aziendale, 1000 prodotti a disposizione, sviluppo e gestione della parte social web, progettazione. Il negozio è in grado di vendere tutto ciò che gira intorno al caffè e non solo esso. 

Non andare via, restiamo in contatto!

E' molto difficile, con un articolo solo, rispondere alle tante domande che si pone chi sta per avviare un nuovo business. Sul blog trovate molti consigli pratici navigando sezioni come quella dedicata alle idee imprenditoriali. Per restare aggiornati con le prossime novità e per non perdervi i contenuti migliori, vi invitiamo a registrarvi al canale Telegram oppure alla newsletter: è un modo per tenersi in contatto e far sì che questa visita non sia casuale!

Pompa di calore: funzionamento, tipologie, prezzi ed incentivi. Guida definitiva

$
0
0
La pompa di caloreè una macchina in grado di produrre energia termica, utile per il riscaldamento degli ambienti o dell'acqua, grazie all'utilizzo di energie rinnovabili. La creazione di energia termica avviene a causa di un processo fondamentale: il passaggio di calore da un ambiente con temperatura più bassa ad un ambiente con temperatura maggiore.

Un esempio è il passaggio di calore che può avvenire da un ambiente esterno (un giardino) ad un ambiente interno (una casa). La peculiarità della pompa di caloreè, infatti, quella di utilizzare solo risorse già disponibili in natura. Motivo per il quale, gli ecologisti spronano tutta la comunità ad iniziare ad affidarsi a queste nuove energie rinnovabili. Essa viene solitamente adoperata per creare calore, ma in realtà è possibile sfruttare le sue capacità anche per refrigerare gli ambienti.

Questi strumenti vengono alimentati anche da energia elettrica, tuttavia la fonte maggiore continua ad essere di tipo naturale. Volendo, è possibile anche usufruire di un'alimentazione elettrica generata da impianti eolici o fotovoltaici, eliminando così qualsiasi traccia di artificialità nel processo. Alcuni esempi di strumenti che possono funzionare attraverso questo sistema sono: i condizionatori, i refrigeratori, la pompa di calore a scambio geotermico, la pompa di calore ad assorbimento, la pompa di calore a compressione di gas, eccetera. 

Questa tecnologia è in grado di sostituire in tutto e per tutto le caldaie. Di conseguenza si possono eliminare tubi, canna fumaria e tutti gli accessori che si accompagnano ai sistemi tradizionali di riscaldamento e raffreddamento dell'aria e dell'acqua. In estate accadrà semplicemente il contrario dell'inverno, ovvero il calore estratto dalla casa (che la rinfrescherà) servirà a produrre acqua calda.

Oltre all'esistenza di pompe di calore elettriche, nel mercato si trovano anche pompe di calore a gas. Queste sono in grado di fornire ottime prestazioni e soprattutto sembrano sfruttare in maniera maggiore l'energia presenta in natura. La pompa di calore a gas è in grado di combinare i molti vantaggi del gas naturale ai molteplici vantaggi di questa macchina. Esistono quattro tipi diversi di pompe di calore a gas: pompa di calore con motore a gas, pompa di calore ad assorbimento a gas, pompa di calore di assordimento a gas.

Funzionamento di una pompa di calore

Come valutare il rendimento della pompa di caloreIl funzionamento di una pompa di calore dipende dall'utilizzo che se ne vuol fare e dalle sue caratteristiche. Come accennato precedentemente, infatti, queste macchine possono essere progettate per produrre calore, per refrigerare e per disperdere calore. Nel caso in cui si voglia generare calore, la macchina sfrutterà il calore proveniente da un ambiente a bassa temperatura, per incanalarlo in uno che ha bisogno di temperature più elevate. Questo passaggio si basa su un principio fondamentale, il quale afferma che qualsiasi gas sottoposto a compressione si riscalda.

Una pompa di calore è composta principalmente da: un condensatore, una valvola di laminazione, un evaporatore e un compressore. Quest'ultimo è in grado di creare una differenza di pressione che dà inizio al ciclo, ovvero aspira, attraverso l'evaporatore, il fluido refrigerante, che successivamente evapora, assorbendo così calore e spingendolo all'interno del condensatore dove il fluido si condensa; rilasciando il calore precedentemente assorbito. A questo punto, il fluido arriva nella valvola di laminazione, che riduce la pressione del fluido fino a farlo diventare liquido/vapore. Concluso anche questo passaggio il fluido rientra nell'evaporatore e ricomincia il ciclo appena descritto.

Tra le macchine più diffuse per generare calore, al momento, troviamo quelle “aria-acqua”, che hanno la capacità di prelevare calore dagli ambienti esterni. Ciò che accade grazie ad una pompa di calore è l'esatto opposto di quel che solitamente accade in un frigorifero. Quest'ultimo infatti è in grado di prelevare il calore all'interno dell'elettrodomestico e riversarlo al di fuori; la pompa di calore fa invece il contrario.

Rendimento della pompa di calore: come misurarlo?

Per verificare la qualità e le performance della macchina, esiste il cosiddetto COP (Coefficient of Performance), cioè un parametro che esprime il rapporto tra la potenza termica ceduta e quella assorbita. Solitamente questo dato deve restare tra 1,2 e 1,5. Il rendimento vero e proprio di una di queste macchine è comunque inversamente proporzionale alla differenza di temperatura presente tra ambiente freddo e ambiente caldo. In sintesi, più aumenta la differenza di calore tra le due sorgenti utilizzate (una calda e una fredda), più diminuisce il rendimento della pompa di calore.

Tutte quelle macchine quindi che sfruttano fonti con temperature stabili sono solitamente più efficienti di quelle che invece si appoggiano a fonti con temperature molto variabili e incerte, come l'aria.

Un parametro simile al COP è l'EER, utilizzato anziché nelle pompe di calore che si occupano del riscaldamento, in quelle che si occupano della refrigerazione.

Pompa di calore ad aria: cos'è e come funziona?

Una delle sorgenti, al momento, più utilizzate per estrarre calore è l'aria. Di conseguenza, tra le pompe di calore più utilizzate troviamo la pompa di calore ad aria. Il vantaggio principale di questo sistema è abbastanza evidente: l'aria non si fa fatica trovarla, è a disposizione dovunque senza grossi problemi. I costi di installazione saranno dunque più contenuti.

Pompa di calore: dove installarla?È anche vero che l'aria degli ambienti esterni non può essere manovrata, dunque la pompa di calore subirà i vari cambiamenti climatici con più o meno fatica. In caso di temperature rigide, ad esempio, la pompa di calore lavorerà con maggior fatica. Da ciò ne consegue che esistono luoghi in cui è fortemente consigliato l'utilizzo di questa macchina, e altri luoghi in cui, a causa del clima, non è per niente consigliato l'impianto di questa pompa di calore.

Tecnicamente i passaggi che il processo provoca sono i seguenti: il fluido refrigerante attraversa la valvola di laminazione, creando così una miscela di liquido-vapore, questa entra nell'evaporatore e inizia ad assorbire calore fino a diventare vapore a bassa temperatura. Il vapore attraversa l'accumulatore e viene compresso, aumentando così la temperatura. Infine, il vapore caldo arriva nel condensatore, dove rilascia calore e cambia quindi fase. Il liquido finale prodotto rientra nella valvola di laminazione e fa ripartire il ciclo appena descritto.

In realtà non esiste un unico tipo di pompa di calore ad aria, ma tante e diverse, a seconda del tipo di fluido che la pompa utilizza per distribuire calore. Vediamo allora, insieme, tutti i tipi di pompa di calore ad aria esistenti oggi sul mercato:
  • Aria-aria: sono le macchine più vendute nella nostra penisola, probabilmente proprio a causa della loro semplicità e della loro economicità. Il nostro clima è poi molto adatto a questo tipo di strumentazione. Questa macchina è in grado di riscaldare durante l'inverno e di raffreddare durante l'estate. L'impianto prevede la presenza di alcuni elementi all'esterno dell'abitazione (compressore, scambiatore di calore) che si collegano ad altri presenti all'interno dell'abitazione o degli uffici. Di conseguenza è fondamentale possedere un ambiente esterno in cui installare le varie componenti della macchina;
  • Aria-aria con recupero di calore: sono macchine utilizzate solitamente per ambienti molto ampi. La pompa di calore lavora quindi sulla differenza di temperatura tra l'aria in entrata e quella in uscita. La circolazione dell'aria è forzata e vi è un recupero di calore. L'efficienza è davvero alta, così come i costi per l'impianto;
  • Aria-acqua: queste macchine sono ancora poco sfruttate, nonostante siano in grado di rispondere a tutte le esigenze di un'abitazione: riscaldamento, produzione di acqua calda, condizionamento. I costi per l'installazione sono addirittura inferiori a quelli di una caldaia o di un classico impianto di aria condizionata.
Come nel primo caso, anche qui è necessario installare degli elementi sia all'interno sia all'esterno dell'abitazione. Grazie ad una pompa di calore ad aria-acqua, i costi di riscaldamento possono davvero diminuire. Questa macchina è infatti in grado di assorbire 1 kWh di energia elettrica e di rilasciarne 4 di energia termica: il quadruplo di una caldaia.

Scegliendo questo impianto sarà però necessario installare anche un sistema di distribuzione dell'acqua: i costi quindi aumenteranno. Se esistesse una classifica di queste macchine, probabilmente questa vedrebbe come vincitrice, al primo posto, la pompa aria-acqua, poi quella aria-aria e solo per ultima la classica caldaia.

Pompa di calore geotermica: cos'è e come funziona?

La pompa di calore geotermica utilizza delle fonti diverse, da quelle viste precedentemente, per creare energia termica. In particolare, usa il terreno o l'acqua che si trova in esso. Il trasporto dell'energia termica può avvenire in due differenti modi: o attraverso un liquido antigelo o sempre attraverso l'acqua.

In base alle tubazioni presenti (aperte o chiuse) possono svilupparsi due processi differenti nella creazione di energia termica. Nel primo si estrae l'acqua da una falda che si trova nel terreno e la si porta allo scambiatore di calore, a quel punto è possibile scaricarla in un corso d'acqua o nella stessa falda di prima o addirittura in un bacino costruito apposta. Nel secondo, invece, è presente un fluido refrigerante che attraversa le tubazioni sotto terra, oppure un liquido antigelo che viene pressurizzato.

Questo sistema è consigliato a tutte quelle abitazioni che possiedono un giardino grande a sufficienza. I costi per l'impianto di questa pompa di calore sono modesti, ma ciò che è importante è che un impianto geotermico è in grado di far risparmiare ben il 40% della bolletta per i consumi energetici.

Pompa di calore elettrica

La pompa di calore è uno strumento in grado di produrre energia termica. Attualmente, come accennato in apertura, esistono due tipi principali di pompe di calore: quella elettrica e quella a gas. La prima è sicuramente la più diffusa nelle abitazioni e negli uffici, questo per i numerosi vantaggi di cui è protagonista. Tuttavia, entrambe le tipologie sono in grado di sfruttare l'energia naturale e gratuita (aria, acqua, terra). Solitamente le macchine elettriche utilizzano come fonte fredda d'energia l'aria esterna, a causa dei costi decisamente più esigui. Ciò nonostante, questo tipo di pompe hanno rendimenti inferiori rispetto a quelle che utilizzano altre sorgenti come terra o acqua.

Ma da cosa è formata una pompa di calore elettrica?

Le sue componenti sono le seguenti: il compressore, il condensatore, l'evaporatore e la valvola d'espansione. Altra parte fondamentale nel processo di riscaldamento è fatta dal cosiddetto “fluido refrigerante”. Quest'ultimo è protagonista di un percorso piuttosto complesso: esso si trova allo stato gassoso, fino a quando viene compresso, aumentando così sia la temperatura sia la pressione. Successivamente, il fluido transita nel condensatore e cede il proprio calore all'acqua o all'aria da riscaldare, passando così dallo stato gassoso a quello liquido. È a questo punto che entra in gioco la valvola d'espansione: riduce la pressione e la temperatura del fluido che così ritorna, almeno in parte, allo stato precedente: quello gassoso. Il colpo finale è effettuato dall'evaporatore che fa tornare completamente gassoso il fluido refrigerante. A questo punto esso può versarsi nuovamente nel compressore e ricominciare il ciclo.

Per verificare il rendimento di una pompa di calore elettrica esiste un preciso coefficiente: il COP     (Coefficient of Performance). Nelle pompe di calore elettriche, questo coefficiente indica il rapporto tra la corrente utilizzata e il calore erogato. Le pompe di calore non sono comunque adatte a qualsiasi ambiente e soprattutto a qualsiasi clima. Infatti, più sono basse le temperature esterne, più la macchina fatica ad assorbire calore.

Impianto a pompa di calore: costi e detrazioni fiscali

Il cosiddetto conto termico è storia vecchia ma è possibile comunque accedere alle agevolazioni fiscali per il risparmio energetico. In realtà già da molti anni esiste comunque un altro tipo di incentivazione: la detrazione fiscale del 65%, che vede però la presenza di 10 annualità per il rimborso.

Infine, in Italia, per incentivare ancor di più la presenza di queste macchine, è stata creata una nuova tariffa elettrica ad hoc per tutti coloro che possiedono una pompa di calore elettrica. Grazie a questa introduzione, i proprietari delle macchine risparmieranno centinaia di euro in bolletta.

prezzi delle pompe di calore elettriche variano moltissimo, a seconda della marca e della grandezza della superficie da riscaldare. Tendenzialmente si va dunque da un minimo di 400 euro ad un massimo di anche 8.000 euro. Un professionista saprà comunque consigliare la macchina più adatta al tipo di abitazione e soprattutto potrà fornire un preventivo gratuito per la manodopera necessaria all'installazione. Le macchine che richiederanno l'installazione di due parti (una da inserire all'esterno e una da inserire all'interno dell'abitazione) avranno costi maggiori. 

Pompa di calore: vantaggi e svantaggi

In conclusione, dunque, conviene o non conviene installare nella propria abitazione o nel proprio ufficio una pompa di calore? Per togliere qualsiasi dubbio, ora vedremo dettagliatamente tutti i pro e i contro delle pompe di calore.

Tra i primi vantaggi individuiamo subito quelli di tipo economico: gli incentivi statali.
Innanzitutto, potrete ottenere una detrazione fiscale di addirittura il 65%, grazie alla Legge di Stabilità 2016 che ha prorogato gli incentivi già esistenti. 

Andiamo ora oltre ai benefici economici e concentriamoci sul funzionamento degli impianti. Non vi è dubbio, le pompe di calore sono in grado di produrre un'elevata efficienza energetica. Basti pensare che da un unico kWh sono in grado di produrne altri cinque; superando di almeno 5 volte i classici sistemi di riscaldamento. Cosa comporta tutto ciò? Sicuramente un beneficio non indifferente all'ambiente (si riducono le emissioni nocive) e poi ancora un beneficio economico a colui che installa l'impianto. Questa efficienza si traduce infatti in un risparmio che va dal 40% al 70% sulla bolletta. Per quale motivo invece, molti decidono di non installare questi impianti?


Quali sono gli svantaggi principali delle pompe di calore?

Tra i primi “contro” troviamo motivazioni riguardanti lo spazio fisico. Spesso queste installazioni richiedono spazi ampi, e soprattutto spazi esterni. Nel caso in cui un'abitazione mancasse di giardino potrebbero infatti esserci dei piccoli problemi. Anche il rumore prodotto da queste macchine potrebbe diventare motivo di fastidio.

Altro elemento a causa del quale, spesso vengono scelti mezzi di riscaldamento o refrigeramento tradizionali riguarda i costi. Nonostante il gioco ne valga la candela, le pompe di calore hanno comunque dei costi non indifferenti. Spesso dunque alcune famiglie non riescono a coprire le prime spese necessarie. È vero che si ha una forte detrazione, ma è anche vero che questa avviene in 10 annualità e non nel giro di pochi anni. 

In conclusione si può affermare con certezza che i vantaggi di una pompa di calore sono tali da consigliarne l'impianto. Coloro che potranno sostenere nell'immediato i costi per la macchina, vedranno comunque poi ritornare, nel lungo termine, le spese effettuate: sia attraverso la detrazione sia grazie al risparmio non indifferente che questi sistemi permettono.

Online è possibile trovare numerose ditte e numerosi professionisti in grado di svolgere il lavoro necessario. Ovviamente sarà possibile farsi preparare dei preventivi (ormai quasi sempre gratuiti), facendo visitare al professionista la zona in cui si desidera installare l'impianto. Nel caso in cui non si possedesse un ambiente esterno, la ditta prescelta sarà comunque in grado di consigliare altre efficienti soluzioni, così da non rinunciare a questo sistema. 

Comprare casa a Cuba: vivere, investire e lavorare, cosa bisogna sapere?

$
0
0
Un paradiso caraibico, con una delle popolazioni più istruite del mondo, sanità su livelli europei, mare cristallino, stile di vita libero. Cuba sembrerebbe, almeno secondo l’immaginario più comune, un vero e autentico paradiso e non sono rari i casi di innamoramento a prima vista per chi abbia visitato questa splendida isola. Dall'innamoramento alla voglia di acquistare un immobile a Cuba il passo è davvero breve ed è per questo che abbiamo preparato una guida, per operare in un Paese che è sì magnifico, ma che presenta sicuramente qualche tipo di problema sul piano burocratico. Parliamo comunque di uno stato dove il governo di stampo comunista, al governo ormai ininterrottamente da più di 50 anni, continua a controllare l’economia a livello piuttosto capillare, nonostante le recenti aperture che però, come prevedibile, stanno avendo ricadute nella vita di tutti i giorni a ritmo piuttosto lento. Fino ai primi anni ’90, per fare un esempio in apertura, era impossibile comprare casa per chi non fosse stato residente e/o cittadino cubano. Le cose sono cambiate, anche se non nel modo radicale che potremmo aspettarci, soprattutto dopo che, sotto la guida di Raul Castro, il Paese sembra destinato ad abbandonare le politiche di chiusura verso gli investimenti stranieri che l’avevano caratterizzato dalla Rivoluzione ad oggi.

Acquistare una casa a Cuba, ancora oggi e a prescindere da quale sia l’area del Paese dove vorremmo avere il nostro immobile, non è ancora facile ed è ancora operazione soggetta a particolarissime restrizioni. Sia che voi vogliate comprare per vivere sull'isola o che per fare un investimento, è bene sappiate tutte le cose che andiamo a vedere nei prossimi paragrafi.

Un Paese povero ma bello

Chi pensa di trasferirsi a Cuba senza alcun tipo di rendita con la quale vivere, deve innanzitutto fare i conti con un paese che, complice anche l’embargo da parte degli Stati Uniti e i rapporti economici comunque difficili con le altre potenze economiche, non è esattamente il paese del Bengodi, almeno sotto il profilo economico.
Conviene comprare casa a Cuba?

Da dipendenti si guadagna pochissimo ed è comunque piuttosto difficile avviare attività imprenditoriali molto remunerative. In pochi ce la fanno e chi pensa di trasferirsi senza alcun tipo di rendita dovrebbe innanzitutto avere un piano per mantenersi, soprattutto se intende vivere in uno dei due quartieri dove sono presenti immobili per gli stranieri, quartieri che, densi di ambasciate e personale diplomatico, hanno prezzi che sono completamente fuori mercato rispetto ad altre zone del paese cubano. L’economia non galoppa, anche se gli stipendi medi e i guadagni di un piccolo imprenditore sono comunque rapportati al costo della vita, estremamente basso se rapportato almeno a quello europeo.

Se lavorate da casa guadagnando online, la cosa è sicuramente diversa ed il discorso diventa molto simile a quello che abbiamo fatto nell'articolo dedicato alle Canarie ed in quello su vivere a Malta, sebbene siano realtà che forse qualche opportunità in più agli stranieri non nativi digitali possono darla.

Miramar e Siboney: i due “quartieri per stranieri”

Miramar e Siboney sono i due quartieri che, negli anni ’90, furono costruiti nella capitale, L’Avana, per permettere agli stranieri di acquistare il loro immobile. Si tratta di una zona dove si trovano praticamente tutte le ambasciate del mondo che hanno una rappresentanza a Cuba e dove risiede anche la grossa parte del personale diplomatico. A completare il quadro troviamo anche qualche imprenditore straniero (in verità ancora pochissimi) che possiede un’abitazione proprio in uno di questi due quartieri. Si tratta di due quartieri dove, lo abbiamo appena detto, gli stranieri possono appunto acquistare una casa, trattandosi di aree sottoposte ad una legislazione speciale.

Il problema è che chi vuole acquistare una casain questi due quartieri dovrà entrare in contatto con uno straniero che ne detiene i diritti reali e acquistarla, non essendo ancora possibile per gli stranieri acquistare abitazioni o comunque immobili dai cubani. La scarsità indotta, per dirla nella maniera di un economista, ha fatto schizzare i prezzi verso l’alto, e per un comunissimo appartamento si spendono cifre a partire dai 150.000 euro, prezzi assolutamente fuori mercato sull’isola Cubana. Le agenzie immobiliari cubane e partecipate straniere che operano sul territorio e su Internet, mettono queste case in vendita con la speciale dicitura “foreigners”, che sta a significare appunto che gli stranieri, in pieno accordo con la legge cubana, possono acquistarle. Le opportunità “piene”, per così dire, sono terminate qui per gli stranieri che non sono sposati con cittadini cubani. Esiste un altro modo, che sconsigliamo, di cui parleremo più avanti.

L’opportunità della nuova abitazione

Nei quartieri suddetti, Miramar e Siboney sono ripartite le costruzioni, con la solita eccezione che permette agli stranieri di acquistare un immobile senza alcun tipo di problema. Si tratta di possibilità sicuramente allettanti, in quanto si tratta di appartamenti in condomini molto nuovi e costruiti con buoni standard qualitativi, che garantiscono inoltre spazi comuni come piscina, sauna e palestra e che hanno anche la vigilanza all’ingresso, che in un paese dal tasso di criminalità comunque importante è sempre un plus di cui tenere sicuramente conto. I prezzi, anche in questo caso, partono dai 120.000–150.000 euro, da corrispondere in genere in Peso Convertibile.

Va anche considerato il fatto che i due quartieri in questione non sono sicuramente parte di quel sogno caraibico che vi ha probabilmente fatto innamorare: si tratta di quartieri molto urbani, dove si respira poco lo spirito cubano e dove si conduce una vita molto simile a quella che si svolgerebbe in una località del sud della Spagna. Di cubano, per intenderci, c’è davvero poco.

Per i coniugi di cittadini cubani

I coniugi di cittadini cubani hanno un’alternativa che poi non differisce molto da quella del prestanome, di cui parleremo più avanti. Si può ovviamente intestare la casa al proprio marito o alla propria moglie, situazione che, lo diciamo senza pregiudizi ma consci delle esperienze che nostri connazionali hanno dovuto affrontare a Cuba, non è affatto ottimale. La casa infatti sarà intestata in via esclusiva al vostro coniuge, con il risultato e il rischio che, nel caso di divorzio, rimarrà di sua esclusiva proprietà. Non una situazione in cui vorremmo ritrovarci, soprattutto se l’amore finisce.

L’unico vantaggio effettivo legale per chi è coniuge di cubani è sicuramente la possibilità di poter avere a disposizione un permesso di residenza permanente, che permette tra le altre cose anche di lavorare e che è dunque appiglio legale solido per chi vuole rimanere nel paese per lunghi periodi.

L’ipotesi del prestanome

Trasferirsi a Cuba: come comprare casa
L’ultima possibilità che rimane in capo a chi vuole acquistare un immobile a Cuba è quella di affidarsi ad un prestanome. Si tratta di un’ipotesi che però dovrebbe essere considerata soltanto nel caso in cui conosciate a fondo la persona, magari un amico da decenni, una persona della quale vi fidate completamente e alla quale mettereste in mano almeno 150.000 euro senza alcun tipo di preoccupazione. A Cuba bazzicano, soprattutto in prossimità delle grandi agenzie immobiliari, moltissimi loschi affaristi che, presentandosi come prestanome, hanno derubato di somme anche sostanziali ignari turisti con la voglia di vivere sull’isola.

L’ipotesi è particolarmente rischiosa anche dato il fatto che non sarebbero validi accordi in senso contrario. Proviamo a spiegarci: nel caso in cui fosse presente una scrittura privata che stabilisce tra le parti “l’accordo” di prestanome, questa non potrebbe essere fatta valere davanti ad un tribunale cubano, in quanto contraria alla legge.

Impossibile intestare a società straniere e/o persone giuridiche rappresentate da stranieri

Almeno per il momento permane per le società straniere il divieto di acquistare immobili, se non nei quartieri sopracitati. Non può essere dunque una possibilità percorribile quella di aprire una società al solo scopo di acquistare un immobile, a prescindere dal fatto che sia di diritto cubano o meno.

Ma ci sono vantaggi nel vivere a Cuba?

Nonostante la situazione economica del Paese sia tutto fuorché solida, sono sicuramente presenti dei vantaggi enormi, che vanno tra le altre cose valutati alla luce della possibile normalizzazione dei rapporti tra Cuba e il suo ingombrante vicino, ovvero gli Stati Uniti d’America. A Cuba sanità e istruzione sono gratis e il paese continua a produrre laureati di livello, soprattutto in campo medico. L’isola gode di un clima mite durante tutto l’anno, offre una dieta particolarmente salutare ed è, tra le altre cose, un luogo dove la felicità sembra essere davvero di casa. Anche per i figli degli stranieri è possibile accedere a quanto offerto dallo stato sociale cubano, scuole e università incluse, motivo per il quale dovreste comunque rimuovere dalle spese che pensate di dover affrontare i costi per l’istruzione, che in altri luoghi dell’America caraibica e latina sono piuttosto alti.

Con la normalizzazione dei rapporti con gli USA e il nuovo corso intrapreso, anche se lentamente, sotto la guida di Raul Castro, il paese sembra essere finalmente pronto a fare quel salto che gli era stato impedito per politiche che, ferme agli anni ’60, hanno smesso di avere efficacia dopo la fine della guerra fredda e dopo l’interruzione del sostegno dell’Unione Sovietica.

Cuba non è per tutti, ma potrebbe comunque essere il luogo dove continuare una vita calma, pacifica, allegra e piena, un paese dove di fronte ad un investimento immobiliare dal prezzo comunque contenuto (150.000 euro non sono questa gran somma in Italia) si può cambiare radicalmente la propria vita.

Criminalità a Cuba: cosa c’è da sapere

Il Paese è abbastanza tranquillo, dati alla mano e confrontato con quelli che sono gli altri paesi della zona. Questo però non vuol dire che si tratti necessariamente di un paradiso, dove andarsene in giro con un paio di stipendi cubani nel portafogli. Si tratta comunque di un paese dove la povertà continua a produrre interi quartieri a rischio, sia per i turisti che per i residenti. Sempre meglio tenere conto della situazione descritta in questa guida e scegliere un barrio (così si chiamano i quartieri in spagnolo cubano) che sia adeguato alla sicurezza nostra e della nostra famiglia.

Fare impresa è ancora molto difficile

Nonostante le recenti aperture, Cuba è ancora molto indietro per quanto riguarda la libertà economica e di fare impresa. Se pensate di recarvi nel paese e cominciare praticamente da subito a fare impresa, dovreste pensarci forse due volte e farvi consigliare o dall’Ambasciata Italiana de l’Avana, oppure consultare qualche imprenditore che già opera nel paese. Anche l’import-export è ridotto al lumicino, complice una moneta locale fortemente svalutata e lo scarsissimo accesso che la popolazione media ha ai beni importati, notoriamente più cari.

Anche lavorare nel settore del turismo, da stranieri, non è facile ed è attività comunque sottoposta ad una miriade di controlli, che potrebbero farvi passare davvero la voglia.

Armatevi di pazienza, si fa alla cubana

L’allegra spensieratezza che vi ha fatto innamorare di Cuba è presente a tutti i livelli, anche quelli dove forse un pizzico di “serietà” non farebbe poi male. Armatevi di pazienza, perché tutto a Cuba va a ritmo suo, che non è esattamente quello della Svizzera.

Vedere prima di comprare

È il caso comunque di recarvi nel Paese almeno un paio di volte e per periodi medio/lunghi prima di poter pensare di trasferirvi e prima, soprattutto, di poter anche soltanto pensare di trasferirvi. Le agenzie immobiliari che operano su internet vi spingeranno per chiudere accordi preliminari senza vedere l’immobile, ipotesi che è ovviamente da scartare, in un paese dove le truffe immobiliari non sono comuni, ma sono comunque possibili.
Viewing all 1834 articles
Browse latest View live